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Full text of "Storia della Basilica e del Convento di S. Francesco in Assisi"

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STORIA 

DELLA 

BASILICA E DEL CONVENTO 

DI 

S. FRANCESCO IN ASSISI 

DEL 

P. GIUSEPPE FRATINI M. C. 

SOCIO DI MERITO 
nell' accademia pontificia romana della vergine IMMACOLATA 

E COMMISSARIO GENERALE DELLA PROVINCIA SERAFICA 




PRATO 

RANIERI GUASTI EDITORE-LIBRAIO 
1882. 



DELLA 

BASILICA E DEL CONVENTO 

DI 

S. FRANCESCO IN ASSISI 



STORIA 

DELLA 

BASILICA E DEL CONVENTO 

DI 

S. FRANCESCO IN ASSISI 

DEL 

P. GIUSEPPE FRATINI M. C. 

SOCIO DI MERITO 

NKLl.' ACCADEMIA PONTIFICIA ROMANA DELLA VERGINE IMMACOLATA 
E COMMISSARIO GENERALE DELLA PROVINCIA SERAFICA 




PRATO 

RANIERI GUASTI EDITORE- LIBRAIO 
1882. 



* 



Proprietà Letteraria dell' Autore 



ALLA SANTITÀ DI NOSTRO SIGNORE 
LEONE PAPA XIII 

MECENATE AMPLISSIMO 
DELLE SCIENZE DELLE LETTERE DELLE ARTI 
QUESTE PAGINE 
IN CUI S' ILLUSTRA IL SEPOLCRO 
DELL' UMILE POVERELLO DI CRISTO 
GLORIA IMMORTALE DEL SUPREMO PONTIFICATO 
CON RIVERENZA DI SUDDITO ED AFFETTO DI FIGLIUOLO 
CONSACRA L'AUTORE 
LIETO CHE IL NOME AUGUSTO DI TANTO AUSPICE 
RECHI NUOVO SPLENDORE 
A QUESTO GRAN MONUMENTO 
DELLA FEDE E PIETÀ DEL MONDO CATTOLICO 



3 

* CO 

5 = 



PREFAZIONE 



i questo monumento importan- 
tissimo della Religione e delle arti 
hanno ragionato molti si italiani 
come stranieri, né v'ha storico dell'Archi- 
tettura e della Pittura in Italia che non ne 
faccia assai onorata menzione. Tra coloro 
che ne fecero argomento d'una speciale 
monografia, il P. Angeli nel suo Collis 
Paradisi, edito l'anno 1704 in Montefia- 
scone, primeggia per ampiezza d' esposi- 
zione e per copia di notizie. Ma il buon 
claustrale quanto si diffonde nell'investiga- 
zione de' fatti che si riferiscono alla storia 




PREFAZIONE 



religiosa del solenne edifizio, di guisa che 
spesso immagina, spesso travisa a suo modo 
gli avvenimenti ; altrettanto si mostra parco 
in ciò che riguarda le cose dell'arte, ed 
anco in quel po' che ne dice, non sa sot- 
trarsi al reo gusto de' tempi. 

Parmi adunque opera non inutile riten- 
tare il medesimo tema, giovandomi dei 
documenti sin qui poco esplorati degli ar- 
chivi locali, e attenendomi ai criterii più 
ragionevoli con che si giudicano gli artisti 
di varii secoli. 

Possa la mia fatica tornar non discara a 
quanti caldeggiano le grandi memorie del 
nostro passato! 



SECOLO XIII 



CAPITOLO I. 



Morte di S. Francesco: 
prima idea della fondazione della sua Basilica, 

A NOTTE del 4 ottobre 1226 nel povero 
convento di Santa Maria in Porziuncola 
presso Assisi rivolava al cielo la grande 
anima del Patriarca de' Frati Minori, dopo avere 
iniziata e promossa la più vasta riforma morale 
che si fosse mai veduta dalla istituzione del Cri- 
stianesimo. Egli abbracciando nello slancio del- 
l' immensa carità sua tutta quanta la terra, avea 
provveduto non solamente a ravviare la smarrita 
società cristiana sul sentiero della giustizia, con 
l'istituzione de' tre suoi Ordini, propagatisi con 
rapidità maravigliosa in ogni provincia d' Europa, 
ma anco alla salvazione dei popoli esclusi tuttavia 
dall'ovile di Cristo per mezzo delle missioni, delle 
quali dava egli stesso l'esempio, e che santificate 
sin dal loro principio dal martirio de' suoi figliuoli, 




IO 



SECOLO xin. 



avevano ad essere proseguite con zelo e con frutto 
inestimabile dalle varie famiglie dell' ordine suo. 

Raccolto quasi morente dalla città natale con 
una festa simile a trionfo, era egli stato alloggiato 
nel palagio del vescovo; ma il costante amatore 
dell'umiltà e povertà evangelica dimandò in gra- 
zia d'essere indi riportato al diletto suo nido, a 
S. Maria degli Angeli, dove ignudo sulla ignuda 
terra chiuse il corso dell'operosissima sua vita. E 
qui medesimamente avrà egli inteso d' essere se- 
polto, come in luogo il più caro al cuor suo. Ma 
non potevano consentirglielo i cittadini bramosi 
d' un tanto tesoro, e non a torto sospettosi di ve- 
derselo rapire nelle guerre già così frequenti con 
le città vicine. E assisano era anche Frate Elia, 
vicario allora dell'Ordine e potentissimo per l'ami- 
cizia non meno di papa Gregorio che di Federigo 
imperatore. Non è perciò maraviglia, che il mat- 
tino stesso subito dopo il transito del beato padre 
accorso alla Porziuncola popolo e clero con ceri e 
verdi rami, senza verun ostacolo venisse portato 
il sacro corpo alla chiesa di S. Giorgio attigua 
alle mura. Dipendea questa col suo prossimo spe- 
dale dal Duomo : e ciò altresì è chiaro indizio della 
buona intelligenza che dovette esservi tra il capi- 
tolo de' canonici e i Frati minori. Il veder poi eletto 
a custodire sì geloso deposito una piccolissima 
chiesa, anziché la vecchia cattedrale di S. Maria 
Maggiore, nel cui popolo era nato il santo, o il 
nuovo Duomo, che il popolo d'Assisi appena co- 



CAPITOLO r. 



stituitosi a Comune veniva con molta spesa edi- 
ficando, è indizio manifesto che sin d'allora era 
intenzione di tutti inalzare una nuova basilica, in 
cui degnamente si riponessero gli avanzi mortali 
dell'uomo grande. 

La leggenda appiccatavi di poi fece uni versale- 
la credenza, che l'umile santo, sentendosi vicino 
alla morte, pregò perchè il suo corpo fosse sepolto 
in un luogo infame, destinato all' ultimo supplizio 
degli scellerati: che questa suprema volontà fu da 
frate Elia rapportata al Pontefice, e che questi ani- 
mirando tanta virtù, ne volle adempiuto il deside- 
rio, facendovi costruire una sontuosa basilica e 
cangiando il nome di colle dell' inferito che avea 
quel luogo nell' altro di colle del paradiso. Nel se- 
colo XVI era questa novella sì fermamente cre- 
duta, che il nostro Doni nell' istoriare a fresco i 
due chiostri del sacro convento, avendo più volte 
da figurarvi il prospetto della città, nel luogo dove 
ora sorge la Basilica francescana, effigiò le forche. 

Ma il vero è che il terreno, ove s' inalza la gran 
mole, fu possessione di privati, e non del pubblico ; 
e se alcun che di vero è in questa leggenda, della 
quale non si trova molto negli storici più autore- 
voli ed antichi, sta nel nome di Collis infernus 
dato a questa parte del poggio, che spiccasi dalla 
giogaia degli Appennini, per riconoscerlo dal colle 
superiore, sul cui pendio meridionale si spiega la 
città, e sulla cui cima torreggia la rocca. 



12 SECOLO XI!!. 

capitolo ir. 

Papa Gregorio IX canonizza il santo e pone 
la prima pietra della Basilica a onore di lui. 

In questo mezzo era diventata Assisi uno de' più 
famosi centri ai frequenti pellegrinaggi di tutta cri- 
stianità, perchè non v'era generazione di malattia 
per grave ed invecchiata che fosse, la quale al 
sepolcro di S. Francesco non venisse incontanente 
sanata. Spesseggiando adunque ogni dì più le ma- 
raviglie che degnavasi Iddio d' operare in onore 
del suo servo, papa Gregorio IX, il quale n' era 
stato amico intimo e primo protettore dell' Ordine, 
deliberò d'apparecchiarsi a scriverlo nel novero dei 
santi, e sul cominciare del 1228 diè a frate Elia il 
carico di provvedere alla costruzione d'una chiesa 
da riporvi il sacro corpo e d'un convento pei 
frati che aveano a custodirla non che d'un pa- 
lagio per la persona sua e per quella de' pon- 
tefici successori suoi: per ciò che riguardava il 
modo d'attuare il magnifico divisamento, il sov- 
verrebbe egli in parte del proprio erario, e meglio 
ancora, l'aiuterebbe aprendo i tesori dell'indul- 
genze a quanti vi concorressero con le offerte e 
con l'opera delle proprie mani. A quest' uopo gli 
diede licenza di delegare in ogni parte del mondo 
cristiano i ministri provinciali dell'Ordine per rac- 
cogliere e trasmettere a lui in Assisi le limosine 
de' principi, de' Comuni e dei privati. Venuto poi 



CAPITOLO II. 



nel giugno dello stesso anno papa Gregorio in 
Assisi, la più Guelfa allora delle terre dell' Um- 
bria, recavasi con la corte a visitare in S. Damiano 
la nobilissima vergine Chiara, ivi rinchiusa con le 
donne povere sue seguitataci. Quindi venerò in 
S. Giorgio la tomba del suo illustre amico e sacrò 
di propria mano l' ara maggiore del nuovo Duomo. 
A dì 16 del luglio seguente vi compiè con pompa 
solennissima il rito della canonizzazione del B. Pa- 
triarca, alla quale oltre al collegio de' cardinali 
furono presenti assai vescovi ed abati e principi, 
concorsi anche da lontane contrade ad assistere 
alla glorificazione del santo poverello. 

Il giorno appresso con la medesima solennità 
e frequenza di popolo benedisse e pose la prima 
pietra del nuovo edifizio da innalzarsi ad onore di 
Dio onnipotente, della Beata Vergine, della mili- 
zia celestiale, de' santi apostoli Pietro e Paolo e 
del B. Francesco invitando con quest' atto augu- 
rale tutti i credenti ad aiutare 1' opera magnifica 
che dovea essere ai posteri monumento dell' amore, 
della reverenza e della gratitudine del mondo verso 
il glorioso rinnovatore dello spirito di Cristo. Nè 
il mondo fu sordo a tanto invito : chè dove i più 
grandi e potenti Comuni trascinarono per ispazio 
di più secoli l'edificazione delle loro cattedrali, 
rimaste tuttavia per la più parte incompiute, 
bastarono qui due soli anni per recare a termine 
e basilica e convento: cosa che avrebbe dell' in- 
credibile, se non sapessimo che l'Ordine de' Frati 



'4 



Minori stabilito già in tutto l' occidente, e pene- 
trato anche in oriente, era dopo il Pontificato ro- 
mano la prima potenza che allora fosse al mondo. 



CAPITOLO III. 

Chi fosse l'architetto della Basilica 
e del Chiostro di S. Francesco. 

Quando seguì la detta cerimonia della colloca- 
zione della prima pietra, frate Elia preposto alla 
fabbrica della Basilica, erasi dato pensiero di due 
cose, cioè di trovare un architetto che ne desse 
il disegno, e di scegliere un luogo acconcio alla 
chiesa e al chiostro da edificarsi. E qui ancora 
può vedersi chiaramente la concordia tra l'ope- 
roso frate e i concittadini suoi. Addi 28 di marzo 
del 1228 avea egli ricevuto in dono una gran 
parte del colle che ad occidente d'Assisi declina 
verso il torrente del Tescio. Un generoso citta- 
dino, chiamato Simone di Puccio, nella presenza 
di Guido giudice del Comune, e con la testimo- 
nianza di Piero di Tedaldo, di Sonno di Grego- 
rio, di Piero del Capitano, di Tiberio di Piero, 
d'Andrea d'Agrestolo, e di Iacopo di Bartolo, fece 
grazioso presente a frate Elia accettante per 
papa Gregorio IX, d'un tratto di terra terminato 



capitolo in. 15 



da due lati dalla via, dal terzo dalla chiesa di 
S. Agata, dal quarto dai figliuoli di Bonomo. 
Non potea desiderarsi un sito migliore, chè oltre 
all' essere prossimo alle mura della città, signo- 
reggia da due lati un vasto e amenissimo oriz- 
zonte, e molto agevolmente vi si ascende dalla 
valle sottoposta. A questa prima seguitò nel 1229 
la donazione che fece allo stesso fine, d' una selva 
contigua un principal cittadino, chiamato Monaldo 
di Lionardo, per la quale la possessione della 
nuova Basilica s'estese sino al prossimo torrente. ! ) 

Venendo ora all'architetto, dobbiamo confes- 
sar con dolore che nessun documento ci soc- 
corre all' uopo. Nelle pergamene e negli antichi 
libri del Convento regna su di ciò un altissimo 
silenzio : onde ci è forza attenerci alla vecchia 
tradizione, che ne dà il merito a un Iacopo o 
Lapo, architetto di Federigo II e da lui stesso 
conceduto ad Elia come il più eccellente fra i 
contemporanei. Il Vasari che fu de' primi a racco- 
gliere questa tradizione locale, lo disse Tedesco: 
altri più verosimilmente il sospetta Lombardo. 
Nè mancò chi congetturando ne fece architetto 
Nicolò Pisano, valentissimo e celebratissimo allora 
tra gli artefici italiani, e chiamato a condurre im- 
portanti edifizi a Bologna, a Venezia, a Padova 
e a Napoli, e adoperato poi in Cortona dallo 

l ) La pergamena originale si conserva nell'archivio del 
S. Convento, nel volume dei documenti appartenenti al chio- 
stro dal i22cS al 1299, n. 1. 



SECOLO XfU. 



stesso Elia : e così probabilmente fatto da lui 
venire in Assisi da quella città medesima, d'onde 
fu chiamato poco di poi Giunta, il primo che si 
ricordi tra i pittori adoperati in S. Francesco. 
Certo da Toscana, non da Lombardia continuo 
poscia, lungo tutto questo secolo e per buon 
tratto del seguente a chiamarsi in Assisi una nu- 
merosa serie d'artefici. Ma d'altro lato il favor 
grande che frate Elia ebbe presso l'imperatore, 
viene a dar peso all'antica tradizione. Nè vale 
opporre la prevalenza di parte Guelfa in Assisi, 
dacché la devozione a Cesare durò qui costante 
sino a che i sospetti tra Gregorio e Federigo non 
iscoppiarono in aperta guerra. E ne fanno buon 
testimonio le scritture pubbliche dell' archivio 
stesso del nostro Convento, nelle quali tra gli 
anni 1228 e 1239 leggiamo pur sempre dopo le note 
cronologiche Tempore dominorum Gregorii papae 
noni et Frideriei romanorum imperatoris. E più 
chiaro segno di devozione allo Svevo potrebbero 
forse porgere le aquile imperiali, scolpite anziché i 
leoni guelfi sulla facciata della medesima basilica. 

Del resto ponendo mente al carattere dell' edi- 
fizio, condotto con quel fare che comunque voglia 
dirsi o gotico, o ogivale o archiacuto, non n'è defi- 
nito nè storicamente, nè artisticamente, il nostro 
bel S. Francesco rivela un gusto più italiano che 
straniero, alienissimo anco nelle parti decorative 
dal duro, dal tagliente e dall'intralciato, che ri- 
scontrasi nel gotico tedesco. 



CAPITOLO IV. 



17 



CAPITOLO IV. 

La Basilica di S. Francesco 
primo esempio d'una nuova architettura. 

E pregio d' opera lo spendere una pagina ragio- 
nando dell' architettura di questa basilica, la quale 
ha il vanto d'essere primo esempio d'un genere 
affatto nuovo negli edifizi destinati al culto divino. 

Le prime basiliche costruite in Italia e special- 
mente in Roma, durante le tregue tra le perse- 
cuzioni e dopo la pace conceduta da Costantino, 
furono un'imitazione fedele di quell'architettura 
che trapiantata dalla Grecia nel Lazio, s'era ve- 
nuta notabilmente modificando per accomodarsi 
agli usi ed al fasto della dominatrice del mondo. 
Ma quando il Cristianesimo potè farsi splendido 
di Chiese e di basiliche, l' arte era già gravemente 
scaduta, e seguitò a rovinare in peggio lungo la 
breve agonia dell'impero occidentale e sotto la 
signoria de' Goti, dei Longobardi e de' Franchi: e 
se la munificenza di qualche principe s' adoperò 
a farla grandeggiare nelle moli, non ebbe però 
virtù di tornarla alla bontà primitiva. L'archi- 
tettura vive della vita vigorosa de' popoli, non del 
favore de' potenti: epperò ella si rilevò primie- 
ramente in seno alle prime repubbliche, s'inga- 
gliardì tra il sorgere procelloso dei liberi Comuni 
improntandosi d'un carattere in tutto originale, e 
traendo da se medesima le forze proprie, schiva di 

2 



i8 



SECOLO XIII. 



reminiscenze antiche e appropriandosi dell'altrui 
sol quanto s'afTaceva alla sua indole, e agli usi 
e bisogni nuovi. E fu questo il miglior tempo, 
anzi l'unico di vera creazione per l'Architettura 
italica : tempo che va distinto in due periodi ben 
diversi. L'uno abbraccia gli edifizi che dicono 
bizantini o lombardi nei quali domina l'arco a 
tutto sesto e la colonna di proporzioni prossime 
all'antica. L'altro comprende le fabbriche dette 
un tempo gotiche ed ora meno impropriamente 
ogivali in cui campeggiano gli archi a sesto acuto e 
i fasci di colonne sottili, ma soprattutto la figura 
della croce risultante non solo dalle linee gene- 
rali del tempio, ma anche da' suoi quadrati in 
ciascuno de' quali per mezzo di spine o costoloni 
trovasi ella inscritta. Le altre note, onde si rico- 
nosce questo genere d' edifizi sono l'ardimento 
dell'elevazione, lo slancio delle linee e l'assotti- 
gliarsi delle masse, onde non a torto la dissero 
una spiritualizzata architettura. 

Se dalla qualità degli effetti è lecito argomen- 
tare la natura delle cagioni, questa trasformazione, 
che potrebbe chiamarsi quasi battesimo dell'Arte, 
la quale in se specchia la spiritualità del Cristia- 
nesimo, non può nè deve ad altro attribuirsi che 
ad un effetto del risveglio religioso, operato da 
S. Francesco tra' popoli d'occidente. Di fatti il 
primo esempio ne fu dato dalla nostra Basilica, 
che fu poi adottata come tipo di quante chiese si 
vennero inalzando dai Frati Minori. 



CAPITOLO V. 



CAPITOLO V. 

Spartizione della Basilica in chiesa 
e sotterraneo. 

Seguitando l'usanza antica, l'architetto spartì 
la basilica in chiesa e in sotterraneo. I sotterranei 
destinati ad accogliere le ossa de' santi, dovevano 
perciò arieggiare l'oscurità e la tristezza della vita 
terrena, a cui succede pel giusto l' esultanza ineffa- 
bile e la luce immanchevole della vita futura. Di 
quest' ultima faceva ritratto la chiesa o basilica 
superiore, splendida di luce ed ornamenti. Pochi 
sono gli edifizi sacri, che abbianu, come il nostro 
S. Francesco, adombrato nelle loro parti questi 
due così diversi concetti della miseria presente e 
della beatitudine avvenire. Ciò che sarebbe stato 
impossibile all'architettura italo-greca per l' inalte- 
rabilità de' suoi canoni, tornò agevolissimo ad 
un' arte nuova e però non sorda a rispondere alle 
intenzioni dell'artista. L' unica difficoltà che l'ar- 
chitetto ebbe a superare, fu quella del sito disco- 
sceso verso ponente e tutto ingombro di rocce 
calcari. Iacopo la vinse, anzi, come sogliono gli 
uomini valenti, seppe trarne vantaggio, violando 
una costumanza tradizionale: perchè dove gli anti- 
chi situarono mai sempre l'absida verso l'oriente, 
egli la collocò verso l'occaso, ottenendo così due 
commodità singolari, cioè che la facciata della 
Basilica riguardasse la città e il popolo accorren- 



20 



SECOLO XIII. 



dovi, non avesse a girarle intorno per ritrovar 
l'entrata; in secondo luogo che mentre il piano 
della Basilica superiore rispondeva al livello della 
via esterna, il sotteraneo sebbene tanto inferiore, 
avesse sì dai fianchi come dall' absida copia baste- 
vole di luce; e per essere così da tre lati sovra 
terra, fosse immune dall' umidità malsana, inevita- 
bile nè sotterranei. A fine di ottenere queste com- 
modità dell' aria e della luce, fu costretto Lapo 
ad inalzare sotterraneo e basilica sulla pianta 
medesima : onde risultarono ambedue di gran- 
dezza affatto eguale. La differenza sta nel diverso 
modo ch'ei tenne nello svolgere l'elevazione d'en- 
trambi. E primieramente il sotterraneo giunge 
appena alla metà dell' altezza data alla Basilica : 
e se l' intelaiatura delle volte nell' una e nell' altra 
è somigliantissima, ne sono i modi così differenti, 
che nella stessa unità del concetto generale ne 
risulta un carattere del tutto opposto nelle due 
parti del maraviglioso edifizio. Nelle cinque cro- 
ciere della nave nella chiesa di sopra gli archi i 
quali descrivono il quadrato, e le spine che 1' at- 
traversano in croce, sono a sesto acuto, e sì gli 
archi come le spine poggiono su snelle e sottili 
colonne. Nella chiesa di sotto invece, gli archi e . 
i costoloni sono girati in tondo ed hanno per 
sostegno piloni molto bassi e gagliardi ; onde 
quanto la Basilica superiore apparisce maestosa- 
mente legiadra ed atta a sollevare potentemente 
1' animo ai solenni pensieri del cielo, tanto il sot- 



CAPITOLO V. 



2 I 



terraneo ha del misterioso e del tristo, ed invita 
a meditare gli affanni e i combattimenti del pel- 
legrinaggio terreno. Aggiungi a questo un'altra 
notabile differenza, che dove nella chiesa di sopra 
la luce piove abbondante dall'ampie finestre del- 
l' absida de' due bracci della croce, e del corpo 
della nave, nel sotterraneo ella penetra parcamente 
dalle finestre assai minori, essendo tutte da prin- 
cipio state simili a quelle del coro, cioè anguste 
e circolari in cima, con un enorme strombo a 
cagione della grossezza delle muraglie, le quali 
s'assottigliano a misura che si vengono elevando: 
dimodoché tra i due edifici corre quell'immenso 
divario che intercede tra la mesta oscurità d'una 
prigione e il lieto splendore d' una reggia. Nè 
mancò anche al di fuori l' architetto di contrasse- 
gnare questa differenza, avendo costruito il sot- 
terraneo tutto di pietra rossa, e la Basilica di pie- 
tra bianca, quasi volesse accennare, come notò 
un secentista, nel primo il martirio terreno, nella 
seconda il trionfo celestiale. 



CAPITOLO VI. 

Primi privilegi della Basilica, sua magnificenza 
e biasimi che n'ebbe frate Elia. 

Erasi appena posto mano alla costruzione della 
Basilica, quando il romano pontefice con una bolla 



2 2 



SECOLO XIII. 



data da Roma addì 21 ottobre 1228 accettando la 
donazione del colle fatta dalla pietà" degli A'ssisani 
alla sede apostolica, dichiarava quel luogo pro- 
prietà inalienabile della medesima sede, e conce- 
dendo privilegio d'immunità alla nuova Basilica, 
la ponea nell'immediata tutela e protezione del 
pontificato romano, comandando ai frati minori i 
i quali avevano a dimorarvi, che dovessero in per- 
petuo pagare l' annuo canone d' una libra di cera 
a lui e a' successori suoi, come s' è costumato sem- 
pre nella festa dei SS. Pietro e Paolo. ! ) 

L'anno 1230 addì 22 d'aprile in un diploma con- 
cistoriale, soscritto dallo stesso papa Gregorio e 
da tredici cardinali in Laterano, furono confermati 
i detti privilegi, e vi fu aggiunto anche questo, che 
la Basilica d' Assisi dovesse mai sempre conside- 
rarsi capo e madre di tutto l'Ordine: che niuno 
ardisse pronunziare contro di lei sentenza di sco- 
munica o d' interdetto, nè s' attentasse violarne le 
prerogative alla pena della perdita d' ogni dignità, 
e d'essere escluso dalla participazione del corpo 
e del sangue di Cristo ; mentre s' augurano la pace, 
la benedizione di Dio e la gloria celeste a quanti 
ne rispetteranno i diritti. 2 ) 

Avanzavasi intanto la fabbrica sì della chiesa . 
come del chiostro con celerità incredibile e per 
le abbondanti offerte che di continuo giungevano 

4 ) L' originale di questa bolla si conserva nell' archivio del 
S. Convento, e leggesi nel Collis Paradisi, lib. II, pag. 8. 
s ) Collis Paradisi, 1. c. pag 8. 



CAPITOLO VI. 



2 3 



anco da lontane regioni, massimamente dall' Ale- 
magna e per la moltitudine grandissima degli 
artefici che v' erano adoperati. E se muta è la te- 
stimonianza delle scritture, poiché di quel primo 
periodo della fondazione di tanto monumento 
(strano a dirsi) gli archivi non ci hanno conservato 
sillaba ; parla non dimeno per sè stesso la gran 
mole. E quando si considera che in così vasto edi- 
lìzio non v'ha pietra che non sia stata diligente- 
mente concia dallo scalpello del lapicida, e che a 
tanto lavoro bastarono soli due anni, l' immagina- 
tiva è forzata a popolare questo benedetto colle 
d' un immenso esercito d' operai intesi, quali a 
cavar le prossime miniere, quali a riquadrare le 
informi pietre, quali a intagliar colonne, fregi, men- 
sole e cornici ; chi a trasportar sul luogo i mate- 
riali apparecchiati e chi a porli in opera; e tutti 
attendere alla parte loro assegnata con quell' ala- 
crità, con quella fierezza, con quel giubilo, di che 
era capace una generazione di forti e liberi uomini 
avvalorati dalla fede. 

Ma la Basilica e il chiostro d' Assisi erano e do- 
vevano parere troppo disformi e lontani da quella 
picciolezza e nudità che il poverello di Cristo volea 
religiosamente osservata negli oratorii e nei luo- 
ghi dell'Ordine suo. E se le nazioni d'occidente 
gioivano in esaltare l'eroe dell'umiltà evangelica 
facendogli un così splendido sepolcro, quelli tra i 
frati Minori ch'erano stati testimoni della rigida 
vita del Patriarca, e amavano seguitarne fedel- 



24 



secolo xni. 



mente gli esempi, non potevano fare che non ne 
prendessero ammirazione e sdegno e dolore, con- 
siderando quanto funesto avrebbe ad essere al 
loro istituto lo spettacolo d' una così manifesta 
violazione della regola. Quindi eglino sulle prime 
a mormorarne e rammaricarsene in segreto, poi a 
levarne aperti lamenti e a prorompere in biasimi 
e in accuse contro Elia. E questi alla sua volta sia 
che giudicasse impossibile la perseveranza di tutto 
l'Ordine in quell'eroismo primitivo dal quale in 
ettetto molti già s' erano notabilmente partiti, sia 
che fermo e animoso per natura, pigliasse vie mag- 
gior baldanza dalla grazia del pontefice, non sola- 
mente non diede retta alle querele, ma perdutane 
alla mie la pazienza, lasciò a' propri fautori piena 
balìa d'incrudelire negli avversari, o non si curò 
di raffrenarne l'inumanità di coloro che si lusinga- 
vano per tal modo di vie più entrargli in grazia. 
Certo se non è da prestarsi piena fede a tutte 
le novelle che ce ne lasciarono i zelatori della 
disciplina, e a quanto ne troviamo nella leggenda 
di frate Egidio e nella vita di S. Antonio; neppure 
Ireneo Atto, il più eloquente apologista di frate 
Elia, ha saputo interamente assolverlo dalla taccia 
ci: troppo severe verso que' suoi confratelli, che. 
d'altro non erano colpevoli che di tenersi stretti 
al loro caro e venerato maestro. 



CAPITOLO VII. 



25 



CAPITOLO VII. 

Capitolo Generale tenuto nel nuovo convento 
d'Assisi l'anno 1230. 

Nella primavera del 1230 essendo già in punto 
la nuova" chiesa, di consentimento del papa si fissò 
la seconda festa di Pentecoste a dovervi trasferire 
da S. Giorgio il corpo del patriarca serafico. A 
rendere vie più solenne la traslazione s' indisse nel 
nuovo convento d'Assisi il Capitolo generale del- 
l'Ordine, nel quale^non senza sospetto di segreti 
maneggi frate Elia fu richiamato al supremo reggi- 
mento della famiglia minoritica. Due mila furono, 
se dobbiamo credere al Vadingo, i frati che vi 
convennero, tirati da desiderio di vedere le spoglie 
mortali del loro santo maestro. Quindi si fa mani- 
festo che il nuovo chiostro era già condotto molto 
innanzi. E veramente se ben si riguarda la parte 
dell' edilìzio inalzato da Elia in quel primo tempo, 
agevolmente si scorge, che essa girando per tre 
lati, cioè a settentrione, a ponente e a mezzodì, 
dietro l'absida della Basilica, non oltrepassava i 
bracci della croce di essa, lasciando così scoperta 
e libera la vista bellissima dei fianchi del tempio. 
Essendo poi il lato settentrionale occupato dal 
palagio del papa, ne seguita che il convento de- 
stinato per la stanza de' frati teneva gli altri due 
lati di mezzodì e d'occidente. Erano poi le fac- 
ciate interne di questi tre corpi di fabbrica abbel- 



SECOLO xm. 



lite da un doppio ordine di logge, l' inferior dei 
quali era costrutto ad archi sostenuti da basse 
pile quadrate, e il superiore coperto d'una sem- 
plice tettoia sopportata da più sottili pilastri simil- 
mente quadrati e costruiti di pietre calcari a liste 
bianche e rosse. Un buon tratto di questo portico 
antico, che nella semplicità sua dovea apparire di 
una rara bellezza, può vedersi ancora nel primo 
cortile del convento, che s' incontra venendo dal- 
l' entrata verso il refettorio grande. Ma vie più 
magnifiche ne sono le facciate esterne, divisate 
parimente a due ordini di grandi archi a tutto 
sesto, come apparisce tuttavia dal lato di mezzo 
giorno. E veramente a considerar dalla vaile il 
prospetto del superbo edilìzio, si prova un misto 
indefinibile di piacere e di maraviglia, scorgendo 
in quell'arditissima mole il grande animo di chi 
seppe immaginarla, ed essendo essa improntata 
della maschia splendidezza dei palagi e della cupa 
terribilità dei castelli medioevali. 



CAPITOLO viri. 

Traslazione del corpo di S. Francesco 
nella sua nuova Basilica. 

Venne finalmente il dì solenne, affrettato dal- 
l'impaziente desiderio dei popoli. Il papa, trattenuto 
in Roma da gravi negozi, avea mandato in Assisi 



I 



capitolo vni. 



27 



suoi messi con magnifici presenti di paramenta 
sacerdotali e di vasi sacri per la nuova Basilica, 
tra i quali ricorda Giovanni da Ceprano una pre- 
ziosa croce d' oro tempestata di gemme, dentro vi 
una parte del legno della croce di Cristo. 

Per mezzo poi de' medesimi nunzi fece tenere 
al general ministro una lettera, nella quale dopo 
avergli significato, com'ei non potrebbe soddisfare 
al desiderio d'assistere in persona alla traslazione 
delle sacre ossa, deputava lui e alquanti principali 
tra i Frati Minori a presedere come suoi vicarii 
alla ceremonia della traslazione, nella quale con- 
cedeva a quanti vi si fossero recati le indulgenze 
medesime, solite concedersi a chi visitava in Roma 
le basiliche de' principi degli apostoli. Per tale inu- 
sata liberalità del pontefice è lieve immaginare il 
numero immenso de' fedeli accorsi a quei dì, da 
ogni parte in Assisi. Notò il Cepranense, statone 
testimonio di veduta, che non bastando a tanto po- 
polo le mura della città, si vedevano turbe infinite 
attendarsi nelle campagne vicine, e vagare a guisa 
d'armenti sull'alture circostanti per iscorgere pur 
da lontano una parte almeno del gran spettacolo. 
Ed ecco il chiericato e il podestà, muovere pro- 
cessionando all'oratorio di S. Giorgio, accompa- 
gnati e protetti dalle milizie cittadine, e levato indi 
il benedetto corpo, al cui feretro s' erano sobbar- 
cati i vicarii del papa, s' avviarono verso la nuova 
Basilica tra cantici di giubilo e tra lo squillo trion- 
fale delle trombe. Ma nel mentre che nembi di 



28 



secolo xin. 



fiori piovevano dai veroni delle case illustri e dei 
poveri tuguri sull' arca santa ; mentre ella proce- 
deva per le vie tutte messe a festa tra le bene- 
dizioni d' una gente innumerabile, di subito una 
grossa squadra d' armati si fa intorno al feretro, 
si serra addosso ai sacerdoti che lo sostenevano, 
e strappatolo ad essi di mano, ributtando da ogni 
parte la calca sbigottita, lo portono di corsa alla 
Basilica, ne occupano le porte, e vietandone a tutti 
l'entrata, ne serrano l'imposte sul petto della mol- 
titudine che indarno tentava irrompervi a furia. Il 
cruccio, lo stupore, i lamenti del popolo deluso 
nella devota sua aspettazione, mal potrebbero ri- 
dirsi a parole. Nè si contennero quivi le mormo- 
razioni e le querele, chè non tardarono elle a giun- 
gere sino agli orecchi del papa. Ed egli non meno 
dolente e sdegnato di tanto scandolo scrisse addì 
sedici di giugno una bolla ai vescovi di Perugia 
e di Spoleto, nella quale dopo essersi con assai 
gravi parole doluto della ingratitudine degli As- 
sisani, i quali alle molte dimostrazioni di parzial 
benevolenza da lui fatte loro, avendo essi tutto 
ripieno di confusione e di turbamento, ed avendo 
osato metter le mani sacrileghe nel santo corpo, 
s' erano fatti indegni della grazia sua, dice d' aver 
comandato al podestà, al consiglio e al popolo 
del Comune d'Assisi, che nello spazio di quindici 
giorni avessero a mandargli oratori a scolparsi del- 
l' enorme scandalo e a promettere in nome della 
comunità di starsene a quanto egli ordinerebbe. 



CAPITOLO Vili. 



29 



Che se avessero mai ricusato d' obbedire, avrebbe 
egli tolto i privilegi conceduti alla Chiesa di 
S. Francesco, e dava ai predetti vescovi autorità 
di sottoporre la città ribelle alla scomunica e 
all'interdetto, finché non si fosse indotta a dargli 
soddisfazione intera. Questa dolorosa fine ebbe 
una delle più memorande feste del secolo XIII. *) 



CAPITOLO IX. 

Papa Gregorio ascolta benignamente gli oratori 
del Comune d'Assisi. 

Niun documento speciale ci è pervenuto del- 
l' ambasciata del Comune d' Assisi a Gregorio IX, 
ma non avendo avuto effetto la minaccia della 
scomunica, nè essendo stati punto abrogati i pri- 
vilegi sino a quel dì concessi alla Basilica, dob- 
biamo inferirne con piena certezza che il Comune 
prontamente obbedì ai comandamenti papali, e 
che le ragioni allegate a discolpa dagli oratori 
degli Assisani dileguarono dall'animo del ponte- 
fice ogni nube di risentimento. Anzi il vedere 
poco di poi nel 1235 podestà d'Assisi Mattia 
de' Conti di Segni, nipote di Gregorio IX, ci fà 

*) Collis Paradisi, lib. II, pag. 15. 



secolo xnr. 



chiari, che non iscemò minimamente per quel tristo 
caso l'affetto del pontefice verso questa città. *) 
Ora quali saranno state le cause eh' ebbero tanta 
efficacia sull'animo di Gregorio? Buon per noi che 
questo punto oscuro della nostra storia è accom- 
pagnato e rischiarato da tante e tali circostanze, 
che nel campo vastissimo delle congetture ve ne 
potranno essere di più ingegnose ; non certo delle 
meno fallaci. 

Quel che soprattutto stava a cuore agli Assi- 
sani era d'assicurarsi nel perpetuo possesso del 
corpo del massimo loro cittadino. 

I corpi santi erano in quei secoli di fede con- 
siderati dalle città il loro ornamento più bello, il 
più valido loro presidio ; nè mai la più antica delle 
italiane repubbliche fece tanta festa alle proprie 
galee reduce da Levante, come quando esse re- 
cavano in patria le ossa di S. Marco, il cui leone 
ella tolse a sua impresa. Ma per somma sciagura 
e vergogna nostra nacquero ad un parto le libertà 

*) Nel più antico libro degli atti del Comune d'Assisi a 
foglio 20, leggesi di mano di Tommaso notaio la quitanza 
seguente : 

« In nomine Domini amen. Anno Domini MCCXXXV indi- 
zione Vili, tempore pontiricatus Domini Gregori pp. IX mense 
Octobris die XXV intrante: Ego Mattias Domini pape nepos 
et potestas Assisii hac die predicta, propria mea bona volun- 
tate confiteor mihi esse satisfactum piene in M. lib. lucentium 
quas Comune Assisii mihi tenebatur solvere prò salario seu 
feudo potestarie mee Comunis Assisii a te domino Fulgentio 
vicario meo in dieta civitate prò Comune Assisii etc. » 



CAPITOLO IX. 



3 r 



e l'invidie de' Comuni: e l'invidie non tardarono 
a generare le guerre atroci ed implacabili tra le 
città vicine. E vicina ad Assisi era la prepotente 
Perugia colla quale Assisi erasi malauguratamente 
guasta assai di buon' ora. Ed è rimasto famoso 
nelle storie il fatto d' arme seguito tra le due città 
intorno 'al 1202 con la peggio degli Assisani, 
tra' quali combattè sotto lo stendardo del proprio 
Comune anche il giovane Francesco che fu dai 
nemici fatto prigione sul campo, e sostenuto per 
un anno nelle carceri di Perugia. Dovea quindi 
esser naturale negli Assisani il sospetto, che Pe- 
rugia sempre intesa a tiranneggiare le terre con- 
vicine e ad arricchire delle loro spoglie, o prima 
o poi tentasse privarle di tanto tesoro. E la storia 
de' secoli seguenti dimostrò che mal non s' appo- 
nevano in questo timore. 

Volle però la Provvidenza che Assisano di 
nascita e di cuore fosse anche frate Elia al cui 
arbitrio tutto si facea nella nuova Basilica. Onde 
è probabilissimo che nel comune sospetto i cit- 
tadini con Elia communicassero i consigli e le 
provvisioni, accordandosi di celare agli occhi di 
tutti il luogo della sepoltura del Santo, per modo, 
che niuno potesse mai venir fatto di toglierlo per 
forza o per insidia. Ma come nasconderne la 
tomba in così gran concorso di popoli? Non vi 
era a ciò altro modo che quello da loro imma- 
ginato e seguito, di levar cioè il romore, di strap- 
pare il feretro dalle spalle de' sacri ministri, e 



32 



SECOLO XIII. 



vietato a tutti 1' entrare nella Basilica, deporre le 
sacre spoglie nella tomba segretamente apparec- 
chiata. 

Queste si può ben credere che fossero le ra- 
gioni, per le quali subitamente si placò lo sdegno 
concetto da papa Gregorio contro la città. 



CAPITOLO X. 

Con quanta cura assicurò Elia il sepolcro 
di S. Francesco. 



Quasi fossero pochi i prodigi da S. Francesco 
operati nel breve corso di sua vita presente, volle 
il popolo circondarne di maraviglie anco il sepol- 
cro. Non andò guari che si diffuse una novella, 
esser egli risorto nella tomba, e il corpo dell'uomo 
portentoso essersi levato in piedi, e che così ritto 
con le mani sul petto, celate nelle maniche, ri- 
guardava con la faccia levata verso il cielo. Più 
tardi s'aggiunse che il luogo della sua sepoltura 
non era già un' angusta celluzza, bensì una terza 
chiesa sotterranea, la quale se non eguagliava 
d'ampiezza le due sovrastanti non cedere però 
loro di bellezza di magnificenza. E si favoleggiò 
di papi e cardinali discesi in questo sotterraneo 



CAPITOLO X. 



33 



e che n' erano usciti con la consolazione ineffabile 
d'aver mirato co' propri occhi, quasi - vivente il 
patriarca dei minoriti. E tant' oltre andò l'audacia 
di così fatti sognatori, che l'Angeli nel suo Collis 
Paradisi ci regalava il disegno della terza chiesa, 
determinandone per giunta le precise dimensioni. 

Le indagini fatte nella metà di questo secolo 
sotto l' ara sepolcrale della Basilica inferiore sbu- 
giardarono a un tratto questa litania di favole, e 
vennero invece a mostrarci, quanto geloso studio 
ponesse frate Elia a rendere inaccessibile il sepol- 
cro di S. Francesco. 

In mezzo all'area eh' è sotto la prima crociera 
verso l'absida, proprio nel luogo, nel quale avea 
a collocarsi l'altare maggiore, fece egli adunque 
aprire nel vivo della rupe una cella profonda me- 
tri 2,25, e larga per ogni lato metri 3,50: poi ne 
fece rivestire il piano di pavimento e le quattro 
pareti d' un muro di travertini ben conci e puliti, 
dando molto maggior grossezza ai muri de' fian- 
chi, di guisachè la cella prima quadrata ne diventò 
oblunga. Nel vano di questo loculo fece porre 
l' arca di pietra calcare in cui si avea a chiudere 
il corpo del santo. E questo lavoro d' apparecchio 
si dee credere eseguito, dopo che recato a fine 
il sotterraneo, e rimasto il luogo affatto solitario 
poteva farsi quel cavamento da pochi artefici , 
probabilmente frati minori, e da Elia sperimen- 
tati di non dubbia fede. Seguita poi la tumultuaria 
traslazione, lo spazio del tempo che per cagione 

3 



34 



secolo xru. 



dell'interdetto fu chiusa la Basilica, diede agio a 
finir l'opera con tanto avvedimento incominciata 
Deposto pertanto il sacro corpo nell'urna di 
pietra, fu ella rinchiusa in una fortissima gabbia 
di ferro, le cui spranghe molto più spesse nella 
parte superior:, insertandosi a croce tra loro, 
chiudevano e proteggevano per tal modo la bocca 
dell'arca da rendere impossibile a chicchessia il 
porre le mani nelle sacre spoglie. Sopra questa fitta 
grata fu quindi posto a coperchio un lastrone di 
travertino della grossezza d'un palmo, e incasto- 
nato ne' muri che rivestono la cella, i quali perciò 
erano stati condotti sino a queir altezza. Su que- 
sto coperchio si versò poi buona quantità di calce, 
mista di ghiaia minuta, capace di stringersi in 
solido masso : e su questo si sovrappose un' altra 
assai maggiore lastra della pietra medesima. Poi 
fattovi sopra un secondo colo di fior di calcina, 
simile al precedente, vi fu imposta una terza e 
più grossa lapida pur di travertino. Ma rimanendo 
tuttavia un po' di spazio per giungere sino al 
pavimento del sotterraneo, fu tutto quel vano 
riempiuto di sassi informi mescolati di tenacissima 
calce. 

A queste provvide cautele di frate Elia deve 
Assisi il benefizio della perpetua possessione delle 
ceneri del suo massimo cittadino. 



CAPITOLO XI. 



35 



CAPITOLO XI. 

Prime prove della rinascente Pittura 
nella Basilica d'Assisi. 

Le basiliche medio-evali con le loro linee sem- 
plici e grandiose e con i vasti compartimenti delle 
volte e delle pareti aprivano un vasto campo alla 
Pittura, la quale non paga di coprire di storie 
ciascuna parte delle navi e del santuario, spiegava 
persino nelle invetriate delle finestre il proprio 
magistero. Quindi seguitavano due buoni effetti, 
che la luce attraversando queir iride misteriosa e 
posandosi sulle pareti dipinte, n' era così fatta- 
mente temperata che disponeva gli animi al rac- 
coglimento, e i riguardanti, ove che drizzassero 
l'occhio, sentivano bene esser quivi l'abitacolo 
del Dio vivente e il luogo dell'orazione. 

Non è però da far le maraviglie, se di pitture 
antichissime e coeve all'edificazione vediamo or- 
nato il sotterraneo in tutto il corpo della nave. 
Quivi le vele delle volte sono colorite d'azzurro 
e circoscritte da larghi fregi con ornamenti assai 
svariati di costruzioni geometriche, di rosoni e 
fogliami: e la stessa ricchezza e varietà di deco- 
razioni s'ammira nelle spine che partendo dagli 
angoli, vanno a far capo nella sommità delle volte. 

Ma ben più degne di considerazione sono le 
storie evangeliche e quelle della vita del santo 
colorite a fresco, le prime a man destra, le seconde 



SECOLO XIII. 



a sinistra di chi riguarda l' altare. Dobbiamo sì 
dolerci che gli archi aperti ivi più tardi per dare 
adito alle cappelle, che si vennero man mano edi- 
ficando ai fianchi d' essa nave, abbiano per modo 
mutilato le dette storie, che nessuna ce n' è giunta 
intera. Nondimeno questi frammenti, massime quei 
della vita di S. Francesco, tema affatto nuovo per 
gli artefici, e che quindi niente hanno di tradizio- 
nale come le storie evangeliche, meritano tutta 
l'attenzione dello storico dell'Arte, essendo elle 
un bel saggio delle prime creazioni della Pittura 
italiana. Eppure nessuno de' tanti illustratori .della 
nostra Basilica ha pensato mai, non dico a descri- 
verle, ma neanche ad accennarne gli argomenti. 
Se io fossi artista, sarei lietissimo di darne qui i 
disegni con quella maggior fedeltà che fosse pos- 
sibile, certo di fare con ciò un gran servigio alla 
storia della Pittura. Non essendo tanto in mia 
facoltà, dovrò contentarmi di farne un breve ri- 
tratto a parole. 

La prima storia del santo, a cominciare dal 
fondo della nave a mano sinistra, figura France- 
sco giovinetto che, rinunziata al padre l' eredità, e 
rimasto ignudo nella presenza del vescovo Guido, 
n' è ricoperto col proprio pluviale con paterna 
sollecitudine: alquanti chierici infondo alla scena 
si veggono atteggiati di meraviglia. Nella seconda 
storia papa Innocenzo vede in sogno il Laterano 
cadente, sostenuto dall' umile poverello, a lui tut- 
tora sconosciuto. Vedesi nella terza il santo col 



CAPITOLO XI. 



37 



breviario nella destra volgere affettuosamente la 
parola agli uccelli: dietro gli stà il compagno con 
viva significazione di lieto stupore. Nella quarta 
sono figurate le Stimmate : il santo è affatto per- 
duto, e rimane solo nell'aria il serafino con le 
mani e i piedi distesi a modo di crocifisso, con 
le ali alle braccia e con la persona chiassata dì 
sangue. La quinta, eh' è l'ultima dal lato sinistro 
ci presenta un' assai ricca invenzione. Il corpo del 
santo è disteso in terra con più figure di frati 
genuflessi all' intorno ; nel fondo in mezzo ad altri 
frati con ceri accesi in mano, è il sacerdote in atto 
d'aspergerlo d'acqua benedetta: in alto l'anima 
del santo, in mezza figura, chiusa in un nimbo 
luminoso, e portata da due angeli in paradiso. 

Si paragonino ora questi primi tentativi dell'arte 
colle storie celebratissime, che sugli stessi argo- 
menti Giotto condusse nella Basilica di sopra, e 
si vedrà che il gran discepolo della natura, tolse 
di sana pianta da questi vecchi affreschi le compo- 
sizioni, aggiungendovi di suo un miglior disegno, e 
quegli avanzamenti tecnici ch'erano frutto del- 
l'esperienza de' suoi predecesssori e della sua pro- 
pria. Sicché mentre per un rispetto ci rallegriamo 
che il tempo e gli uomini abbiano perdonato a così 
bei saggi della rinnovellata Pittura, dobbiamo al- 
tresì rammaricarci del veder così mutilati i cinque 
che restano, e più ancora abbiamo a dolerci della 
perdita totale delle altre sei, eh' erano nei fianchi 
dell' ultima crociera, e delle altre sei che ornavano 



3 8 



SECOLO XIII. 



le pareti dove più tardi s' aprirono gli archi delle 
nuove cappelle. 

Peggior sorte incontrò alle storie della passione 
di Cristo, che sono nel fianco destro, non avan- 
zandone più che quattro, le quali si vogliono qui 
descrivere brevemente. 

Nella prima, a cominciare dal fondo della chiesa, 
è istoriata la crocifissione: e vi si vede il patibolo 
con una scala ad esso appoggiata : a sinistra v' è un 
gruppo di scribi e farisei, spettatori del supplizio. 
Il tema della storia seguente è accennato dalla 
scritta sovrapposta : Ecce mater tua. Vi si scorge 
infatti un frammento di Crocifisso, con a piè le 
tre Marie e con la Vergine bianco vestita con 
manto color viola, rivolta a Giovanni vestito di 
rosso con manto bianco. Nella terza è figurata la 
deposizione. Giuseppe d'Arimatea sulla scala so- 
stiene il morto Redentore, le cui braccia sono già 
distaccate dalla croce, mentre Nicodemo genu- 
flesso ne schioda i piedi non sovrapposti: intanto 
il discepolo fedele sorregge un braccio di Cristo 
e in disparte Maria appoggiata ad una rupe con- 
templa il figliuolo colle braccia aperte e distese: 
il simile fa un angelo in alto atteggiato d' affet- 
tuosa pietà. La quarta che reca il motto Mulieres 
sedentes ad monumentum, figura il morto Nazza- 
reno, disteso su d'una pietra con cinque donne ed un 
angelo all'intorno, che lo guardano pietosamente. 
Le storie seguenti, come s'è detto, sono perdute: 
e la nostra Donna sedente col divin fanciullo in 



CAPITOLO XI. 



39 



grembo, con cui un angelo a sinistra che ha tra 
mano un disco dentrovi la croce, sembrano figure 
meno antiche delle già descritte. 

A Guido da Siena e a Mino da Turrita qualche 
moderno attribuisce senza verun fondamento le 
dette storie. 



CAPITOLO XII. 

La più antica effigie del santo 
nella sua Basilica. 

Ben si può dire che non abbia la morte punto 
balìa sugli uomini per qualsiasi virtù eccellenti : 
perchè, mentre le penne degli storici perpetuano 
la ricordanza delle opere loro, i pennelli e gli scal- 
pelli degli artefici ne riproducono a gara le sem- 
bianze, tantoché dalle tavole e dalle tele, come 
dai marmi e dai bronzi pare ch'essi favellino an- 
cora alla più tarda posterità. 

Da questo privilegio non poteva andare escluso 
il gran rinnovatore del mondo: anzi se mai solo 
dalle immagini sue dovessimo argomentare l'entu- 
siasmo ch'egli destò sulla terra, pochissimi anco per 
questo lato potrebbero venire a concorrenza con 
lui: tanto è il numero delle imagini che di S. Fran- 
cesco si riscontrano in ogni contrada. 



40 



SECOLO XIII. 



Non è qui luogo a disputare sull' autenticità dei 
ritratti che di lui tuttavia vivente si credono di- 
pinti dal Berlinghieri di Lucca, dal Monaco di 
Subiaco e da un pittore Perugino. Restringendoci 
ora toccare di quei solamente che possiede la pa- 
tria sua, tre ne debbo ricordare, cioè l'antica tavola 
già posseduta dalla casa Bini, ed ora conservata dai 
Frati Minori del Monte vicino a Perugia, la quale 
fu coperchio dell'arca di legno, in cui stette chiuso 
il corpo del santo in S. Giorgio sino alla sepoltura 
sua nella nuova Basilica: la seconda nella cappella 
della sacristia degli Angeli che dicesi fosse il po- 
vero giaciglio del santo Patriarca: la terza che si 
costudisce nel sacrario interiore della nostra Basi- 
lica, detto un tempo la camera del tesoro. Niuna 
delle tre tavole reca scritte speciali, salvo quella 
degli Angeli, a piè della quale si legge l'esametro 
seguente ; 

Hic mihi viventi lectus futi et monetiti. 

Ma se 1' età loro non apparisce da note crono- 
logiche, rivelasi ella manifestamente dalla maniera 
arcaica del dipinto rozzo e scaduto nelle due prime, 
diligente e conservatissimo nella terza. Un altro 
vantaggio ha sulle prime due la nostra, che oltre al 
ritratto del Patriarca serafico figuratovi nel mezzo, 
presenta ai lati le storie di quattro miracoli. 

Vi si vede adunque il santo in piedi in atto di 
muovere il passo, con una croce nella destra, e 



CAPITOLO XII. 



4* 



nella sinistra col libro degli evangeli aperto, sulle 
cui facce si leggono queste parole che riassumono 
lo spirito della Regola : Si vis perfectus esse vade 
vende omnia que, Jiabes et da pauperibus. L' aria e 
i lineamenti del viso rispondono a maraviglia al 
ritratto che ce ne lasciarono a parole il Celanense 
e il Dottore Serafico. Tutti ad una voce attribui- 
scono questa dipintura a Giunta pisano ; e la tradi- 
zione ci attesta che gli fu allogata per Y altare del 
sotterraneo, situato sul sepolcro del beato padre. 

A vie meglio confermarci in questa opinione ne 
concorre cosa non ancora avvertita da alcuno. 
Nella pinacoteca Vaticana esiste un' altra tavola 
in tutto somigliante alla nostra e di grandezza e 
di stile, coli' effìgie di S. Francesco in mezzo a 
quattro storie di miracoli, diversi da quelli figu- 
rati nella nostra. Ora è molto verisimile che la 
tavola vaticana formasse da principio colla nostra 
un sol quadro, perchè avendo a collocarsi sopra 
un altare isolato, potesse d'ambedue i lati vedersi 
l'immagine del santo patriarca. 

Perciò che riguarda l'autore, non vorremmo op- 
porci alla concorde autorità degli storici. Nondi- 
meno non sappiamo dissimulare due considerazioni 
che ci tengono in forse. Primieramente era usanza 
di' Giunta scrivere nelle sue tavole il proprio nome: 
e avendolo egli segnato fin nella piccola croce che 
dipinse per S. Maria degli Angeli, non vedremmo 
perchè avesse poi da ommetterlo in questa opera 
di tanta maggior importanza. Oltre a ciò nella no- 



42 



secolo xnr. 



stra tavola si scorge una squisitezza d'esecuzione 
insolita nel Pisano: e specialmente i fregi minu- 
tissimi dell'aureola intorno alla testa, sono fami- 
gliari alla vecchia scuola senese, e invano si cer- 
cherebbero in altri lavori di Giunta. 



CAPITOLO XIII. 

Frate Elia promuove il compimento 
della Basilica. 

Scrive l'autore del Collis Paradisi che l'opera 
della nuova chiesa interrotta o lentamente prose- 
guita sotto il generalato di fra Giovanni Parenti, 
fu nel 1236 ripigliata con maggior lena da frate 
Elia, eletto moderatore supremo dell' Ordine nel 
capitolo tenuto il detto anno in Assisi. E conti- 
nuando afferma, che a questo secondo periodo di 
tempo deve attribuirsi l' inalzamento dei torrioni 
che fiancheggiano le mura e la costruzione delle 
volte nella chiesa di sopra. 

Noi però con tutta la fede che abbiamo in quel 
secolo capace di sforzi titanici, peniamo a credere 
che sì corto spazio di tempo bastasse a tanto 
lavoro cosicché in quello stesso anno la chiesa 
fosse già atta al divin culto. D'altra parte è fuor 
di dubbio che nel 1236 era già dipinta la gran 



CAPITOLO XIII. 



43 



croce di Giunta Pisano, collocata all' ingresso del 
presbiterio. Onde ci pare più verisimile supporre 
che i torrioni si venissero inalzando sin dal primo 
sorgere del duplice tempio : ed ecco le ragioni che 
cel persuadono. E in prima sono essi talmente 
collegati col resto della fabbrica, che la loro co- 
struzione apparisce evidentemente coeva a quella 
delle due chiese. In secondo luogo senza di essi 
sarebbe mancata ogni via di comunicazione tra 
la chiesa e il sotterraneo, perchè la più semplice 
osservazione basta a chiarirci che l'unico accesso 
primitivo tra queste due parti del sacro edifizio 
furono le scale a chiocciola dei due torrioni ai 
fianchi dell' absida. Il terzo e più valido argo- 
mento ce lo porge la stetica. Nelle basiliche ogi- 
vali la grave spinta degli archi acuti e delle volte 
sui fianchi di sostegno esige il corrispondente 
contrasto dei contraforti laterali: e sarebbe as- 
surdo, anzi ridicolo il credere che 1' architetto di 
questa chiesa, il quale mostrò tanto avvedimento 
in ogni parte, avesse poi trascurato di provvedere 
alla solidità di tanta mole, massime quando la 
durata degli edifizi era cura precipua degli artefici. 

A quest'anno adunque riferiremo con maggior 
probabilità il compimento delle volte nella chiesa 
di sopra, e la dipintura e la collocazione del gran- 
d'albero di croce sulla trave orizzontale nella cro- 
ciera prossima al presbiterio. Quest' opera insigne 
dell'artista pisano, lo diciamo non senza grave 
rammarico, andò miseramente perduta nel passato 



44 



SECOLO XIII. 



secolo: e ce ne duole soprattutto perchè con lei 
perì l'imagine del fondatore della Basilica, dell'ani- 
moso frate Elia, che vi si era fatto ritrarre in una 
bozza a piè del Crocifìsso con la scritta seguente : 



FRATER HELIAS FIERI FECIT. 
JESU CHRISTE PIE MISERERE PRECANTIS HELIE 
IUNCTA PISANUS ME PINXIT ANNO DOMINI 
MCCXXXVI. 



Certo, quell' imagine dell'uomo grande, umiliato 
a piè del Cristo agonizzante era la più eloquente 
risposta all'accuse di che lo fece segno l'invidia. 
Ed egli nell'amarezza dell'ingiusto esilio e nella 
sconsolata solitudine di Cortona sul punto di chiu- 
dere abbandonato da' suoi ed escluso dall'Ordine, 
una vita spesa indarno a comporre i dissidi pro- 
fondi tra la Chiesa e l'impero, si sarà consolato 
pensando : l' imagine mia a piè del Redentore sul 
sepolcro del mio dolce maestro dirà ai posteri più 
giusti dei contemporanei che io custodii il tesoro 
della fede de' miei padri, che la guerra spietata 
degli uomini non mi fè smarrire la speranza nel 
Dio della giustizia e della misericordia. Povero 
Elia! Chi gli avesse detto allora: verrà giorno che 
anche quella tua imagine sparirà dal monumento 
immortale che tu ponesti al tuo Patriarca! Forse 
un simile presagio l'avrebbe attristato più che 
l'angoscia d'avere a lasciare le ossa travagliate 
in una terra non sua. 



CAPITOLO XIV. 



43 



CAPITOLO XIV. 
La torre del campanile. 

In questo medesimo tempo si finì la grandiosa 
fabbrica del campanile, situato ritualmente nel 
fianco rispondente al lato del Vangelo, e posto 
in guisa che l'ampia sua mole non impedisse 
punto la luce alle finestre delle due crociere pros- 
sime al presbiterio, tra le quali esso torreggia 
elevandosi di lungo tratto sull'altezza della Basi- 
lica medesima. 

E vanto incontrastabile dell'Architettura del 
medio-evo l'aver saputo creare i più bei campa- 
nili, accoppiando felicemente alla semplicità delle 
linee generali una maravigliosa ricchezza d' orna- 
menti: e chi ne dubitasse ancora, non ha che a 
volgere uno sguardo allo stupendo campanile di 
S. Maria del Fiore. 

Assisi che già ne possedeva due bellissimi, 
quello del Duomo, e la torre del popolo allato 
all'antico tempio di Minerva: vide con gioia sor- 
gere tra il 1236 e il 1239 questo, che per bellezza e 
solidità può bene annoverarsi tra' primi d'Europa, 
non che d' Italia. 

Consiste esso in una gagliardissima torre qua- 
drata, divisa per mezzo di cornici in cinque ordini 
senza contare il solido ed elevato basamento. Nei 
detti ordini oltre ad un risalto di muro agli an- 
goli, ricorrono da sommo ad imo due paraste, che 



46 SECOLO XIU. 



distinguono così il campo di ciascuna faccia delia 
torre in tre compartimenti rettangolari, nel cui 
spazio s' aprono nell' ordine superiore tre ampi 
fìnestroni da ciascun lato, col vertice ad arco di 
tutto sesto. Accresceva pur vaghezza a questa 
mole una cuspide ottagona, che nel secolo XVI 
venne demolita per essere di continuo il bersa- 
glio dei fulmini. Tale è il maestoso prospetto 
esterno di questo campanile, degno veramente di 
stare allato a così mirabil edilìzio. 

Chi però volesse conoscerne la solidità e l' agia- 
tezza, lo visiti per entro e non potrà a meno di 
non restar maravigliato considerando le quattro 
solidissime pile che si levano a rinforzo degli 
angoli interni della torre ; e gli archi rampanti, 
che gittati dall' una all' altra pila, offrono una via 
agiatissima per ascendere sino all'ordine supremo 
senza pur salire una scala. 

Che questa torre poi debba attribuirsi allo zelo 
di frate Elia ce ne fanno indubbia fede le prime 
sei campane che vi furono collocate. Da fra Sa- 
1 imbeni da Parma, cronista contemporaneo sap- 
piamo che la maggiore fu fatta con le limosine 
dei ministri che governavano le provincie dell'Or- 
dine nel tempo del generalato d'Elia: ed afferma 
quello scrittore d'aver egli stesso veduta quella 
campana assai grande, bella e sonora, la quale 
insieme con le altre cinque rallegrava del suo suono 
tutta quanta la valle. Noi non temiamo di scen- 
dere a questi particolari che tutto in quell'età e 



CAPITOLÒ XIV. 



47 



in quel monumento mirabile ci sembra avere una 
qualche importanza storica, massime dacché l'im- 
provvida mania del rinnovare ci ha talmente im- 
poveriti di così fatti cimelii. 

Nella maggiore adunque delle campane fatte 
fondere da frate Elia, e che conteneva una non 
mediocre mestura d' argento, si leggevano queste 
parole : 

Anno Domini MCCXXXVIIII papae Gregorii 
tempore noni, Caesaris ac potentissimi Federici: o 
Francisce pie fratris studio sed Helie : Ckristus 
vincit, Christus regnat, CJiristus imperati mcntem 
sancteim spontancam honorem Deo et patriae libe- 
rati onem: Cum fit campana que dicitur Italiana : 
Bartolomens Pisanus cum Loteriìigio filio eius me 
fccit: Ave Maria grafia piena Dominus tecum 
benedicta tu in mulicribus et benedictus frucius 
v en tris tui. 

Nella minore, che fu rifusa a memoria nostra, 
legge vasi : 

Anno Domini MCCXXXVIIII. F. Elias fieri 
fccit: BartJiolomcus Pisamis me fecit cum Loter bi- 
gio filio eius: Ora prò nobis beate Francisce: ave 
Maria gratia piena. Alleluia. 

D' un altra, che in processo di tempo si ruppe, 
ci fu conservata dall'Angeli l'iscrizione, che leg- 
giadramente esprime i varii usi de' sacri bronzi. 



Sabbatha pango, funera piango, fulgura frango : 
Excito ìentos, domo cruentos, dissipo ventos. 



4 8 



SECOLO XIII. 



CAPITOLO XV. 

Madonna lacopa de* Frangipani 
sepolta nella Basilica di s. Francesco. 

E bello il vedere anche dopo la morte conti 
nuare il patriarca serafico ad esercitare quella po- 
tente attrazione, che esercitata aveva sugli uomini 
nel corso della vita: e così la sua basilica popolarsi 
di tombe ove dormono il sonno de' giusti uomini 
per virtù, per ingegno e per dottrina chiarissimi. 

Prima a dar quest' esempio di religioso affetto ci 
si presenta nel 1236 una gentildonna romana, il cui 
nome è strettamente legato a quello di S. France- 
sco donna lacopa detta volgarmente de' Settesolii. 
Era costei donna di messer Sancio dei Frangipani, 
signore di Sermoneta, ed avea conosciuto in Roma 
l'uomo di Dio, ed erane rimasta sì fattamente presa, 
che l'amor suo non ebbe fine se non con la morte. 

San Bonaventura ci narra quel grazioso aned- 
doto dell'agnello regalatole dal santo padre, e da 
lei avuto carissimo, il quale maravigliosamente ad- 
domesticatosi con la donna, non le si partiva un 
momento da lato, e seguitandola persino in chiesa, 
dava in sèai fedeli spettacolo di divozione nel luogo 
santo. Anzi fattosi a lei maestro delle cose spiri- 
tuali, se mai non si fosse desta a ora di mattutino, 
avea per costume di destarla co' suoi belati. V'ha 
chi scrisse, che sentendosi il santo prossimo alla 
sua fine le fece scrivere, che s' affrettasse di venire 



CAPITOLO XV. 



49 



a lui, se desiderava di rivederlo ancora in terra, 
pregandola di recar seco de' ceri pel suo mortorio. 
Nei ricordi del sacro convento si nota, che questa 
piissima donna offerse due drappi ornati di fiori e 
d'uccelli a ricami d'oro, coi quali fu ricoperto nei 
funerali il corpo di S. Francesco. Dopo la cui 
morte si ritrasse a vivere in Assisi osservando la 
regola del terz' ordine dei penitenti, e giovandosi 
dell'esempio e dei conforti dei primi ferventi di- 
scepoli del Patriarca, segnatamente di Frate Egi- 
dio ch'Ella visitava nell'eremo del Monte presso 
Perugia. Venuta da ultimo a morte 1' anno pre- 
detto, o come ad altri piace, nel 1239 Tu sepolta 
in un avello a parte nella chiesa inferiore sotto V an- 
tica orchestra: e sulla sua tomba fu scolpito que- 
sto epitaffio eloquentissimo in quell'età così parca 
di lodi, quanto n'è prodiga la nostra: 

Hic iacet lacoba sancta nobilisque romana. 

Nè solamente a lei, ma anco a due suoi figliuoli 
fu data sepoltura in questa basilica. L'uno ebbe 
nome Giovanni, 1' altro Graziano, probabilmente 
il Gratiamis romanus, stato Podestà del Comune 
d'Assisi nel 1233. 



4 



5» 



SECOLO XIII. 



CAPITOLO XVI. 

La basilica di S Francesco rispettata 
dalle milizie di Federigo II nell'oppugnazione 
della città. 

(anni 1 239-1 246) 

A tutti è noto l' astio profondo della casa Sveva 
contro i romani pontefici, e come da ultimo que- 
sto proruppe in guerra aperta tra Federigo II e 
Gregorio IX e i successori di quest' ultimo. Noi 
accennammo già alla benevolenza onde quell'im- 
peratore fu largo ad Elia, e i lettori poterono di 
per sè avvertire la devozione del frate allo Svevo 
notando nella scritta della maggior campana della 
Basilica quell' aggiunto di potentissimo dato a Fe- 
derigo, mentre di Gregorio non vi s' accenna che 
il nome. Ora un altro argomento dell'affezione di 
Cesare verso Elia, se pur non voglia credersi un 
argomento della riverenza d' esso imperatore verso 
il Santo, è il vedere in questa Basilica sepolta in 
un magnifico mausoleo in fondo alla nave del sot- 
terraneo Iole o Iolanda Lusignana, regina di Ci- 
pro, e moglie dello stesso Federigo. 

Allo scoppiar di quel turbine, quando la rabbia 
ghibellina si sfogò sulle città rimaste fedeli al pon- 
tefice, Assisi con altre due sole terre dell'Umbria, 
durò costante nella causa nazionale, ed ebbe per- 
ciò a sostenere un fierissimo assalto. 

Di quel procelloso periodo una cronaca con- 



CAPITOLO XVI. 



temporanea dell'Archivio di S. Francesco, scritta 
molto probabilmente da Frate Giovanni di Canto, 
ci ha conservato particolari importantissimi: e noi 
la rechiamo qui voltata dal rozzo latino in cui fu 
dettata. 

« Fra gli altri crudelissimi tiranni che afflissero 
« l'Italia e il clero nel tempo di Federigo, fu Vitale 
« d'Aversa in Puglia, uomo che di cristiano ebbe 
4 solamente il nome. Costui guidando una grossa 
« masnada di soldati saracini, di Bianchi e di mali 
« cristiani, mandato da Federigo nella valle spo- 
« letana, come fu giunto ad Assisi, ne distrusse 
« i sobborghi con molta uccisione. E giudicando 
« essergli mestieri vincere Perugia ribelle all' impe- 
« ratore e devota a messer lo papa e alla Chiesa, 
« e Assisi eziandio facea il somigliante. Vitale de- 
« liberò avere anco Assisi per forza d'arme. Ed 
« assalendo la terra e dando il guasto al contado 
« s'ingegnava d'atterrire i cittadini, ai quali facea 
« fare comandamento per un suo trombetta, che 
« avessero a recarsi alle voglie di Federigo e dar- 
« glisi nelle mani; ma queglino rifiutavano d'obbe- 
« dire. Perchè montato in ira Vitale mise a ferro e 
« a fuoco quanto era nei pressi della città, e i sa- 
« racini badavano a metter fuoco ne' casamenti e 
« nelle chiese ch'erano fuori della cerchia delle 
« mura ». 

Seguita poi il cronachista a raccontar l'assalto 
dato dalla sfrenata soldatesca al monastero di 
S. Damiano, da cui fu miracolosamente ributtata 



SECOLO XIII. 



ai preghi della figliuola primogenita di S. France- 
sco, la quale vi dimorava con le sue sante disce 
pole. Da tutto ciò appar manifesto, che nè rispetto 
d' umanità, nè riverenza di religione valse a tratte- 
nere quei feroci dal manomettere ogni cosa umana 
e divina. E nondimeno in tutta questa narrazione 
non s' incontra parola che accenni anco alla lon- 
tana a verun attentato che i saracini commettes- 
sero a danno della basilica francescana, ancorché 
fosse ella fuor del recinto delle mura, e i barbari 
ardendo i sobborghi, si spingessero fin sulle porte. 

Ora qual potè esser mai la cagione, per cui la 
chiesa e il convento di S. Francesco andarono im- 
muni da quella devastazione universale? Non certo 
la riverenza di tanto santuario, che per la più parte 
era questa masnada composta di gente non bat- 
tezzata, nè affetto che Federigo sentisse pei frati 
minori, a lui odiosissimi e da esso perseguitati cru- 
delmente, perchè li sapeva i più animosi ed auto- 
revoli sostenitori di parte guelfa. Il saper poi quel 
santuario arricchito di preziosi donativi dai ponte- 
fici e da tutta cristianità, dovea aizzar più che mai 
ne' barbari l'ingordigia naturale della preda. Certo, 
se i ghibellini s' astennero come pare indubitato, 
dal violare quest' unico santuario non può ad altro 
attribuirsi che al rispetto che le milizie imperiali 
dovevano portare al luogo ov' è sepolta la donna 
del loro signore, sulla cui persona sarebbe ridon- 
dato l'oltraggio d'una simile profanazione. 

A secoli, che s' onorarono del titolo di civili, era 



CAPITOLO XVI. 



53 



serbata l'infamia del mettere sacrilegamente le 
mani nel tesoro della basilica, e di sperperare 
quegli ori e quegli argenti, che nella ricca loro 
serie fornivano ai posteri una storia compiuta del- 
l' orificeria d'Europa. 



CAPITOLO XVII. 

Il tesoro della curia romana 
custodito nella Basilica di S. Francesco. 

Una bolla di papa Innocenzo IV data da Viterbo 
addì 7 febbraio 1244 al custode, al guardiano e ai 
frati minori d' Assisi, deputati alla custodia delle 
cose papali, mette in sodo un fatto singolare, che 
ci dimostra vie meglio l'importanza di questo san- 
tuario, eletto a preferenza d'ogni altro d'Italia, 
come il più sicuro luogo a deporvi e custodirvi il 
tesoro della Curia pontifìcia. Quando gli ambiziosi 
baroni di Roma e il popolo di quella città così 
facile a lasciarsi sollevare mettevano i papi in con- 
tinuo sospetto, da non avventurarsi di tenere nè 
anche presso le tombe dei principi degli apostoli 
le loro ricchezze, è bello vederli adunque porre 
l'occhio sulla nostra basilica e commettere i loro 
begli arredi, i vasi e paramenti sacri, i libri e quan- 
t' altro avevano di raro e prezioso, ai poveri figli 
di S. Francesco, e durare tal fiducia per oltre a 



54 



quel primo secolo. Tanto ci viene attestato da più 
d'un cronachista e dagli stessi documenti degli Ar- 
chivi Vaticani. 

Ma per tornare alla bolla d'Innocenzo, è da 
sapere eh' egli stato da cardinale uno de' meno 
avversi all'imperatore Federigo, come fu salito 
sulla cattedra di S. Pietro, si volse a proseguire 
la politica de' suoi predecessori deliberati d'abbat- 
tere in Italia la potenza degli Svevi. E perchè ac- 
cortosene l' imperatore davasi a fare apparecchio 
d'armi, Innocenzo dopo alcuni mesi di dubbia 
aspettazione si risolse per togliersi ai rischi di pas- 
sare, come fece, in Francia. Sui punto adunque di 
lasciare l'Italia mandò in Assisi Giovanni suo fa- 
migliare con la detta bolla, in cui ordinava ai frati 
di S. Francesco, che nelle mani di quel suo messo 
avessero a rassegnare il tesoro della romana curia. 
Il che fece mosso non tanto da timore di pericolo 
che corressero quei preziosi oggetti ivi deposti, 
quanto dalla probabilità d' una assai lunga dimora 
di là dalle Alpi, sentendo egli bene di non poter- 
sene tornare tranquillamente alla sua sede, finché 
vivesse Federigo. 



CAPITOLO xyiii. 



55 



CAPITOLO XVIII. 

Innocenzo IV consacra la Basilica 
e il convento d'Assisi. 

Tornato otto anni appresso di Francia papa 
Innocenzo, come fu giunto a Perugia, volle in- 
nanzi tutto dimostrare la speciale sua devozione a 
S. Francesco eh' egli avea conosciuto e venerato 
vivente. Diresse adunque addì 13 febbraio 1252 
una bolla ai frati minori della nostra basilica, per 
la quale concedeva ai fedeli che contriti e confessi 
la visitassero il dì della festa del santo padre e nei 
quindici seguenti, l'indulgenza d'un anno e qua- 
ranta giorni. 

L' anno appresso del mese d' aprile recavasi 
Innocenzo ad Assisi e alloggiava colla corte nel 
palazzo papale allato al santuario, trattenendovisi 
fin verso la metà d'ottobre. 

Durante questa sua non breve dimora tra noi, 
essendo già le due chiese e quanto alla fabbrica e 
quanto agli ornamenti loro condotte a fine, volle 
il pontefice farne egli stesso la sagra con queir ap- 
parato che si potè più magnifico. Seguì la solen- 
nissima dedicazione la domenica quinta dopo la 
Pasqua maggiore, e Innocenzo di propria mano 
consacrò l'aitar maggiore sì della Basilica, come 
del sotterraneo, e sotto quest' ultimo dal lato del- 
l' absida ripose in una colonnetta una costola del 
Battista che a tal fine avea avuta dai Genovesi 



5* 



^ SECOLO XIII. 



suoi concittadini. Era questo bellissimo altare stato 
edificato di recente in luogo del primo di legno, 
rizzatovi dopo la traslazione del santo Patriarca. 
La sua mensa che è tutta una gran lastra di 
marmo recata da Costantinopoli, è sostenuta in 
giro da un ordine di piccole colonne con capitelli 
di vario e finissimo lavoro, che sorreggono altret- 
tanti archetti trilobati adorni di bei mosaici vitrei. 

Parteciparono al rito di questa consacrazione i 
cardinali Rinaldo dei conti di Segni, Riccardo An- 
nibaldi e Giangaetano degli Orsini: e vi furono 
presenti assai signori e cavalieri con numero infi 
nito d'uomini, i quali per testimonianza dell'antico 
biografo d' Innocenzo, si videro quel giorno affol- 
lati sulle alture e per li campi all' intorno, dacché 
anguste erano le due chiese a tanta moltitudine. 
Nè è da farne le maraviglie, perchè oltre alla mae- 
stà della pontificale presenza v' avea attirato an- 
che di lontano i popoli la benignità d' Innocenzo 
aprendo per quel giorno ai fedeli il tesoro delle 
indulgenze. Concesse altresì alla Basilica questo 
privilegio, che nel predetto altare del sotterraneo 
potessero in perpetuo celebrarsi nel medesimo 
tempo due messe. 

Nè di ciò contento sacrò eziandio il convento 
contiguo, e a memoria di questa inusata onorifi- 
cenza fece collocare in un lato del chiostro verso 
ponente un braccio di S. Gerunzio vescovo di 
Cagli. Onde non senza ragione il convento dei 
frati minori in Assisi pigliò fin d' allora e ritenne 
poi sempre l'appello di sacro. 



CAPITOLO XIX. 



57 



CAPITOLO XIX. 

Frate Filippo di Campello 
preposto alla fabbrica di questa Basilica. 

Un' altra lettera d' Innocenzo IV in forma di 
Breve, ci è chiaro indizio dello zelo di questo pon- 
tefice per lo splendore della nostra Basilica. E 
esso breve diretto a frate Filippo di Campello mi- 
norità, maestro e preposto all' opera della chiesa di 
S. Francesco. 

Quindi è manifesto, essere stato Filippo surro- 
gato al primo architetto nel governo della fab- 
brica, e così essere egli stato de' primi tra i frati 
minori, che onorarono 1' Ordine e l' Italia col felice 
culto delle Arti. Il saperlo anzi preposto a così 
gran magistero, è per sè stesso tal lode, che 
basterebbe a farcelo credere uno dei più valenti 
dell'età sua. Ma in Assisi stessa abbiamo un in- 
signe documento dell'eccellenza di lui in quella 
basilica di S. Chiara, la quale se cede alla fran- 
cescana, non è certo inferiore a verun' altra di 
quello stile in fatto di magnificenza. E il gran 
finestrone sferico che n'adorna la facciata, sarà 
universalmente giudicato, finché duri intelletto 
d'artistiche bellezze, tra i più splendidi, che si 
veggano in Europa. Similmente diede frate Filippo 
il disegno della vasta chiesa di S. Simone, che la 
pietà degli Spoletini volle inalzata pei frati minori 
nella loro città. In quella chiesa, oggi empiamente 



5» 



. SECOLO XIII. 



trasformata in una scuderia militare, vedevasi tra 
le altre la cappella gentilizia degli antichi signori 
di Campello, alla cui nobilissima famiglia è molto 
verisimile che appartenesse quest'insigne minorità. 

Ma per tornare al proposito nostro dico, che la 
magnificenza della Basilica d'Assisi era cagione 
di malcontento e di querele a quei frati spirituali, 
che seguitavano in semplicità di mente e purezza 
di cuore la Regola del proprio istituto, non cre- 
dendo essi lecito ad alcuno di loro il ricevere e 
ritener denaro per qualsiasi rispetto, nè che in 
veruna chiesa dell'Ordine entrassero arredi e orna- 
menti di qualche pregio. 

Volendo pertanto papa Innocenzo IV provve- 
dere alla durevole conservazione della fabbrica e 
al decoro del divin culto in questa Basilica, con- 
cesse col detto breve a frate Filippo e a' succes- 
sori di lui autorità di ricever limosine anco in 
danaro e di spenderne al mantenimento dell'am- 
pio edilìzio, non ostante il divieto fattone dalla 
Regola. 



CAPITOLO XX. 

S. Stanislao, vescovo di Cracovia, 
canonizzato da Innocenzo IV nella Basilica 
francescana. 

Mentre i' anno precedente dimorava papa Inno- 
cenzo in Perugia, era stato pregato con molta 



CAPITOLO XX. 



59 



istanza dai messi di Boleslao, il pudico, re di 
Polonia e di Prendota allora vescovo di Cracovia, 
che si degnasse ascrivere all' albo dei santi ii 
beato Stanislao, vescovo della stessa città, il quale 
per comandamento dell' iniquo Boleslao II era 
stato sacrilegamente trucidato , mentre offriva 
l' incruento sacrifizio, e che era stato, ancor vi- 
vente, privilegiato dall'Altissimo della virtù dei 
miracoli. A questo fine era stato pur mandato al 
sommo pontefice il processo della vita di quel 
santo prelato. Volendo nondimeno Innocenzo pro- 
cedere in ciò con tutta quella circospezione, che è 
propria della Chiesa, avea incontanente deputato 
frate Iacopo da Velletri minorità, perchè recan- 
dosi in Polonia, usasse ogni diligenza per accer- 
tarsi sulla fede di veraci testimoni, della sincerità 
di quegli atti. Partì frate Iacopo da Perugia il 
25 maggio 1252, e con singolare prestezza adem- 
piuto l'uffìzio commessogli, fu l'anno seguente 
di ritorno in Assisi il giorno stesso del mese me- 
desimo che s'era posto in cammino. 

Allora Innocenzo mise la proposta alla consul- 
tazione de' cardinali, e questi raccolti a concistoro 
nel palazzo pontificio, deliberarono di pieno con- 
sentimento che la canonizzazione del martire si 
avesse a celebrare nella Basilica di S. Francesco 
il giorno 17 dello stesso mese, sacro alla com- 
memorazione delle Stimmate. 

Messa pertanto a festa la chiesa sotterranea, ed 
apparecchiato quanto era mestieri alla solenne 



6ò 



SECOLO XIII. 



celebrazione di quel rito, il Pontefice seguito dal 
sacro collegio e dai pubblici oratori del re polono 
e della città di Cracovia, pose piede nella Basi- 
lica e si assise nell'eminente suo trono. Cominciò 
il rito con le pubbliche istanze, rinnovate dagli 
oratori al pontefice: dopo le quali Innocenzo co- 
mandò al Cardinale Giangaetano Orsini, che dal 
marmoreo pulpito recitasse al popolo le geste, il 
martirio e i miracoli del beato Stanislao. Poscia 
Rinaldo de' Conti, Cardinal vescovo d'Ostia, che 
successe ad Innocenzo nel supremo pontificato, 
recitò in lode d' esso beato eloquente sermone. 
Invocato da ultimo il lume del divino spirito, il 
papa proclamò ad alta voce il venerando martire 
di Cracovia annoverato nel catalogo dei santi, 
decretando che il dì natalizio di lui s' avesse a 
riguardare come festivo in tutta quanta la cristia- 
nità. Il canto dell'inno ambrosiano chiuse, com'è 
di costume, quella festa, nella quale si degnò 
l'Onnipotente d'operare un nuovo miracolo. 

Mentre il cardinal Rinaldo ragionava ai fedeli, 
cadde sprovvedutamente uno dei capitelli di pie- 
tra dalla loggia dov' è il pulpito, e cadendo colpì 
in testa una femmina che per caso era là sotto, 
mescolata tra la folla del popolo. La videro i cir- 
costanti chinar sul seno la faccia e cadere a terra 
senza dar più segno di vita : sicché ricoperta su- 
bitamente con un panno, la lasciarono nel luogo 
ov'era caduta per non turbare la solennità del 
rito. Compiuta poi la ceremonia della canonizza- 



CAPITOLO XX. 



6l 



zione, andati per levamela di terra, con maravi- 
glia di tutti la trovarono viva, e non pur viva, ma 
sana ed illesa. Anzi dove prima era tribolata quasi 
di continuo da dolori di capo, da quel giorno ne 
fu al tutto libera. 



CAPITOLO XXI. 

Altri privilegi conceduti alla Basilica 
da Innocenzo IV. 

Altri due diplomi d'Innocenzo si conservano 
nell'archivio di S. Francesco, dai quali vie meglio 
si rileva la devozione grande che questo papa 
avea al santo patriarca. Con la prima di tali bolle, 
data in Assisi il 15 luglio 1254, onorando egli di 
speciale affetto la Basilica di S. Francesco, alla 
quale (sono sue parole) concorrono da ogni con- 
trada i popoli cristiani, e che è riguardata per la 
più venerabile di tutte le Chiese dell'Ordine, le 
consente di poter possedere libri, calici, turriboli, 
croci, bacili d'oro e d'argento, tuniche, dalmati- 
che, pianete, cappe ossieno piviali e qualsivoglia 
veste o paramento sì di seta, come di qualunque 
altra materia tanto per gli altari quanto per le 
persone ed anco altri drappi spettanti all'orna- 
mento della Chiesa, ed eziandio campane grandi 
e piccole, e d'ogni altro vaso o arredo sacro, 



62 



secolo xrn. 



facendo strettissimo divieto ai ministri e ai capi- 
toli generali e provinciali e ad ogni altra persona 
ecclesiastica o secolare d'appropriarsi, di rimuo- 
vere e traslocare, di pignorare o in qualunque 
altra guisa alienare senza comandamento espresso 
della sede apostolica gli oggetti di pregio che la 
Basilica già possedeva o che le potessero venire 
offerti nel tempo futuro. 

L'altra bolla data da Anagni addì 9 agosto 
dell'anno seguente, ci fa fede, come Innocenzo 
benché lontano, avesse pur sempre nel cuore il 
santuario francescano. Per essa egli concede ai 
fedeli che contriti e confessi lo visiteranno nel dì 
anniversario della sacra e in tutta l'ottava sino 
alla Pentecoste, due anni e ottanta giorni d'In- 
dulgenza. 



CAPITOLO XXII. 

Memorie lasciate da S. Bonaventura 
nella nostra Basilica. 

Eccoci pervenuti all'anno 1254 in cui fu posto - 
sul candelabro il più splendido luminare dell'Or- 
dine voglio dire il discepolo d'Alessandro d'Ales, 
l'amico di Tommaso d'Aquino, e del santo redi 
Francia, Luigi, S. Bonaventura, che in quest'anno 
appunto eletto general ministro de' frati minori, 



capitolo xxir. 



63 



con l'esempio d'una vita incontaminata e con 
sapientissime provvisioni, diede tale assetto alla 
grande famiglia del santo poverello, che merita- 
mente n' è giudicato secondo padre e novello 
fondatore. 

Di quest' uomo per virtù, per dottrina e per 
operosità veramente mirabile e tale che solo ba- 
sterebbe a fare eternamente glorioso il suo secolo; 
siamo lieti di trovare più d'una memoria nel no- 
stro santuario. E primieramente è dimostrato, 
ch'egli non solo più volte visitò il sepolcro del 
suo santo patriarca, ma eziandio che fece qui per 
qualche tempo dimora, mentre fu preposto al 
governo dell'Ordine, affine di raccogliere dalla 
bocca dei testimoni superstiti le memorie del 
santo, di cui ci diè la maravigliosa Leggenda. Ciò 
si rileva chiaramente dal prezioso codice testé 
scoperto dal compianto P. Fedele da Fanna, nel 
quale egli trovò la serie dei sermoni recitati in 
Italia e in Francia dal santo Dottore. Or bene 
quest' importantissimo libro ci attesta che ben 
sedici volte S. Bonaventura predicò nella chiesa 
e nel convento d'Assisi, ora al popolo adunato 
nella Basilica, ora a' suoi confratelli raccolti in 
capitolo e fin dopo il desinare e la cena a modo 
di ricreazione, ed una volta anche ai frati Predi- 
catori venuti a bella posta in Assisi per desiderio 
di conoscere ed ascoltare quel miracolo di scienza 
e santità. Certo, nel giudizio d'ogni uomo capace 
di sentir la dignità della propria natura, vie più 



64 



secolo xnr. 



augusta deve parere questa veneranda Basilica, 
quando si consideri che sotto queste volte suonò 
la voce d'un Bonaventura. 

Ma v'è un'altra cosa, che in modo sensibile 
qui ci ragiona ancora di lui dopo sei secoli. Fra le 
più antiche reliquie si custodisce nella sacristia in- 
teriore una croce bellissima, composta di cristalli 
di roccia e d'altre pietre dure con ornamenti 
metallici, e con assai figurine lavorate di minio, 
che in una delle sue visite S. Bonaventura offerse 
all'altare del S. Patriarca, e che se non mentisce 
la tradizione locale, aveva egli ricevuta in dono 
dal santo suo amico, il re Luigi di Francia. 

Nè siamo lungi dal credere, che questo pro- 
motore instancabile sì degli studi sacri come della 
regolar disciplina, fondasse o almeno accrescesse 
notabilmente la libreria di questo principal luogo 
dell'Ordine. 



CAPITOLO XXIII. 

Papa Alessandro IV zela i diritti 
de' frati minori d' Assisi. 
Suoi diplomi che si riferiscono alla Basilica. 

Mosso Vinceslao re di Boemia da divozione al 
santo Patriarca avea, rispondendo all'invito fatto 
a tutta cristianità da Gregorio IX, voluto concor- 



CAPITOLO XXIII. 



65 



rere all' inalzamento della Basilica d'Assisi, man- 
dando all' uopo una ragionevol somma di marche 
d'oro. Coloro che da Boemia dovevano recarla 
in Assisi, entrati in pensiero dei rischi allora più 
che mai frequenti nei lunghi e disastrosi viaggi, 
si consigliarono per maggior sicurezza di deporre 
colà il denaro nelle mani di qualche signor dab- 
bene, che poi si desse cura di mandarlo ai frati, 
ovvero il consegnasse a chi senza sospetto di 
pericolo avesse potuto portarlo in Italia. E come 
avevano pensato, così fecero, affidando la detta 
somma al conte d'Ardetb. Ma costui, checché se 
ne fosse cagione, al presentarsi del messo dei 
frati, non potè restituirla intera, e rimase debitore 
di cinque marche d'oro. Venuto poi a termine di 
morte, confessò il debito comandando per testa- 
mento alla sua donna e ai figliuoli, che il doves- 
sero a ogni modo soddisfare. Costoro nondimeno, 
avendo poco rispetto alla suprema volontà del 
morto padre e marito e alla fama propria, mena- 
rono la cosa in lungo, tantoché i frati ebbero 
perciò ricorso ad Alessandro IV di fresco eletto 
pontefice, il quale prontamente ascoltandone la 
querela, diresse da Napoli il 18 marzo 1255 una 
bolla alla vedova contessa d'Ardetb e ai figliuoli 
di lei esortandoli a far la debita restituzione. Nò 
è da dubitare che l'intervenzione del papa tron- 
casse incontanente ogni indugio. 

Il somigliante fece pochi anni appresso il mede- 
simo papa, a tutela dei diritti della Basilica Fran- 

5 



66 



SECOLO XIU. 



cescana. Anco gli Europei che nel XIII secolo 
abitavano nel Marocco, avevano contribuito denari 
per l'opera della Basilica. Ora i messi che lo por- 
tavano d'Affrica, affine d' evitare i consueti pencoli 
delle strade gli avevano deposti presso Nicolò 
Calvo e Giovanni di Mongiardino, mercatanti di 
Genova, i quali accecati dall'avarizia negarono poi 
non solo di restituire la pecunia al messo de' frati 
minori d'Assisi, ma anche di esaudir le istanze che 
per tale restituzione fece loro per lettera lo stesso 
papa. Di che sdegnato a ragione Alessandro scrisse 
all'arcivescovo di Genova che comandasse da sua 
parte ai predetti mercatanti, che nel termine di 
quindici giorni avessero a rassegnare quel denaro : 
e se, passato quel termine essi rimanevano perti- 
naci nel disobbedire, pronunziasse contro di loro 
sentenza di scomunica, e in tutte le chiese di Ge- 
nova ciascun giorno di festa, dopo sonate le cam- 
pane e accese le candele, facesse pubblicare detta 
sentenza, vietando a tutti d' aver punto commercio 
co' due ribaldi. E perchè la loro ostinazione facea 
ragionevolmente sospettare, che nè anche per tutto 
ciò sarebbero per obbedire, lo stesso papa addì 
15 dicembre 1260 spedì una bolla al podestà e al 
capitano del popolo di Genova avvisandoli del 
fatto, e pregandoli che a un bisogno non mancas- 
sero d' aiutar l' arcivescovo in questo negozio. 

Parecchie altre bolle si conservano di questo 
pontefice nell'archivio della nostra Basilica, tra le 
quali non toccheremo se non di quelle che alla 



$7 



storia di questo monumento si riferiscono. La 
prima, data da Anagni il 24 settembre del 1255, 
e diretta al guardiano o al vicario del sacro con- 
vento, ai quali comanda di consegnare a Pietro 
suo famiglio i libri e le altre cose di valuta, che 
Innocenzo suo predecessore avea lasciate nella 
Sacristia di S. Francesco: nuovo argomento del 
gran conto che facevano i papi dell'inviolabilità 
del luogo e della fede dei Frati Minori. 

Con la seconda, che fu data da Laterano addì 
26 giugno dell'anno seguente concede a tutti i 
fedeli che visiteranno la Basilica nel dì della festa 
di S. Stanislao e dentro l'ottava, cento giorni di 
indulgenza, secondando così il pio desiderio del 
vescovo e del clero di Cracovia, che ad onore di 
quel santo avevano a proprie spese innalzato e 
dedicato a lui un'altare, e mandatavi una sua re- 
liquia. 

Nella terza, data da Viterbo il 6 maggio del 1260, 
a petizione del custode concede ad esso ed agli 
altri frati Minori, da lui deputati, licenza d' assolvere 
chiunque venendo per voto a visitar la Basilica, si 
accusasse reo di qualche omissione nell'adempi- 
mento di quel voto. 

Nella quarta, data dalla stessa città addì 5 ot- 
tobre dell'anno medesimo, concede autorità allo 
stesso custode d' ascoltare e di deputare frati ido- 
nei ad ascoltare le confessioni degli stranieri che 
da lontane parti accorrendo alla festa del santo 
patriarca, non avessero sacerdoti della propria 



68 



SECOLO xnr. 



nazione, ed eziandio d'assolverli d'ogni peccato, 
dai casi in fuori riservati alla sede apostolica. 

Finalmente da Anagni ai 25 settembre questo 
papa così affezionato all' Ordine minoritico diresse 
una bolla ai podestà d'Assisi, di Città di Castello, 
di Gubbio, di Todi, di Amelia, di Terni, di Narni, 
di Spoleto, di Foligno e di Nocera, ed ai Comuni 
d' esse terre, facendo loro sapere d' avere eletto 
Iacopo di Samuello e Ventura del Giudice, citta- 
dini d'Assisi, sindachi e procuratori per adire le 
eredità e riscuotere i legati fatti a favore dei con- 
venti dell' Ordine esistenti nelle terre predette : e 
li esortava e pregava che dovessero avere per 
raccomandati sì i predetti sindachi e sì quelli che 
da essi potessero a tale effetto essere surrogati, 
con dar loro per rispetto della sede apostolica 
aiuto e favore all'adempimento di tale gerenza. 



CAPITOLO XXIV. 

Protestazione di due vescovi d'Assisi 
in favore della Basilica. 

L'anno 1264 frate Nicolò da Calvi stato già 
cappellano di Papa Innocenzo IV, e che allora 
sedeva nella cattedra vescovile d' Assisi, volendo 
dare un pubblico segno di sua riverenza alla Ba- 
silica francescana, addì 8 d' aprile per istromento 



CAPITOLO XXIV. 



6Q 



scritto da Rainaldo notaio *) protestò nella pre- 
senza di fra Nicolò di Landreto custode, e degli 
altri frati del convento di S. Francesco, che per 
qualunque uso avesse egli fatto sino allora o fosse 
per fare nel tempo avvenire nella detta chiesa o 
nel chiostro attiguo recandosi nel luogo santo, 
celebrandovi la messa o altro divino uffizio o 
mangiando insieme co' frati, o essendovi proces- 
sionalmente accolto dai medesimi, o dormendo 
quivi, o dicendovi o facendovi qualunque altra 
cosa, intendeva di non recare alla chiesa pregiu- 
dizio alcuno nè al privilegio della sua immunità 
nè ai diritti dell' Ordine. L' atto fu stipolato nella 
sala del palazzo grande presso la medesima Basi- 
lica, presente messer Drudazio canonico di S. Ma- 
ria di Spello e Nicoletto da Narni ed altri. 

Questa protesta fu rinnovata 1' anno 1288 agli 
8 di giugno dal vescovo frate Simone dello stesso 
Ordine succeduto nel 1282 nel vescovado d'Assisi 
ad un altro frate minore di nome Illuminato. 2 ) 

*) Voi. I delle pergamene spettanti al Convento. N. 27. 
s ) Voi. I delle pergamene spettanti al Convento. N. 50. 



70 RECOLO XIII. 



CAPITOLO XXV. 

Privilegi conceduti alla Basilica 
da papa Clemente IV: tre bolle del medesimo : 
una di Gregorio X, ed altra di Nicolò IV. 

Uno dei primi atti del gran giurista, Clemente IV, 
dopo salito alla suprema dignità di romano pon- 
tefice, fu una bolla data da Perugia addì 8 d'ot- 
tobre 1265, e diretta al custode ed ai frati di 
S. Francesco d'Assisi, per la quale si proibisce 
chicchessia di fondar spedali con oratorio, chiese 
secolari o regolari, ovvero di trasformar case in 
ospedali, ed inalzar conventi e monasteri alla di- 
stanza di trecento canne intorno alla Basilica. 

Altro privilegio le concesse il medesimo papa 
con bolla data similmente da Perugia addì 26 feb- 
braio dell'anno seguente: che cioè potessero in 
tempo d' interdetto celebrarsi i divini uffìzi in 
S. Francesco pubblicamente nell' anniversario del 
Santo e della consacrazione della chiesa, esclu- 
dendone bensì qualunque persona colpito dalla 
scomunica. Inoltre confermò lo stesso anno 1266, 
con bolla concistoriale, sottoscritta da dodici car- 
dinali nella città di Perugia il 15 aprile l'antica 
immunità e libertà di questa chiesa, sancita già 
da un diploma di papa Gregorio IX, dichiarandola 
anch' egli soggetta alla sola e immediata giurisdi- 
zione della sede apostolica. 



CAPITOLO XXV. 



7* 



L' ultima delle bolle di papa Clemente IV, spe- 
dita il 26 giugno, anno quinto del suo pontificato, 
al custode del convento d'Assisi, merita come 
curiosità storica d'esser qui riportata alla lettera. 

« Abbiamo, die' egli, ricevute le armi e le altre 
cose che per mezzo del nostro messo, secondo 
il nostro comandamento ci avete mandato. Ora 
avendo noi tuttavia bisogno d'altre armature che 
sono nelle casse deposte per ordine nostro presso 
di voi, vogliamo e per le presenti lettere aposto- 
liche vi comandiamo che vista la presente ci spe- 
diate le dette armature per mezzo di maestro Al- 
berto da Parma, nostro cancelliere. » 

Molto simile alla precedente è, quanto alla so- 
stanza, un' altra bolla di Gregorio X, data da Fi- 
renze 23 giugno 1272 al custode e ai frati del 
convento d'Assisi, ai quali ordina di consegnare 
ad Onorato suo messo quelli tra gli scrigni quivi 
deposti, che il famiglio avesse riconosciuti al con- 
trassegno che recava seco. 

E così dal seguente diploma di Nicolò IV, spe- 
dito da Roma il dì 1 gennaio 1278, apparisce che la 
basilica francescana continuava ad esser riputata il 
luogo più sicuro alla custodia delle cose preziose, 
perciocché, dice in essa, che fin da quando era 
egli costituito in minore uffizio, avea fatto recare 
presso i frati minori alcune sue cose di gran valore 
da Pietro allora camerlingo e da frate Costantino 
minorità, suoi famigliari, perchè vi fossero gelosa- 
mente guardate, con divieto di aprir V arca senza 



7 2 secolo xirr. 



espresso suo comandamento: e che volendo allora 
riprendersela, comandava loro di rassegnarla ad 
Andrea di Niverni chierico e famiglio suo presen- 
tatore d'essa bolla, della cui fede tenevasi egli 
sicuro. 



CAPITOLO XXVI. 
Della Piazza eh' è dinanzi alla Basilica. 

Già fino dall'anno 1246 eransi dal comune 
d'Assisi determinati i confini della piazza rimpetto 
alla Basilica, probabilmente a fine d'impedire che 
le case le quali si venivano in quei dintorni edi- 
ficando, impacciassero la vista del venerabil tem- 
pio, o recassero molestia ai frati minori. 

L'atto solenne fu preseduto dal podestà del 
comune ch'era in quell'anno Ranieri di Castel 
S. Pietro, Bolognese, da Angelo di Pietro di Gio- 
vanni, da Nicolò di Cristiano, e da Lola di Giro- 
lamo capitani della guerra e delle porte d' essa 
città e da Giovanni Vivenio e Paolo di ser Savino 
e Giovanni di Manfredo ed Angelo di Giovanni 
Andrea rettori della città e del popolose con tale 
atto fu aggiudicata dal Comune alla chiesa di 
S. Francesco l'area circoscritta entro certi con- 
fini da Bonaggiunta misuratore del Comune. Co- 
minciava essa piazza dalla porta del sobborgo, 



CAPITOLO XXVI. 



73 



prossimo alla chiesa, di che si vede che già era 
tutta piena di edilìzi la via che più tardi prese il 
nome di superba, e che sbocca al limite della 
presente piazza. 

Ora nel 1275 addì 15 marzo nel consiglio gene- 
rale e speciale del Comune e del popolo, e dei 
rettori delle arti della città, dei consoli de' mer- 
catanti e di cinque buoni uomini, eletti uno per 
porta, messer Cipriano dei Tornaquinci da Firenze, 
podestà propose che si deliberasse intorno a ciò, 
che il custode di S. Francesco in nome del capi- 
tolo de' suoi frati aveva dimandato, cioè che ad 
evidente utilità della loro chiesa e del Comune 
e di tutto il popolo si facesse un lavoro per 
ampliare ed appianare la piazza innanzi alla Ba- 
silica murando, edificando e scavando : il che non 
potrebbesi commodamente fare se non si fosse 
comperata e disfatta una casa e un casalino 
che fu d'un tal Paolo di Spello, e se in ciò il 
Comune non desse ai predetti frati aiuto, consiglio 
e favore. 

Messa la proposta a partito dopo breve discus- 
sione, il Consiglio concordemente decretò e deli- 
berò, che il podestà e il capitano del popolo 
trattassero col padrone della casa a fine di ami- 
chevolmente conchiuderne la compera : e dove ciò 
non venisse lor fatto, eleggessero due maestri, i 
quali con buona fede stimasssero pel comune i 
detti edilìzi: e quindi pagatone dal camerlingo il 
prezzo venissero abbattute le case e fosse così 



74 



secolo xnr. 



esaudita la preghiera dei frati. La pratica amiche- 
vole sortì l'effetto desiderato.') 

Felice quell' età in cui le cittadinanze italiane 
sentivano sincero e profondo lo zelo della Reli- 
gione! Avventurati quei tempi in cui e clero e 
popolo concorrevano volenterosi a far più splen- 
dide quelle Basiliche, oggetto ora di maraviglia 
e d' invidia ad ogni popolo civile ! Fortunata As- 
sisi, siccome a quegli anni che per lei furono V età 
aurea del suo aggrandimento, dell' interna pace, 
della sua maggiore prosperità, avesse costante- 
mente perdurato. Quante sventure, quante lacrime 
quanto sangue avrebbe risparmiato la rabbia ghi- 
bellina ne' due secoli seguenti ! 

CAPITOLO XXVII. 
Giovanni Cimabue in Assisi. 

Con la pia munificenza del Comune procedeva 
di pari passi la liberalità de' privati cittadini verso 
T augusta Basilica, e V archivio del Convento ci offre 
nelle sue pergamene una lunga serie di legati, fatti 
dagli Assisani in favore della chiesa di S. Fran-. 
cesco e dei frati minori che vi dimoravano. Una 
parte considerevole di tali offerte fu senza dubbio 

*) Voi. I di pergamene riguardanti il Convento neh' archi- 
vio di S. Francesco. N. 4 e 34. 



CAPITOLO XXVII. 



75 



erogata nel proseguire l'opera delle pitture che 
adornano i' una e Paltra chiesa, e nelle quali dopo 
i primi ignoti artefici e dopo Giunta da Pisa ebbe 
tanta parte il fiorentino Giovanni Cimabue. Ora 
essendo egli fiorito in questa seconda metà del 
secolo XIH, dobbiamo ora appunto r ar parola 
delle onorate fatiche di questo grande Italiano 
che seppe in Giotto darci un discepolo tanto 
maggiore di se. 

Il V asari gli dà vanto d' essersi egli primo tra 
tutto scostato dalla rozzezza tradizionale de' Bi- 
zantini dai quali il disse educato alla Pittura. Certo, 
Cimabue introdusse nelle tavole e nei freschi qual- 
che principio di buon disegno, avvivò le teste, 
piegò i panni, atteggiò le figure in modo più con- 
forme a natura. Ora queste sue virtù, commende- 
volissime per quei tempi, meglio assai che nelle 
poche tavole che ne conserva Firenze, si cono- 
scono negli affreschi d'Assisi. E qui similmente 
nella Basilica di sopra può ammirarsi la fecondità 
e l' ardire eh' egli spiegò nelle invenzioni delle 
storie del vecchio e del nuovo Testamento, di- 
pinte nelle pareti della 'nave ai fianchi de' fine- 
stroni. Bene è vero che una gran parte e per la 
forza del tempo e per la sottilità dei muri e per 
l'umidità della pietra calcare n'è miseramente per- 
duta. Pure da quanto n'avanza tuttavia de' guasti 
già gravissimi fin dal tempo che le vide Giorgio 
V asari, può bene argomentarsi l' eccellenza di 
quel più che se n'è ito, e dal lato dell'invenzione 



7 6 



SECOLO XIII. 



merita Cimabue di stare presso al divino Miche- 
langelo, col quale ebbe comune la fierezza, la 
terribilità e la sublime magnificenza. Venuto per- 
tanto in Assisi, trovava egli l' absida e la cappella 
intitolata agli apostoli già istoriata da Giunta Pi- 
sano, che nella prima avea colorito non affatto 
rozzamente il transito, le esequie, l'assunzione e 
la coronazione di nostra Donna; e nella seconda 
alcuni fatti e il martirio di S. Pietro con la caduta 
di Simon Mago, oltre a molte figure d'angeli, 
d' apostoli e d' altri santi nelle pareti più elevate. 
Le quali opere del Pisano, considerevoli per quel- 
l'età, sono ora talmente dileguate, che a gran 
fatica si scorgono i contorni delle figure e il 
complesso delle composizioni. 

Cimabue adunque fecesi, a quanto pare dall' al- 
tra minor cappella dedicata a S. Michele e agli 
altri spiriti celesti, dove in alto sopra il ballatoio 
dipinse alquante figure d'angeli atteggiate di vi- 
rile maestà e con arie di teste che hanno del 
fiero, e in basso parecchie storie dell'Apocalisse, 
dove entra il ministero degli Angeli. Men guasto 
dal tempo è il grandioso Calvario, dipinto a ri- 
scontro dell'altro di Giunta Pisano, sull'altare di 
questa cappella: composizione ricca di figure e 
piena di solennità, ma gravemente alterata per 
l' ossido della biacca adoperata nei lumi, che per 
la lenta azione della calce sono diventate ombre. 

Condotta a termine la dipintura di detta cap- 
pella, colorì Cimabue i quattro evangelisti nelle 



CAPITOLO xxvir. 



77 



vele della crociera centrale, sopra l'altare mag- 
giore, e continuando a dipingere le quattro cro- 
ciere della nave, colorì la contigua d'azzurro 
seminato di stelle, e il simile fece della penultima 
adornando i costoloni e i lembi d' esse vele di 
fregi divisati con bella varietà. Nelle vele poi della 
terza crociera fece in quattro tondi, sostenuti da 
serafini altrettante mezze figure; in quello verso 
l' absida Cristo Redentore, ne' due lati Nostra 
Donna e S. Giovanni, nell'ultimo verso l'entrata 
S. Francesco. La crociera estrema eh' è la più 
mirabile ed altresì la meglio conservata, ci pre- 
senta i quattro principali dottori di S. Chiesa, 
seduti in ricche cattedre in atto d' ammaestrare 
ciascuno un discepolo che gli è dinanzi. Queste 
composizioni, nelle quali all'ardimento delle vaste 
proporzioni va congiunta la diligenza dei lavori di 
minio, mostrano come seppe senza il sussidio delle 
regole vincere quell'animoso artista le difficoltà 
dell' opera, facendo girar le sue storie con ottimo 
effetto di prospettiva. Ne men belle appariscono 
le sedici figure di santi, collocati entro taberna- 
coli nel grosso dell'arco in fondo alla nave, e le 
due grandi storie dell'Ascensione e della Pente- 
coste nella parete della porta sopra al ballatoio. 
Bellissima soprattutto è la figura del Cristo, che 
nel salire al cielo si mostra di fianco e slanciasi 
in alto con un'attitudine vivissima: ed uno degli 
angeli apparsi ai discepoli, si direbbe arieggiato 
di tutta la venustà degli antichi marmi greci. 



78 



SECOLO XIII. 



Degne d' essere avute in sommo pregio sono le 
opere di Cimabue sinora menzionate, intantochè, 
quando pur non avesse egli lasciato altro segno 
del valor suo nell' arte del dipingere, basterebbero 
esse a procacciargli lode di maestro sovrano. Ma 
v' ha eziandio la serie molto più ragguardevole 
delle trentadue storie bibliche, da lui dipinte a 
fresco nei fianchi delle quattro crociere della nave 
ai lati de' finestroni, nelle quali risplende vie più 
il magistero di quel potente rinnovatore della 
pittura italiana. Il visitatore che pon piede nella 
Basilica per desiderio d' ammirare queste splendide 
prove dell'arte rinascente è compreso da un senso 
profondo di rammarico, scorgendo che la forza ine- 
sorabile del tempo ha sì fattamente imperversato 
a danni di questo gigantesco lavoro che non poche 
storie ne sono in tutto dileguate: e le guide e gli 
storici che da due secoli in qua ne ragionarono, 
non hanno d' alcune neppure sapute accennare 
l'argomento. Più fortunati di loro, noi colla scorta 
d'un inventario custodito nell'archivio della Basi- 
lica, e compilato da Dono dei Doni, illustre pittore 
Assisano del cinquecento, potremo colmar questo 
vuoto e supplire nella memoria ciò che è irrepa- 
rabilmente scomparso dagli occhi della posterità. 

Il campo adunque delle pareti della nave, che 
corre dalla volta alla cornice del ballatoio, fu da 
Cimabue compartita in due ordini, il superiore 
de' quali per l'incurvarsi dell'arco, è più angusta. 
E perchè in ognuno di questi quattro campi s' apre 



CAPITOLO XXVII. 



79 



nel mezzo un fìnestrone, che occupa quasi intera 
l'altezza della parete, ne segue, che ogni facciata è 
capace di quattro storie. Non sarà discaro al lettore 
che le descriviamo colle parole stesse del Doni, il 
quale probabilmente ne compilò quest'elenco di 
commissione del contemporaneo ed amico suo 
Giorgio Vasari. 

« Cominciano le storie a man sinistra dell'altare: 
i° quando Dio riempì la terra e l'acqua d'ogni 
sorta d'animali: 2° quando fece Adamo: 3 quando 
fece Eva: 4 quando mangiorno il pomo: 5 quando 
furono scacciati: 6 9 quando Dio pose alla custodia 
del Paradiso e dell' arbor della vita un cherubino 
col coltello di fiamma in mano : y° quando Caino 
offerse sopra l'altare un fasciculo et Abele il primo 
frutto delle pecore, e sopra le teste ciascuno ha 
il suo nome. 

« Disotto a queste: i° quando Dio comandò a 
Noè di facere [sic) V arca et nel medesimo quadro 
quando Noè fa segare li legni et acconciar le ta- 
vole : 2° quando l' arca va per le acque, et gli 
animali et gli uomini cercano entrarvi: 3 quando 
finito il diluvio Noè uscì dall'arca: 4 quando 
Abramo adorò li tre angeli in nome della SS. Tri- 
nità: 5 quando Isacco infermo et cieco addimandò 
ad Esaù suo figlio la cacciagione e li voleva dar 
la benedizione: 6° quando la madre l'inganna e 
fa benedire Iacob: 7 quando Ioseffo fu cavato 
dalla cisterna e venduto: 8° quando i fratelli lo 
adororno. 



8o 



SECOLO XIII. 



« Dall'altro canto, cioè a man destra dell'altare: 
i° la Vergine annunziata: 2° la visitazione di 
s. Elisabetta: 3 la natività di Cristo: 4 li magi 
quando vennero ad offerire: 5 la circoncisione: 
6° la fuga in Egitto: 7 la disputa nel tempio: 
8° il battesimo di Cristo. 

« Ricominciando sotto queste: i° quando Cristo 
nelle nozze convertì l' acqua in vino : 2° la resurre- 
zione di Lazzaro: 3 quando Cristo fu preso all'orto: 
4 quando fu flagellato alla colonna: 5 quando 
porta la croce: 6° il Crocefisso con le Marie at- 
torno: 7 quando fu levato di croce e posto in 
grembio alla Madonna: 8° la resurrezione con li 
guardiani che dormono, gli angeli alla sepoltura 
et le Marie vi vanno a vedere. » 

Troppo lunga e grave materia sarebbe il dire 
di ciascuna delle tante bellezze di queste storie, 
nelle quali non saprei definire se più abbia ad am- 
mirarsi la felicità delle invenzioni, o la verità delle 
movenze o l' espressione vivissima d' ogni sorta di 
passione. Ma non so tacere della stupenda figura 
del Dio Padre nella prima, della festa lietissima 
degli angeli nella natività di Cristo, del mirabile 
gruppo di Cristo e di Giuda, che si baciano nel- 
l'orto, e dell'angoscia profonda che spira dalla 
deposizione di croce. Certo chi vede queste storie 
di Cimabue, è costretto a confessare, che se l'arte 
si vantaggiò di poi nella forma, ben poco o nulla 
seppe aggiungere all'interior bellezza nella rap- 
presentazione degli argomenti sacri. 



CAPITOLO XXVII. 



8l 



L'unico affresco di questo grande artista nella 
Basilica inferiore, è quello della Madonna seduta 
in trono col divin fanciullo in grembo e corteg- 
giata da molti angeli, che si vede ov'è l'altare 
della Concezione: affresco in cui si nota il gran- 
dioso stile di questo insigne maestro. 



CAPITOLO XXVIII. 

Papa Martino IV elegge la sua sepoltura 
in S. Francesco. 

Mentre col ministero delle Arti si veniva facendo 
ogni dì più splendida la nostra Basilica, recatosi 
in Perugia il buon Pontefice Martino IV v'amma- 
lava d'una ienta febbre che nel marzo del 1285 
lo spense. Sentendosi egli venuto in termine di 
morte, comandò per testamento, che il corpo suo 
fosse di là portato in Assisi e sepolto nella chiesa 
di S. Francesco, pel quale avea nutrito una sin- 
goiar devozione. Ma il clero e il popolo di quella 
città, devotissima allora ai romani pontefici, ve- 
nerando le rare virtù di quel papa, e fatti vie più 
certi della santità di lui per li prodigi che segui- 
rono nelle sue esequie, non permisero che ne fosse 
levato il corpo dal loro Duomo, ove gli diedero 
sepoltura. Onde il successore di lui papa Onorio IV 

6 



82 



SECOLO Xdf. 



sollecitato per avventura dalle istanze de' frati mi- 
nori e del Comune d'Assisi, l'anno seguente il 
dì i febbraio spedì due bolle, date da Roma nel 
palagio eh' erasi edificato presso S. Sabina, l'una 
delle quali è diretta al vescovo, all' arciprete e al 
capitolo perugino, l'altra al podestà, al capitano 
e al Consiglio del Comune della medesima città, 
dove gli esorta come figliuoli fedelissimi di santa 
chiesa a non frapporre impedimento all' esecuzione 
dell'ultima volontà del suo antecessore, promet- 
tendo eh' ei gli avrebbe tanto più cari, quanto più 
pronta ne fosse stata l' obbedienza. Or qui si potè 
chiaramente vedere l'animo protervo di quel po- 
polo, che avvezzo già da lunga mano a tiranneg- 
giare nelle terre convicine, anziché cedere ad 
Assisi le ossa di papa Martino, che tuttavia si 
custodiscono nella loro chiesa cattedrale, si provò 
di toglierle più tardi il suo maggior tesoro, le ce- 
neri del santo Patriarca. 



CAPITOLO XXIX. 

Dissidio tra i frati di S. Francesco 
e il Comune d'Assisi a cagione d'uno spedale. 

Ma già in questo mezzo erano tra i frati minori 
e il Comune d'Assisi insorte gravi differenze a 



*3 



scemare quella santa concordia tra sacerdozio e 
laicato, la quale vedemmo un dì portare così belli 
e salutiferi effetti. Poco dopo il divieto fatto da 
papa Clemente di costruire chiese, monasteri e 
spedali con oratorio entro i confini di trecento 
canne dalla Basilica, privilegio dallo stesso papa 
conceduto alla Chiesa e al monastero di S. Chiara, 
avevano deliberato i rettori delle arti e i consoli 
della mercanzia di fondare uno spedale a ricetto 
de' malati poveri. E non volendo contravenire al 
decreto del pontefice, ne avevano ottenuta nel 1267 
licenza da frate Illuminato, ministro generale del- 
l' Ordine. Il nuovo ospizio degl'infermi, inalzato 
dal Comune lungo la via che dall'antica porta 
della città conduce alla Basilica, riuscì di quella 
magnificenza che gli avi nostri così parchi e mo- 
desti in casa, adoperavano sempre ne' pubblici 
edilìzi. 

Ora una tal concessione fu in diverso modo 
intesa dalle due parti. Credeva il Comune d'aver 
avuta facoltà di aprirvi un Oratorio a conforto dei 
malati, laddove i frati minori non intendevano 
punto che nello spedale avessero luogo i riti 
del culto divino. Ma perchè sentivano che questa 
restrizione, odiosa di per se stessa avrebbe da 
loro alienato l'animo del popolo, s'appigliarono 
a una via indiretta, che gli avrebbe da ultimo 
condotti allo scopo. Temporeggiarono essi insino 
all'anno 1278, e messisi d'intelligenza col vescovo 
della città ch'era appunto quello stesso frate Illu- 



84 



secolo xnr. 



minato, da cui avea il Comune ottenuto la licenza 
di detta fondazione; addì 12 settembre frate An- 
gelo da Perugia, ministro provinciale si presentò 
nel general Consiglio dei cittadini, preseduto da 
Pietro dei Tasti podestà e da Gualtieri vicario di 
messer Vito d' Anagni, Capitano, e fece proporre 
nella presenza del vescovo, che il consiglio mu- 
nisse della propria sanzione il privilegio da papa 
Clemente conceduto alle Basiliche di S. Francesco 
e di S. Chiara. Nessuno del Consiglio ebbe cuore 
d' opporvisi, e fu a pieni suffragi riformato e sta- 
bilito, che la città non consentirebbe giammai alla 
violazione di quel privilegio. E perchè l' effetto di 
tal deliberazione fosse più durevole e sicuro, prima 
che si sciogliesse l'adunanza, il vescovo intimò la 
pena della scomunica, onde sarebbero colpiti i 
trasgressori. 

Tre anni appresso scoppiò il fulmine: e i frati 
di S. Francesco presentandosi a frate Filippo da 
Napoli rettore del Ducato spoletano, si querela- 
rono, che non ostante la bolla di Clemente IV, si 
celebrassero nell'ospedale d'Assisi i divini uffizi. 
Il rettore venuto a bella posta in Assisi, citò a 
comparirgli dinanzi Nicolò di Piero, sindaco e pro- 
curatore dello spedale, comandandogli che mai 
più avesse luogo là entro alcun rito religioso. Nè 
valse al sindaco l'appello che fece alla corte di 
Roma, dalla quale fu confermata la sentenza. 



CAPITOLO XXX. 



*5 



CAPITOLO XXX. 

Bolle di papa Nicolò IV, e di Bonifazio Vili 
in favore della Basilica d'Assisi. 

Succeduto a papa Onorio il 22 marzo 1288 Ni- 
colò IV, frate minore e valente maestro in divi- 
nità, stato già ministro generale dell' Ordine, suo 
primo pensiero fu di mostrare 1* affezione che por- 
tava grandissima al sepolcro del santo patriarca. 
Pertanto il dì 13 maggio affrettavasi a mandare 
in Assisi maestro Pietro da Sora suo famigliare 
con una bolla, nella quale diretta al Custode del 
sacro Convento ei dice che volendo prontamente 
offrire alla veneranda Basilica un pegno dell'antico 
e del futuro affetto, le mandava in dono tutte le 
sue paramenta pontificali di seta di vario colore, i 
vasi d' argento, certa somma di danaro e alquante 
altre cose, diligentemente notate in una cedola 
unita alla bolla, la quale però, non più si conserva 
nell'archivio del S. Convento. Pochi dì appresso 
con altra bolla, data similmente da Roma, agi' idi 
di maggio, volendo provvedere al sostentamento 
della famiglia religiosa, deputata alla custodia 
della Chiesa di S. Francesco, proibiva a qualsiasi 
persona di qualunque Ordine mendicante o non 
mendicante di fondar chiese, oratorii, conventi e 
monasteri nella città enei sobborghi d'Assisi ed 
anche nel Contado oltre lo spazio di duecento 
canne dalla cerchia delle mura. Nè di ciò pago, 



secolo xnr. 



con un terzo diploma, che reca la stessa data del 
precedente, ai medesimi frati del convento d'Assisi, 
comandò che la loro Basilica, capo dell' Ordine e 
a nessun altro soggetta, dal papa in fuori, non 
potesse esser mai colpita da interdetto senza spe- 
cial comandamento dei romani pontefici, e che in 
somiglianti casi possano i frati celebrare in detta 
chiesa i divini misteri, serrandone le porte ed 
escludendone qualunque scomunicato. 

Di maggior considerazione è degna la bolla 
emanata similmente a dì 15 maggio, come quella, 
che meglio si collega alla storia del nostro san- 
tuario: e però ne rechiamo qui i tratti più im- 
portanti. 

« Considerando attentamente che la conserva- 
zione della Chiesa di S. Francesco domanda spese 
non mediocri, e che ad essa e a quella eziandio 
di S. Maria di Porziuncola accorre di continuo un 
infinito numero di frati minori, e che la città d'As- 
sisi per la sua picciolezza, mal può sovvenire a 
tutte le loro necessità, ordiniamo che le limosine 
offerte dai fedeli nei detti luoghi, siano dispensate 
nel mantenimento della Chiesa di S. Francesco e 
nel sostentamento de' frati che vi dimorano e vi 
si recano per loro divozione. Epperò per altre 
nostre lettere abbiamo imposto al ministro pro- 
vinciale e al diletto figliuolo Custode di S. Fran- 
cesco che abbiano a deputare una o più persone 
idonee e fidate che però non siano dell' Ordine, 
le quali raccolgano e serbino le dette limosine. Il 



«7 



provinciale poi e il custode col consiglio dei di- 
screti del S. Convento, adoperino il denaro rac- 
colto nel riparare, nel!' acconciare, nell' ampliare 
ed abbellire la Chiesa secondo che la loro pru- 
denza giudicherà espediente. E posto che avanzi 
il denaro alle indicate spese, possa erogarsi a so- 
stentamento dei religiosi. E questa provvisione 
abbia pieno valore e adempimento, finché altri- 
menti non sia disposto dai romani pontefici. » 

Ad un tale sapientissimo provvedimento, che 
conciliava la conservazione del maraviglioso edifi- 
zio e lo splendore del divin culto con l' osservanza 
della Regola aggiungeva nel seguente anno questo 
zelante pontefice un segno non meno eloquente 
della sua tenerezza al serafico padre, mandando 
per mezzo di maestro Pietro da Sora in dono 
all'altare d'esso santo un fregio a paleotto, tessuto 
d'oro. Nella bolla data da Roma il 9 agosto 1289, 
con la quale accompagnava il ricco presente, lo 
stesso Nicolò chiama questo fregio prezioso sì pu- 
la materia come pel lavoro, e vieta strettamente 
il distrarlo, alienarlo o venderlo. 

Tre altri diplomi conservansi di Nicolò IV nel- 
l' Archivio della Basilica, i quali chiaramente di- 
mostrano, com'egli non si stancasse giammai di 
accrescere onore al nostro Santuario e di renderlo 
vie più degno della riverenza dei popoli. Nel primo 
che reca la data di Rieti 25 settembre 1288 con- 
cede a chi visita contrito e confesso la Basilica 
nel dì della festa del santo e nell' ottava seguente, 



ss 



SECOLO XIII. 



quattro anni d'indulgenza ed altrettante qua- 
rantene. 

Col secondo, dato da Roma il 4 maggio 1289, 
concede indulgenza di cento giorni a chiunque la 
visita devotamente in ciascun giorno dell'anno. 

Con l'ultimo dato da Orvieto il 1 gennaio 1291 
concede la stessa indulgenza per le festività della 
Pentecoste, del Natale, dell'Assunzione, dell' An- 
nunziazione e della Purificazione, nell'anniversario 
della sacra della Basilica e nei giorni festivi di 
S. Francesco e di S. Antonio, nonché in ciascuna 
ottava. 

L'ultimo de' papi di questo primo secolo del- 
l'Ordine minoritico, Bonifazio Vili, onorò an- 
ch' egli di due bolle la Basilica francescana. Con la 
prima data da Roma il 19 gennaio 1295 concesse 
un' indulgenza di centoquaranta giorni a chiunque 
la visita nella festa del santo, e con la seconda 
che porta la data medesima cento giorni d'indul- 
genza a quanti vi si recano per loro divozione in 
qualsiasi giorno dell'anno. 



SECOLO XIV 



CAPITOLO r. 

I frati e le suore della Penitenza 
in S. Francesco d'Assisi. 




K per testimonianza di Piero delle Vigne, 
sino dal tempo di Federico II sarebbe 
stato difficile il trovare in Italia persona 



di qualsiasi età, sesso e condizione, la quale non 
fosse ascritta al terz'ordine istituito da S.Francesco 
a prò de' laici, non è inverisimile il supporre, che 
una tale istituzione già fin dall'età del santo fosse 
ampiosamente diffusa in questa città, dove più im- 
mediato e continuo era l'affetto degli esempi ed 
ammaestramenti dell' uomo di Dio, e dove per 
tutto il secolo XIII prevalse indisturbata la parte 
guelfa, di cui quell'Ordine potea dirsi l'espressione 
e la sintesi religiosa. In fatti in più d' una perga- 
mena di quel periodo si trova menzionato presso 
questa Basilica il cemeterio dei penitenti. Ma ora 
nei primordi del trecento ce ne occorre un più 



SECOLO XIV. 



sicuro documento, che è l' atto solenne della prò 
fessione che nel 1304 fecero della Regola di peni- 
tenza nella chiesa di S. Francesco otto uomini e 
quaranta femmine, rogato dal notaro Tommaso 
di Riccardo. *) 

Sebbene sia questo un documento unico, ser- 
batoci dal prezioso archivio del S. Convento, 
basta nondimeno a darci un' adeguata idea del- 
l' ampia diffusione dell'Ordine nella cittadinanza. 

Non era quello il tempo del maggior fervore 
religioso: che anzi bentosto vedremo, come in 
Assisi crescessero gli umori ghibellini a segno, 
da giungere a snidare i guelfi di patria. Ora se 
in tali condizioni in un solo anno, anzi nello stesso 
dì, ben quarant'otto erano i laici, che dopo l'anno 
della prova giuravano l'osservanza della regola, 
quale non ne sarà stato il numero nei tempi del 
massimo fervore? 

Nè qui si contenne l' azione dei Minoriti sul 
laicato: dall'Ordine della Penitenza rampollarono 
le compagnie laicali di pietà, note col nome di 
fraternite, le quali si videro la prima volta sorgere 
nell'Umbria lungo la seconda metà del duecento, 
e che si dissero anche dei battuti o disciplinanti 
dal flagellarsi che facevano per sommettere allo 
spirito la carne, ed eziandio laudesi dal cantare 
nelle processioni quelle loro laude volgari, che 
furono i primi saggi, dopo i cantici di S. Fran- 

*) Voi. dì pergamene spettanti al Conv. del secolo XIV. N. 2. 



CAPITOLO I. 



93 



cesco, della nuova Lirica sacra, e alcune delle 
quali, dette più propriamente spettacoli o mi- 
steri, rimangono monumento de' primi tentativi 
della nostra Poesia drammatica. 

Or bene ciascuna di tali fraternite, sorte in 
Assisi tra gli anni 1270 e 1330 fra gli ordinamenti 
e statuti loro, che rispondono perfettamente ai 
capitoli della Regola del terz' Ordine francescano, 
pone primo tra' suoi officiali il Visitatore, che a 
certi tempi dell'anno visitando la fraternità rac 
colta nelle case contigue al proprio oratorio ri 
solveva i dubbi intorno alle materie più gravi, 
ed ai trasgressori delle leggi infliggeva con sen- 
tenza inappellabile penitenze e castighi. A tale 
uffizio supremo erano chiamati i soli frati minori, 
eletti così a giudici e maestri del popolo, del 
quale avevano con la santità della vita e col lume 
della dottrina saputo guadagnarsi l' ossequio e la 
riverenza filiale. 



CAPITOLO II. 

Costruzione delle due prime cappelle 
ai fianchi del sotterraneo. 

Intorno ai primordi di questo secolo si venne 
notabilmente ampliando la chiesa sotterranea per 
la pietà d'alcuni uomini insigni, bramosi di la- 



94 



SECOLO XIV. 



sciare le proprie ossa vicino alla tomba del santo 
Patriarca. Primi a darne l'esempio furono circa 
il 13 io due prelati di Casa Orsina, cioè Gian-Gior- 
dano e Napoleone, ambedue cardinali. Fece il 
primo far la cappella di S. Giovanni Battista in 
capo al braccio meridionale, e il secondo quella 
di S. Nicolò rimpetto alla menzionata, cioè in 
testa al braccio settentrionale della croce del 
sotterraneo. Il Vasari le fa architettate dai fra- 
telli Agostino ed Agnolo senesi, e a noi non 
rimane documento nè per affermare nè per negare 
l'asserzione del biografo aretino. Sono l' una e 
V altra d' ampiezza e di forma somiglianti, ed 
hanno una pianta di figura semiottagona con sot- 
tili colonne agli angoli, dalle quali partono costo- 
loni che fanno tutti corpo ad un centro comune 
nella sommità della volta: e ricevono lume da 
tre ampie finestre binate che s' aprono nei tre lati 
più lontani dall' ingresso d' esse cappelle. Tutto 
lo spazio poi delle pareti interne che ricorrono 
sotto alle finestre è messo a tarsio di marmi 
bianchi e rossi, divisate a leggiadre costruzioni 
geometriche, dove in antico si vedevano incasto- 
nate le rose dello stemma orsino. Nè men ricca 
di decorazioni che sia di dentro, è l' aspetto este-' 
riore di queste cappelle, massime di quella del 
Battista, dove sotto alle finestre ricorre una cor- 
nice sostenuta da mensole di finissimo e variato 
lavoro di scalpello. Sotto al finestrone di mezzo 
l'uno e l'altro prelato fecesi apparecchiare l'avello. 



CAPITOLO II. 



95 



Quello del cardinale Gian-Giordano fu sciagura- 
tamente disertato e guasto in tempi di gust^> 
corrotto; ma rimane tuttavia l'altro bellissimo del 
cardinal Napoleone con la figura di lui giacente 
sur un panno mortuario, e guardato pietosamente 
da due angeli ritti ali) inginocchiati all'estremità 
della nicchia, che sollevano la cortina pendente 
dall'arco. E questo il più leggiadro lavoro di 
statuaria che sia nella Basilica. 

Nel secolo XVI allato al sepolcro di Gian-Gior- 
dano pendeva una tavoletta con suvvi una per- 
gamena, nel mezzo della quale era lavorata di 
minio l' impresa degli Orsini e vi si leggevano le 
seguenti parole affettuosissime dettate e forse 
scritte di propria mano dal pio fondatore: 

« Rogo te beatissime Francisce gloriose, ut 
gloria tuorum sanctissimorum meritorum sit me- 
diatrix apud clementissimum Cruci fixum prò me 
indigno servo tuo devotissimo Iohanne lordano 
Ursino; ut merear iuxta suam voluntatem vivere 
et prò sua sancta fide Catholica vitam finire sibi 
acceptam ad laudem et gloriam nominis sui san- 
tissimi. Amen. » 

Questa fervente preghiera suona italianamente 
così : 

« Pregoti, beatissimo Francesco glorioso, che 
la gloria de' tuoi santissimi meriti sia mediatrice 
presso il clementissimo Crocifisso per me indegno 
servo tuo devotissimo, Giovan Giordano Orsino ; 
acciocché meriti di vivere conforme alla sua vo- 



SECOLO XIV. 



lontà, e finire per la sua santa fede cattolica la 
vita a lui accetta a laude e gloria del suo santis- 
simo nome. Amen. » 



CAPITOLO III. 

Le due Cappelle del Cardinal Gentile. 

Non erano forse recate a compimento le cap- 
pelle degli Orsini, quando un illustre Minorità 
n aggiungeva altre due ai fianchi della penultima 
crociera della nave. Fu costui Gentile Partino da 
Montefiore, terra della Marca anconitana, eletto 
nel 1286 lettore del sacro Palazzo, e nel 1298 pro- 
mosso da Bonifacio Vili alla sacra porpora. Erasi 
fatto palese il senno e la destrezza di lui nella 
diffìcile legazione che l'anno 1307 gli affidò papa 
Clemente V per l' Ungheria, dove gli venne fatto 
di sopire le fiere discordie nate per la gara della 
successione a quel reame, e dove egli di sua mano 
coronò Carlo Roberto e dettò quegli statuti che 
fruttarono all' Ungheria parecchi anni di prospera 
pace. Tornato in Italia bisogna dire che suo primo 
pensiero fosse di lasciare nella principal Basilica 
dell'Ordine suo questo monumento splendidissimo 
della propria devozione al santo patriarca. La 
cappella che è dal lato del vangelo, più magnifica 
e simile in tutto a quella degli Orsini, ei la volle 



capitolo hi, 



97 



consacrata a S. Martino di Tours, il santo tute- 
lare del suo cardinalato: l'altra che è di fronte, 
a S. Lodovico re di Francia. E quest' ultima di 
semplice forma rettangolare con un fìnestrone 
grandissimo, che tiene quasi intera la facciata 
principale, ed ha sculture finissime nei capitelli 
delle colonne, che sorgono ai quattro angoli, ed è 
adorna delle solite tarsie di marmi bianchi e rossi 
tutt' all' intorno nella parte inferiore delle pareti. 
In questa fu data sepoltura al corpo suo traspor- 
tatovi l'anno 1312 da Lucca ov'era egli passato 
a miglior vita. Nella stupenda invetriata del fì- 
nestrone predetto se ne vede l'effigie presso a 
quella del santo re Lodovico, come nell'altra si 
vede ritratto ginocchioni a piè di S. Martino so- 
pra l'arco, che dalla nave mette nella cappella. 
Tra le suppellettili ond' egli fornì gli altari di 
questi due santi, si conserva ancora in sacristia 
il messale in carta pergamena, ricco di pregevo- 
lissime miniature: e detto appunto di S. Lodovico 
per essere destinato al servigio della cappella di 
esso santo, non già per essere appartenuto, come 
erroneamente si crede, al santo vescovo di quel 
nome, la cui figura si vede graffita in una borchia 
metallica delle tavolette che coprono il codice. 
Degli affreschi di queste due cappelle si ragionerà 
a suo luogo. 



7 



g8 



SECOLO XIV. 



CAPITOLO IV. 
Giotto in Assisi. 

Mentre per tal modo s'attendeva a far più 
vasto ed insigne il tempio sotterraneo, era venuto 
in Assisi il più potente ingegno, di che s'onorasse 
allora l'Arte italiana. La venuta di Giotto alla 
tomba di S. Francesco segna un'epoca memorabile 
nella Storia, non tanto per le grandi opere eh' egli 
vi condusse, quanto per gli effetti che ne segui- 
tarono, essendo elle state prima semente di quella 
scuola nata allora nell'Umbria e venuta nel suo 
massimo rigoglio un secolo dipoi, e che nel campo 
della pittura religiosa tiene senza contrasto il pri- 
mato su tutte le altre scuole italiane e straniere. 
Questo fatto, del quale non troviamo il minimo 
indizio nelle scritture coeve dell' Archivio france- 
scano, è d'altra parte concordemente attestato 
da tutti gli storici: e quando pure niuno ce l'avesse 
ricordato, basterebbero a splendidamente testimo- 
niarlo gli affreschi maravigliosi dell'una e dell'al- 
tra chiesa, improntati di quella vita, che solo il 
gran maestro fiorentino seppe trasfondere nelle 
sue creazioni. Del resto circa il tempo di tal ve- 
nuta non s' accordano punto gli scrittori. Se, come 
nota il Vasari, fu il ministro generale, frate Gio- 
vanni da Morrò, quello che invitò Giotto a dipin- 
gere in Assisi, non seguì questo avvenimento 
prima del 1296, epoca della elezione di frate Gio- 



CAPITOLO IV. 



99 



vanni, nè potrebbe collocarsi più tardi del 1304, in 
cui, già promosso al cardinalato, egli convocò in 
Assisi il capitolo generale, dove gli fu dato un 
successore. Il numero poi e la vastità dei lavori 
di Giotto in S. Francesco, ci costringono a cre- 
derlo quivi dimorato per non breve tratto di 
tempo. Probabilmente egli fu qua più volte, e gli 
affreschi della chiesa di sopra vennero coloriti in 
tempo diverso da quelli dell' inferiore, dove è ma- 
nifesto eh' ei lavorò accompagnato dai più valenti 
tra' suoi discepoli. Certo a noi par verisimile, e 
tutto c'induce a crederlo, che ei cominciasse dalle 
storie della vita del santo, compiendo così la 
dipintura di tutta la basilica di sopra, e che la 
bellezza di quei primi saggi invogliasse i frati a 
fargli ridipingere nel sotterraneo la parte più rag- 
guardevole delle volte e delle pareti, state già 
dipinte dai più vecchi artisti. Tuttociò non si 
potè, certo, fare se non nel corso di parecchi 
anni. Che se alle opere della pittura vogliamo 
aggiungere secondo la locai tradizione il disegno 
e il governo che venne a Giotto affidato delle 
molte appendici e modificazioni fatte intorno al 
medesimo tempo nel sotterraneo, può Assisi darsi 
il vanto, non meno di Napoli, di Padova e di Avi- 
gnone, d'aver lungamente accolto tra le sue mura 
questo degno e carissimo amico di Dante Ali- 
ghieri. 



I oo 



SECOLO XIV. 



CAPITOLO V. 

Le storie di Giotto nella Basilica superiore. 

Facendoci ora da quello, che in ordine di tempo 
e di bellezza può dirsi il primo dei lavori di Giotto 
nella Basilica di S. Francesco, ragioneremo delle 
28 storie dei fatti principali del santo Patriarca, 
da lui dipinte nella più bassa parte delle pareti 
della nave sotto al ballatoio, che era quel tanto 
che rimanesse tuttavia da dipingere nella Basilica 
superiore. 

Chi conosce la leggenda maggiore di S. Bona- 
ventura, tosto s' accorge che da quella fonte derivò 
Giotto la materia delle composizioni: tanta è l'uni- 
formità dell'ordine e dei particolari tra la narra- 
zione del dottore serafico e la rappresentazione 
che qui ce ne lasciò il fiorentino Maestro. La cui 
maggior lode in questa grande epopea è l'avere 
avuto sempre l' occhio alla natura e al vero, tanto- 
ché, secondo che giudica il Vasari, può egli consi- 
derarsi il primo, che, sbandita ogni convenzione 
della vecchia scuola, diede nelle composizioni sue 
l'esempio del dipingere moderno. Questa virtù 
somma di Giotto apparisce non solo nella felice 
significazione dei varii affetti e delle passioni, oli- 
ti' egli atteggiò le proprie figure, ma anco nell'ac- 
curato studio delle forme, delle movenze, delle 
vesti e degli edifizi : dimodoché alla perfezione 
de' suoi dipinti nient' altro manca, se non ciò ch'era 



CAPITOLO V. 



ior 



impossibile a conseguirsi nell' età sua, e che potè 
l'arte raggiungere col lungo e paziente tirocinio 
d'altri due secoli. 

Comincia la serie di tali storie dal lato della 
nave in conni epistolae presso all'altare: e noi con 
l'usata brevità verremo di ciascuna accennando 
1' argomento e le particolarità più degne di con- 
siderazione. 



CAPITOLO VI. 
Preludio della santità di Francesco. 

Con molto senno prese l'artista le mosse da 
quel punto della vita di Francesco, ove, secondo 
gli scrittori più antichi, incominciarono i progno- 
stici di sua grandezza futura. 

V'aveva, a quanto recita S. Bonaventura, nella 
città un uomo del popolo semplice molto e dab- 
bene, il quale era usato, abbattendosi nel gentil 
giovane, di torsi di dosso il mantello spiegandolo 
sul sentiero, per dove l'altro avea a passare: primo 
saggio della venerazione alla quale sarebbe un di 
fatto segno dal mondo. Perchè tal dimostrazione 
d'onoranza apparisca più solenne, Giotto sceglie 
la piazza grande d'Assisi, mettendone in vista i 
due più riguardevoli edilìzi, il palagio dei Consoli 
e l'antico tempio di Minerva. Se non che avendo 
a ritrarre quel peristilio, in cui risplende tutta la 



102 



SECOLO XIV. 



greca eleganza, il pittore trecentista lo modifica ac- 
comodandolo al gusto e alle leggi dell' architettura 
de' tempi suoi: toglie via una delle sei colonne, ne 
assottiglia i fusti, ne cangia i capitelli e le basi, fa 
più acuto il timpano, e nel mezzo vi apre una fine- 
stra circolare. Tanto erano alieni quei vigorosi petti 
dal farsi scimie di fogge appartenenti ad altre ci- 
viltà! Tanto era tuttavia forte in essi l' amore delle 
usanze patrie! Quasi nel mezzo di questa scena 
campeggia il giovane protagonista coperto d' una 
roba elegante e signorile, in atto d' attraversare la 
piazza, seguitato da due allegri giovani che si ten- 
gono affettuosamente per le mani. Il popolano in- 
tanto gli sta curvo dinanzi distendendo il mantello 
sul terreno e guatandolo con aria maravigliata e 
giuliva. Altre due figure d' uomini sul lato opposto 
mirano attentamente il fatto, e bellamente contra- 
bilanciano la distribuzione dei gruppi. 



CAPITOLO VII. 
S. Francesco dona a un povero il suo mantello. 

Nella seconda storia cominciano a farsi manife- 
sti i germi di virtù, chiusi nell'anima del nostro 
eroe. Ecco in qual modo narra S. Bonaventura il 
fatto figurato in essa. 

« Quando Francesco fu sanato dell'infermità, si 



CAPITOLO VII. 



fece dare vestimenta nuove, molto belle, siccome 
era usata. E quando se le fu messe, si incontrò in 
un cavaliere nobile ma povero e mal vestito : del 
quale pigliandolo misericordia, incontanente si spo- 
gliò i ricchi panni, e a quel povero cavaliere per 
l' amor di Dio li diede, volendo in uno fare due 
operazioni, cioè coprire la vergogna e sostentarne 
la povertà. » 

Non meno che nella prima è nella presente sto- 
ria opportunamente eletto il luogo all'azione. Cri- 
sto avea detto: Non s'accorga la tua sinistra di 
quel che fa la destra, quando ella si stende a sov- 
venire agli altrui bisogni : santo e insieme gentile 
ammaestramento, che risparmiando al beneficato 
il rossore, ci salva da pericolo di vanità. La scena 
è adunque posta in un luogo solitario della valle 
che spiegasi al mezzogiorno d'Assisi, di cui si vede 
una parte coronar di casamenti la pendice del 
prossimo colle. Francesco è nel mezzo, dismon- 
tato dal cavallo, che gli stà a destra chinando 
il muso a carpire una boccata d'erba crescente 
lungo la via. Il santo s'è già cavata di dosso la 
bella sopravveste, e con lieto e benigno viso la 
porge al povero, che gli è da manca, coperto d' una 
corta e misera gonnella, e che maravigliato del- 
l' inaspettata larghezza leva la faccia a ringraziare 
con vivo affetto il gentil donatore. 



l 04 



SECOLO XIV 



CAPITOLO Vili. 
La visione del palagio ornato d'armi. 

Prosiegue subito appresso il dottore serafico : 
« La notte vegnente, quando Francesco dormiva, 
egli vide in visione un palagio molto bello e grande, 
il quale Iddio gli mostrò per la sua misericordia, 
acciocch' egli vedesse la mercede incomparabile 
eh' egli dovea ricevere dalla misericordia che ei 
fece a quel cavaliere: ed era quel palagio tutto 
pieno d' armi tutte segnate di croce. Onde Fran- 
cesco domandò, di chi erano tutte quelle cose: e 
fugli risposto ch'eli' erano sue e de' suoi cavalieri. » 

Da man sinistra si vede coricato Francesco sur 
un letto assai bello ed agiato, e mentre egli dorme 
un placido sonno, il suo spirito vagheggia lo spet- 
tacolo stupendo che gli si spiega d'innanzi. Un pa- 
lagio sontuosissimo a più ordini di finestre e di 
logge, occupa sull' altro lato la parte maggiore 
del dipinto: e ne pendono trofei e pennoni di 
guerra, simbolo dei trionfi che l' attendevano nelle 
dure battaglie della presente vita, e che egli in 
sulle prime carnalmente interpretando, s' era deli- 
berato d'andare in Puglia per mettersi agli sti- 
pendii di un gentil signore promettendosene gloria, 
stato e ricchezze. 



CAPITOLO IX. 



CAPITOLO IX. 
S. Francesco in S. Damiano. 

Lcco la narrazione che ne fa S. Bonaventura: 
i Essendo uscito fuori nel campo a pensare e an- 
dato presso alla chiesa di S. Damiano la quale 
per troppa vecchiezza parca che volesse cadere.... 
guardando cogli occhi pieni di lagrime nella croce 
di Cristo, udì una voce divina per 1' aere che gli 
disse: Francesco, va, racconcia la chiesa che vedi, 
ch'ella si distrugge tutta.) 

Questa semplice ed affettuosa composizione ci 
mette innanzi agli occhi l' edifìzio della chiesa 
cadente co' muri laceri e sdruciti. Avanti all'altare 
sta genuflesso in devotissima attitudine il giovane, 
che intento e stupito fìssa lo sguardo nella croce, 
foggiata secondo il costume di quell'età, quali se 
ne vedono nelle primitive chiese de' frati minori, 
con la figura di Cristo morente, in essa dipinta. 



CAPITOLO X. 

Francesco rinunzia all'eredità paterna. 

«Vedendo il padre di FYancesco che per niun 
modo potea ritrarlo dal santo proponimento.... si 
pensò trarlo al Vescovo per fargli rifiutare nelle 



IOÓ 



SECOLO XIV. 



sue mani 1* eredità della madre. E Francesco fu 
presto a fare allegramente la volontà del suo 
padre. Incontanente andarono innanzi al Vescovo... 
ed ivi umile si spogliò delle vestimenta e le rese 
al padre. Eziandio si trasse i panni di gamba e 
gittolli al padre dicendo: togli padre; e da ora 
innanzi potrò dire : « Padre nostro che sei nei 
cieli. » 

Questa maravigliosa istoria acquista straordi- 
naria vita dal pennello di Giotto. Tutti gli sguardi 
degli affollati spettatori sono rivolti al caldo 
amatore della povertà, il quale rimasto ignudo, 
se non inquanto lo copre ai fianchi il cilizio, leva 
risolutamente le mani e gli occhi al cielo, invo- 
cando quell'unico padre, che gli rimane lassù. Due 
tra gli astanti pigliano in special modo una parte 
vivissima all'universale commovimento, il padre, 
che fatto fardello de' panni rifiutati da Francesco, 
par che levando furiosamente la mano, lo male- 
dica, e il vescovo che intenerito da tanta virtù 
gittasi verso il giovane colle mani protese come 
per abbracciarlo e coprirne la nudità. La ricchezza 
dell' edifizio, ove segue il fatto, cresce solennità 
a spettacolo tanto sublime. 



CAPITOLO XI. 



IO7 



CAPITOLO XI. 
Visione di Papa Innocenzo. 

« Papa Innocenzo, sono parole di S. Bonaven- 
tura, vide una visione in questo modo : eh' ei 
vedeva la chiesa di S. Giovanni Laterano che 
parea che cadesse, e un povero uomo piccolo e 
spregiato vi mettea sotto il dosso, e sosteneala 
che non cadesse. » 

Sul lato destro del riguardante è il pontefice 
con la tiara in testa e le paramenta della sua 
dignità in dosso, coricato in letto. A piè del letto 
uno dei cubiculari sedute, posa come persona 
stanca la faccia sui ginocchi, ed appoggia la 
spalla dritta alla sponda del letto papale, velando 
gli occhi per sonno. Sull'altro lato apparisce una 
parte della facciata della Basilica lateranense col 
suo portico di colonne antiche che sostentano 
l'architrave, il fregio e la cornice adorni di mo- 
saici, col campanile a tre ordini di finestre arcuate. 
Tutto quest' edifizio piega rovinosamente a manca, 
e si rovescerebbe senza fallo a terra, se il mistico 
poverello non lo puntellasse gagliardamente sot- 
toponendo l'omero alla cornice. 



io8 



SECOLO XIV. 



CAPITOLO XII. 
L'approvazione della regola. 

Seguita il serafico dottore: « Il papa, disse: 
Veramente questi è queir uomo che per ammae- 
stramento di sante opere e di dottrina sosterrà 
la chiesa di Dio. E però s' inchinò il papa alla 
petizione di Beato Francesco, e fecegli ciò che 
volle interamente e sempre l'amò di spirituale 
amore.... e diegli licenza di predicare e fece fare 
a lui e a' suoi frati corone piccole, cioè ghirlande 
di cheriche, acciocché predicassero la parola di 
Dio liberamente. » 

Innocenzo con semplice mitra in capo, siede a 
destra fra sette cardinali, stendendo la mano a 
prendere la parte superiore della carta ove è 
scritta la regola, che Francesco gli presenta e 
tiene tuttavia all'estremità inferiore. Il santo ha 
piegate le ginocchia e genuflessi altresì sono 
dietro di lui i poveri suoi compagni. Bellissime 
sono le arie delle teste: gravi ed autorevoli nei 
personaggi della curia, serenamente umili quelle 
de' frati minori. 



CAPITOLO XIII. 



capitolo xirr. 

S. Francesco sul carro di fuoco. 

« Stando li frati nel luogo predetto (di Rivotorto) 
l'uomo di Dio entrò un sabato nella città d'Ascesi 
per predicare la Domenica nella chiesa cattedrale, 
siccome era usanza. E come 1' uomo di Dio stava 
in un luogo oscuro lo quale era nell'orto de' Ca- 
1 onaci, orando e pregando Dio, essendo in disparte 
de' frati suoi, stando li frati nel predetto luogo, e 
una parte dormia e una parte vegliava, videro 
un carro come di fuoco splendente che entrò 
nella detta casa ove erano i frati, dando tre volte 
quà e là per la casa. E aveavi di suso un giovane 
lucente come il sole. Della qual cosa molto si 
spaventarono i frati che vegghiavano, e quelli 
che dormivano si destarono spaventati....» 

Sopra all' edifizio de' frati, aperto dinanzi in 
guisa da poterne scorgere l' interno, si mira tra 
una luce rossigna e vivissima il carro tratto da 
cavalli di fuoco e suvvi il santo con le braccia 
aperte e levate verso il cielo. Le ruote posano 
sull'orlo del tetto, e par che accennino d'uscirne, 
perchè il carro discendendo possa entrare nel- 
Y abitacolo. Intanto tre frati, i più desti, si sono 
accorti del prodigio: due usciti all'aperto, stanno 
attoniti ragionando tra loro e 1' un di essi leva 
la mano per additare il carro miracoloso al com- 
pagno che guata in alto. Il terzo rientra frettoloso 



I IO 



SECOLO XIV. 



in casa e chiama e fa pressa ai dormienti che 
escano a vedere. Dei chiamati chi si desta, chi 
già si rizza. E una scena piena di tale espressione 
di maraviglia e spavento che mal si ritrarrebbe 
a parole. 



CAPITOLO XIV. 
Visione di frate Leone. 

« Stando uno santo frate una volta in cammino 
col Beato Francesco, ed entrati in una chiesa 
abbandonata per istare ivi in orazione, questo 
santo frate parendo che dormisse e non dormia, 
sì vide in paradiso una bellissima sedia ornata di 
pietre preziose e di tutta gloria essendo tra molte 
altre, e questa era vota. E maravigliandosi molto, 
con gran sollecitudine domandò cui dovesse essere 
quella sedia. E incontanente udì una voce che 
disse: Questa sedia fu di lucifero, lo quale per 
la superbia cadde di cielo e andò all' inferno, e 
ora è serbata all' umile Francesco. » Tale è il 
racconto di S. Bonaventura. 

Sta Francesco ginocchioni nel mezzo a piè d' un 
altare, giungendo le mani sul petto in atto di pro- 
fonda contemplazione. Dietro sul lato sinistro è il 
compagno, che entrato allora nella deserta chie- 
setta piega un ginocchio a terra sollevando insieme 



CAPITOLO XV. 



I I I 



la faccia alla mirabile apparizione. Un angelo so- 
speso a volo gli addita tra quattro minori lo 
splendido seggio, destinato in cielo al più valo- 
roso campione dell'umiltà. 



CAPITOLO XV. 

Il santo caccia i demoni dalla città d'Arezzo. 

Narra il santo biografo, che « venendo una volta 
il Beato Francesco ad Arezzo e in quel dì che 
giunse tutta la città era commossa a combattere 
i cittadini insieme tra loro; e albergando il Beato 
Francesco nel borgo di fuori, sì vide sopra le 
mura della città grande moltitudine di demonia, 
e facevano grande allegrezza; onde conoscendo 
per ispirito ch'eglino erano cagione di tanta tur- 
bazione, mandò il compagno suo, frate Silvestro, 
a modo d'un banditore alle porte della città, e 
disse: Comanda a quelli demoni da parte di Dio, 
che incontanente si partano. AfTrettossi quel ve- 
race figliuolo d' obbedienza ad eseguire i coman- 
damenti del padre, e premessa l' orazione dinanzi 
alle porte della città prese a gridare ad alta voce: 
Da parte di Dio onnipotente e per comandamento 
del servo suo Francesco, partitevi lungi da di qua, 
o demoni quanti siete. Incontanente la città torna 
in pace ed i cittadini tutti con gran tranquillità 
tornano ad osservare i diritti della cittadinanza. > 



] 12 



sei 01 o xrv. 



La scena è innanzi alle mura della città, di cui 
si veggono due porte, e casamenta e torri che 
sovrastano alla cerchia delle fortificazioni. Per 
l'azzurro cupo dell'aria svolazzano e trescano 
neri demoni, aizzatori delle discordie intestine. Sul 
lato sinistro sta umilmente genuflesso e chino il 
S. Patriarca giungendo le mani in atto di chi prega 
fervorosamente. Intanto frate Silvestro fattosi in- 
nanzi alla porta più vicina, leva una mano per 
fare ai maligni spiriti il comandamento impostogli, 
mentre con l' altra sostiene e raccoglie parte della 
tonaca dinanzi alla persona, lasciando vedere una 
sottana bianca. Un cittadino in sulla porta lo sta 
guardando, atteggiato di maraviglia. 



CAPITOLO XVI. 

S. Francesco dinanzi al Soldano d'Egitto. 

« Ancora il tredicesimo anno della sua conver- 
sione si propose la terza volta d'andare verso 
gì' infedeli a spargere il suo sangue per accresci- 
mento della fede cristiana. E passato nelle, parti 
di Siria misesi ad andare al Soldano di Babilonia 
che prometteva un bisante d' oro a chiunque re- 
casse un capo di cristiano. A lui dunque n'andò 
il Beato Francesco con un solo compagno. Il 
Soldano gli domandò chi gli avea mandati e per- 



CAPITOLO XVI. 



chè vi erano venuti. Al quale l'uomo di Dio ri- 
spose con grande sincerità : Io sono mandato 
da Dio e non da uomo del mondo, acciocch' io 
dimostri la via della salute a te e al popolo tuo. 
E predicò al Soldano con tanta costanza di mente 
e virtù d'animo, e con tanto fervore di spirito 
della unità e trinità di Dio, che si compiè in lui 
la parola del Vangelo. Io vi darò bocca e sapienza 
alla quale non potranno resistere li vostri avver- 
sari. E il Soldano maravigliato pregollo che do- 
vesse stare con lui. Al quale il Beato Francesco 
rispose: Se tu ti vuoi convertire a Cristo col 
popolo tuo, io starò teco volentieri, e se tu dubiti 
di lasciare la fede di Maometto per la fede di 
Cristo fa accendere un gran fuoco e fa venire i 
preti tuoi e fa me e loro entrare nel detto fuoco ; 
e quale di noi rimane salvo, in quella fede credi. 
E il Soldano rispose : Io non credo che niuno 
de' miei preti sia che si voglia mettere a questo 
partito... » 

L' artista ha scelto 1' ultimo momento che 
riassume il fatto e ne costituisce il punto più im- 
portante. Il santo ritto nel mezzo accenna risolu- 
tamente d'esser presto alla terribile prova, chiara- 
mente significata da un fuoco che gli arde a man 
destra. Il principe intanto, seduto in un bel trono 
fra parecchie guardie, armate alla foggia orientale, 
addita colla dritta uno de' suoi sacerdoti, il quale 
atterrito dalla proposta del santo, si ritira e fugge 
dal canto opposto cedendo così vilmente il campo. 

8 



ii4 



SECOLO XIV. 



all'intrepido banditore del Vangelo. Il luogo della 
scena figura un' aula non indegna della maestà di 
tanto signore : e il ballatoio divisato in fondo con 
un ordine di colonne, aggiunge vaghezza alla pa- 
rete principale del maestoso edilìzio. 



CAPITOLO XVII. 

Il santo in estasi ragiona con Dio. 

A questo punto l'artista, scostandosi da S. Bo- 
naventura, che non gli avrebbe fornito un bastevol 
numero di temi, ci dà una serie di cinque storie, 
tratte da altre leggende, le quali gli porsero ot- 
timi partiti alle sue composizioni. Quella di che 
ragioniamo al presente, figura nel mezzo il sera- 
fico patriarca sollevato da terra, e sostenuto da 
nube luminosa, con le braccia protese in atto che 
sta, qual nuovo Mose, contemplando faccia a fac- 
cia l'Eterno. Vedesi questo campato in aria sul 
lato destro, che colle braccia similmente diritte 
verso il cielo, china benignamente la faccia al suo 
fedel servo in atto d'intimo colloquio. Sul lato- 
sinistro della composizione parecchi frati spetta- 
tori di tanto prodigio, stanno atteggiati di pro- 
fonda maraviglia. 



CAPITOLO XVIII. 



115 



CAPITOLO XVIII. 
L'istituzione del presepio in Greccio. 

Chi non ha letto nel Celanense la descrizione 
di questa giocondissima festa, non ha certo gu- 
stato la più gentile poesia, che profuma le leg- 
gende medioevali: e noi non potremmo defraudare 
chi ci legge di tanta dolcezza. Eccone dunque 
l' insuperabile narrazione : 

« Memorabile e degno d'essere con reverenza 
rammentato- si è ciò che tre anni innanzi al dì 
del suo transito glorioso, egli fece presso una 
terra che ha nome Greccio, il giorno del Natale 
di nostro Signore. 

«Era in quella terra un uomo chiamato Giovanni, 
uomo bennato e dabbene, a cui portava il santo 
un affetto singolare. Ora quindici giorni avanti la 
festa di Natale il beato Francesco ebbe a sè costui 
e gli disse: Se hai caro che celebriamo in Greccio 
la presente festa del Signore sii presto all' ope- 
rare ed apparecchia diligentemente ciò che ti dirò. 
Perocché intendo di festeggiare quel fanciullo che 
nacque a Betlem e vedere cogli occhi corporali 
i disagi della necessità infantile di lui. Il che sen- 
tendo quell'uomo dabbene corse incontanente e 
apparecchiò ciò che il santo gli avea ordinato. 
Ora venne il dì dell'esultanza e da più luoghi 
furono chiamati i frati. Gli uomini e le femmine 
della terra prepararono ceri e fiaccole per illumi- 



n6 



SECOLO XIV. 



nare quella notte che con la rilucente stella illu- 
minò i giorni e gli anni tutti. Venne al fine il 
santo di Dio: vide e sene rallegrò. Apparecchiasi 
il presepio, vi si dispone il fieno, il bue e l'asino 
vi sono addotti. Si fa quivi onore alla povertà, e 
Greccio diventa quasi nuova Betlem. 

« Vi traggono i popoli e a quel nuovo mistero 
sono da nuova gioia consolati. Risuona tutta di 
voci la selva e al comun giubilo fanno eco le rupi. 
Cantano i frati dando al Signore le debite laudi 
e tutta quanta la notte si passa nel gaudio. Se ne 
sta il santo di Dio innanzi al presepio, tutto so- 
spiri, tutto pietà e inondato di mirabile allegrezza. 
Si celebra la messa grande in sul presepio : si 
veste il santo di Dio i paramenti levitici, peroc- 
ché era diacono, e ad alta voce canta il santo 
Evangelo ; e quella voce robusta, soave, limpida 
e sonora tutti invita al massimo de' premi. Poi 
predica al popolo circostante e del nascimento 
del re poverello e della piccola Betlem ragiona 
cose d'una dolcezza al tutto celestiale. Moltipli- 
caronsi i doni dell'Onnipotente, perocché a un uom 
dabbene apparve una visione. Vedeva costui gia- 
cere nel presepio un fanciulletto morto e a lui 
avvicinarsi il santo di Dio e quasi destarlo dal - 
letargo del sonno. Né parrà sconvenevole cotesta 
visione quando si consideri che il fanciullo Gesù 
era al tutto dimenticato nei cuori de' molti, nei 
quali come piacque alla divina grazia, fu per mezzo 
del suo servo risuscitato. » 



CAPITOLO XVIII. 



II 7 



Giotto traduce questa leggiadrissima storia in 
una non men mirabile composizione. L'umile pre- 
sepio è qui trasformato in ampia basilica, e il pres- 
biterio è scelto dall'artista a luogo dell'azione, ed 
è chiaramente accennato dalle due icone che met- 
tono in mezzo la croce posando sulla trave oriz- 
zontale posta appunto tra il santuario e il corpo 
della nave nelle chiese di quel tempo. Sul lato 
destro sta ginocchioni il santo, vestito delle pa- 
ramenti festive di diacono, contemplando con in- 
dicibile tenerezza il fanciulletto, non sai dire se 
morto o addormentato, ch'egli ha tolto su dal 
povero giaciglio, presso al quale si vede accovac- 
ciato un piccolo bue. Dietro a Francesco è aggrup- 
pato un coro di frati che cantano con sì vive atti- 
tudini, che dall' aprir delle bocche e dal levare delle 
faccie quasi indovini il vario tuono delle loro voci. 
Il rimanente spazio è pieno di gente affollata che 
sta mirando quella pietosa scena. Bellissime sono 
le ricche foggie delle vesti e degli ornamenti delle 
figure che più campeggiano tra gli spettatori. 



CAPITOLO XIX. 
L' assetato. 

« Volendo una fiata, dice il Celanense, andarsene 
il beato Francesco a certo eremo, acciocché po- 
tesse quivi più liberamente attendere alla contem- 



I l8 SECOLO XIV. 



plazione, per essere egli oltremodo della persona 
debole, impetrò da un povero uomo la cavalcatura 
d'un asino. Ed essendo di estate e seguitando co- 
stui l' uomo di Dio su per la montagna, stanco per 

10 disagio del lungo ed aspro cammino, prima di 
giungere al luogo sentesi venir meno per l'ardore 
della sete. Onde messosi a gridare dietro al santo 

11 pregava che dovesse avere compassione di lui, 
affermando che morrebbe senza il ristoro di qual- 
che bevanda. 

« Il santo di Dio sempre pietoso verso gli afflitti, 
dismontò incontanente dall'asino, e piegate a terra 
le ginocchia con le palme dritte verso il cielo, non 
si rimase dall' orare, finché non si fu accorto d' es- 
sere esaudito. E, volto al villano: Va, disse, va 
spacciatamente, e colà troverai un'acqua che Cri- 
sto misericordioso in quest' ora ha fatto zampillare 
dal sasso perchè tu ne beva. Bevve il villano del- 
l' acqua della pietra, e si dissetò all'onda scaturita 
dal duro sasso. Innanzi a quel tempo quivi non fu 
acqua di sorta alcuna, nè per diligenza che siasi 
fatta vi si è potuto trovare da poi. » 

Di questo affresco maraviglioso, in cui Giotto 
fece fare alla Pittura un passo da gigante verso 
il perfetto stile, così scrive il Vasari. 

« Fra le altre è bellissima una storia, dove un 
assetato, nel quale si vede vivo il desiderio del- 
l'acqua, bee stando chinato in terra ad una fonte 
con grandissimo e veramente maraviglioso affetto, 
intantochò par quasi una persona viva che bea. » 



capitolo xix. 



119 



Giustissime lodi; ma se bella e viva appar la 
figura dell' assetato, bellissima dee parer quella 
del santo, che ritiratosi in disparte sul monte, sta 
finocchione pregando con le mani diritte verso il 
cielo. E mirabilmente trovata è altresì la scena 
che presenta una stretta foce tra due monti, quello 
a sinistra vestito di folti alberi selvaggi, e l'altro 
a destra erto, nudo e tutto sasso. Su questo col- 
locò il giudizioso artista la figura del santo, e dal 
fianco di queste rupi fece scaturire l' acqua miraco- 
losa. Dietro l'assetato, che vedesi sul lato diritto, 
sono due frati, compagni del serafico padre, che 
stanno attendendo vicino all'asino, ritratto an- 
ch'esso con singoiar maestria. 



CAPITOLO XX. 
La predica agli uccelli. 

Questo idillio d'amore è descritto dalla soavis- 
sima penna del Celanense con sì vivi colori, che 
le parole sue sono il più bel commento della pre- 
sente storia. 

« Facendo il beato padre viaggio per la valle 
di Spoleto, arrivò a certo luogo vicin di Bevagna 
dove erasi radunata una moltitudine grandissima 
di varie maniere di uccelli. Ora come gli ebbe 
veduti il beatissimo padre corse prestamente a 
loro lasciando in sulla via i compagni. 



Ì20 



SECOLO xrv. 



« Erasi di già fatto assai presso agli uccelli, e 
vedendo cosi che lo stavano aspettando, li salutò 
secondo che egli era usato, e tutto pieno d'alle- 
grezza prese a pregarli che volessero ascoltare la 
divina parola: e tra le molte cose che disse loro, 
furono anche queste: Frati miei uccelli, voi dovete 
molto lodare il Signore che v'ha creati; ed amarlo 
sempre, perocché egli vi ha dato piume per vesti, 
e penne per volare e v'ha provveduti di quanto 
v' era mestieri. 

« Nobili Iddio v'ha fatti tra le sue creature e 
v'ha dato per dimora la purezza dell'aere; e senza 
che voi seminiate e metiate e senza alcuna vostra 
fatica vi custodisce e governa. 

« A così fatte parole quegli uccelletti comincia- 
rono a sporgere il collo, a distendere le ale, ad 
aprire il becco e a riguardare fissamente il beato. 
Egli poi passando per mezzo a loro andava e tor- 
nava toccandone con la tonaca le teste ed i corpi. 
Finalmente li benedisse, e diè loro licenza di vo- 
larsene altrove. » 

Vedi una campagna di diffuso orizzonte con solo 
un albero in sul canto destro: sul sinistro il beato, 
chino in dolce atto sullo stormo degli uccellini, 
che fanno vivissimi segni d'allegrezza: e dietro è 
uno de' compagni atteggiato di lieta maraviglia. 



121 



CAPITOLO XXI. 

La morte d'un cavaliere di Celano. 

Ad una scena tutta soavità ed amore, una ne 
seguita piena di profonda tristezza. Ritrovandosi 
il santo in Celano fu da un gentiluomo di quella 
terra invitato a desinare seco. Francesco entrato- 
gli appena in casa, profetizza imminente la fine di 
lui. Il cavaliere ad altro non pensò che ad accon- 
ciarsi con Dio e a dar sesto alle cose domestiche : 
e subito dopo, così apparecchiato e sovvenuto 
dalle orazioni di tanto ospite, passò dalla presente 
a vita migliore. Tacciono di questo prodigio i bio- 
grafi più autorevoli ed antichi. Ma all'intelligenza 
della storia ha provveduto il medesimo pittore 
col porre sotto all' affresco la scritta seguente: 
< Beatus Franciscus impetrai salutem animae cui 
dam militi de Celano, qui eum devote ad prandium 
invitavit: qui tameu post confessionem et dotnus 
suae dispositionem, aliis incipientibus manducare, 
ipse statini spiritimi e x alavi t, et in Domino obdor- 
mivit. » 

Costretto l'artista di figurare due momenti di- 
versi, ha divisa la storia in due parti. In quella a 
manca è sotto una loggia la mensa imbandita di 
stoviglie, calici, orci e vivande, e tre figure vi sono 
attorno : il santo ritto nel mezzo pronunzia la dura 
novella: a sinistra il gentiluomo 1' ascolta con viva 
espressione di spavento nel volto e colle brac- 



122 



SECOLO XIV. 



eia distese a modo di supplicante ; ai destro lato 
del santo sta seduto un domestico, atteggiato 
anch'esso di profondo stupore. 

Nella seconda parte della storia vedesi il gen- 
tiluomo già alle prese colla morte, circondato e 
sostenuto da un numeroso gruppo di familiari, 
quale chino, quale ginocchioni che si ingegnano 
di confortare il morente, e nel viso e negli atti 
mostrano il gran dispiacere che prende ciascuno 
di così subito caso. Bellissime fra le altre sono due 
figure di femmine, nelle quali il pittore volle pro- 
babilmente figurare la donna e una figliuola di 
quel signore, e nelle quali è tanto mirabilmente 
espresso il dolore e la pietà, che non può immagi- 
narsi cosa più perfetta: e può bene questo gruppo 
giudicarsi de' più stupendi tra quanti ne colorì il 
gran rinnovatore dell'Arte italiana. 



CAPITOLO XXII. 

S. Francesco predica innanzi a papa Onorio. 

« Ora accadde una fiata, scrive il Celanense, . 
ch'egli andò a Roma chiamatovi dalle cose del- 
l' Ordine, e struggevasi di predicare nella presenza 
di papa Onorio e dei venerabili cardinali. Il che 
intendendo Ugolino vescovo di Ostia, che portava 
al santo di Dio venerazione ed affetto, fu pieno di 



CAPITOLO XXII. 



123 



timore insieme e d'allegrezza: perchè ammira- 
vano il fervore e tenevalo in sospetto la semplice 
purezza del santo. Pur confidandosi della miseri- 
cordia dell'Onnipotente, la quale ne' bisogni non 
vien meno giammai a chi pietosamente la invoca, 
lo menò dinanzi al papa ed ai venerabili cardinali. 
Or trovandosi ' egli nel cospetto di così grandi 
principi, avutane prima licenza e con esso insieme 
la benedizione, cominciò intrepidamente a ragio- 
nare. E predicò con tal fervore di spirito che non 
capendo in sò dall'allegrezza, nel pronunziare che 
facea le parole, moveva eziandio i piedi a maniera 
d' uomo che balli non per gioco, bensì per la forza 
dell' amor divino onde era affocato dentro : nè per 
questo moveva a riso, ma strappava altrui lagrime 
di dolore. » 

Qui la corte romana è figurata in tutto il suo 
splendore. Dentro una vasta basilica a più navi, 
le cui arcate posano sopra eleganti colonne e 
adorna tutta di musaici e pitture, è situato un 
magnifico seggio, rilevato di due gradini dal pa- 
vimento, e sovr'esso in tutta la maestà degli abiti 
pontificali siede Onorio III, messo in mezzo da sei 
cardinali seduti anch'essi più a basso e riparati 
alle spalle da uno splendido arazzo con ornamenti 
a costruzioni geometriche. I] papa appoggia il 
braccio destro sul fianco del trono e puntella con 
la mano il mento in atto di chi porge ascolto con 
quella gravità che a supremo giudice si conviene. 
Tiene egli fisso lo sguardo nel santo, che ritto sul 



1 '^4 SEGOLO XIV. 

lato sinistro della storia, leva la destra in attitudine 
di franco sermonare. Anche i sei cardinali mo- 
strano di porgergli orecchio con attenzione pro- 
fonda e raccolta. Tanta solennità di pompa e di 
sentimento è graziosamente variata dalla figura 
di un giovane fraticello seduto sul terreno dinanzi 
al suo santo maestro, ch'egli ascolta con una sere- 
nità verginale facendosi della palma sinistra letto 
alla guancia. 



CAPITOLO XXriT. 
Il Capitolo de* Frati in Arles. 

Anche qui siaci di scorta il Celanense, che così 
narra il prodigio. 

« Essendo una volta stato frate Giovanni da 
Firenze da S. Francesco eletto ministro de' frati 
in Provenza, ed avendo nella medesima provincia 
convocato il Capitolo de' frati, era tra loro un 
religioso unico sacerdote di chiara fama ma di 
più chiara vita per nome Monaldo. Era presente 
eziandio a quel capitolo frate Antonio, il quale 
con grandissimo fervore e divozione predicando ai 
frati sopra quelle parole, Gesù Nazareno re dei 
Giudei, detto frate Monaldo riguardando verso 
l'uscio della casa dov'erano raccolti i frati, vide 
quivi cogli occhi corporali il beato Francesco 



capitolo xxnr. 125 



campato in aria con le mani distese in figura di 
croce e in atto di benedire i frati, e parve anco 
agli altri tutti d'esser ripieni della consolazione 
dello Spirito Santo. » 

La vasta sala del Capitolo è tutta piena di frati 
seduti su panche e volti verso il lato sinistro del 
quadro dove sta in piedi ragionando il taumaturgo 
di Padova. Di prospetto nella parete principale tra 
due finestre di stile archiacuto s'apre l'uscio da 
via, nel cui vano campeggia maestosa la figura 
del patriarca serafico, tenendo le braccia aperte 
e distese a modo di crocifisso. Composizione an- 
che rispetto al magistero dell'Arte maravigliosa 
per larghezza di disegno e per partiti bellissimi 
nel piegare dei panni. 



CAPITOLO XXIV. 

Le Stimmate. 

Di questo ineffabile mistero di carità, a tutti 
notissimo, non accade qui allegare narrazione al- 
cuna di storico. Sul crudo sasso della Vernia, 
poco lontano da un modesto oratorio è figurato 
il Beato padre col ginocchio diritto a terra, con 
le braccia e le palme aperte, e tutto assorto nella 
contemplazione del serafino che verso lui scende 
dall'alto sul destro lato del dipinto. Lo spirito 



SECOLO XIV. 



celestiale ha sembianza di giovane bellissimo, con- 
fitto in croce, con due ali sul capo, due aperte al 
volo e due ripiegate a coprirne la persona. Da 
basso nel lato medesimo si vede un'altra figura 
seduta non sapresti dire se di pastore o di frate: 
tanto è l'affresco alterato dal tempo. 



CAPITOLO XXV. 



Morte e funerali del Santo. 



Neppur qui v'è bisogno d'illustrazione per in- 
tendere e godere una delle più stupende creazioni 
dell'Arte moderna. Ravvicinando due momenti 
della storia del Patriarca, Giotto ce ne presenta 
il beato transito e l'esequie in una composizione 
che ha tutto l'incanto dell'euritmia de' quadri della 
scuola peruginesca, senza che le manchi per ciò 
punto di spirito e movimento drammatico. Sul di- 
nanzi della storia vedesi disteso a giacere sul nudo 
pavimento il poverello di Cristo con le mani a croce 
sul petto e intorno gli stanno genuflessi e curvi 
in varie attitudini di sconsolato dolore i più fer- 
venti discepoli, rimasti orbi del dolce loro padre. 
Dietro al corpo del santo è una numerosa schiera 
di altre figure in piedi, nella cui fronte campeggia 
tra' chierici co' ceri ardenti in mano il sacerdote 
messo in mezzo dal diacono e dal suddiacono, il 



CAPITOLO XXV. 



127 



quale asperge il defunto dell'acqua lustrale. In 
alto tra un coro di angeli bellissimi l'anima del 
serafino, chiusa in un nimbo rilucente, è portata 
al paradiso. Beato chi potè mirare questo prodi- 
gio di pittura prima che la mano inesorabile dei 
secoli e V umidità trapelata da fuori, n' avesse sce- 
mata e offuscata la divina bellezza! 



CAPITOLO XXVI. 
Visioni di frate Agostino e di Guido Vescovo. 

Era di quel tempo ministro de' frati in terra di 
Lavoro frate Agostino, il quale condotto allo 
stremo di sua vita, avendo già da buono spazio 
perduta la favella, di subito, udendolo gli astanti, 
esclamò e disse : Aspettami, padre, aspettami. 
Ecco, ne vengo teco. Facendone i frati le mera- 
viglie grandi ed addimandandolo a chi mai così 
favellasse: Non vedete, diss'egli, vivamente ri- 
spondendo, il padre nostro Francesco che se ne 
va in cielo? E incontanente l'anima di lui sciol- 
tasi dalla carne, seguitò il padre santissimo. Così 
il Celanense, il quale narra altresì la visione del 
Vescovo Guido. 

« Erasi in quel tempo recato il vescovo d'As- 
sisi in pellegrinaggio alla chiesa di S. Michele, e 
nel ritorno essendo alloggiato a Benevento, gli 



128 



apparve il beato padre in visione la notte del suo 
transito, e gli disse : Ecco, padre, eh' io lascio il 
mondo e me ne vado a Cristo. Al mattino leva- 
tosi il vescovo narrò ai compagni le cose vedute, 
e avuto a sè un notaio fè scrivere il dì e l'ora, 
e divenutone assai malinconioso, rammaricavasi 
piangendo per aver perduto il suo singoiar padre.» 

La storia per necessità divisa in due parti, 
presenta nella maggiore a sinistra un edifizio 
aperto dinanzi a maniera di tabernacolo, e dentro 
vi si vede il morente che rizzatosi a sedere sul 
letto, addita con molta vivezza in alto la visione 
del beato suo padre ai compagni, che gli fan co- 
rona, e che mostrano agli atti una straordinaria 
mestizia. Nel lato destro è figurato il vescovo 
che coricato in letto è sopito in un tranquillo 
sonno. Questo affresco per rispetto all'invenzione 
e all' esecuzione è degno del gran maestro che lo 
condusse. 



CAPITOLO XXVII. 

La verità delle Stimmate. 

Narra S. Bonaventura nella leggenda maggiore, 
che « quando fu sparsa la voce del come era il 
beato Francesco passato di questa vita, vennero 
al luogo de' frati, molti secolari ed altri religiosi 



CAPITOLO XXV ir. * tìt) 



per vedere ed esser certi di ciò eh' era loro di gran 
maraviglia a credere, cioè le Stimmate. Onde non 
era lecito che ogni gente lo vedesse comune- 
mente, di che certi maggiori cittadini d'Ascesi 
furono scelti, a cui principalmente i frati il mo- 
strarono. Tra i quali ne fu uno nobile cavaliere- 
di grande fama e molto scienziato, ed era divoto 
uomo di Dio, e di questo miracolo delle Stim- 
mate di beato Francesco molto incredulo, ond'egli 
più principale degli altri vi fu, e vide e toccò e 
mosse i chiovi colle sue mani in presenza di molti 
secolari e religiosi che vi erano, e la piaga del 
lato simigliantemente, sicché egli e tutti coloro 
che il videro furono certi di ciò eh' erano in dubbio. 

Questa composizione in gran parte perduta 
lascia a fatica discernere il corpo del santo di- 
steso in sul terreno col capo verso l'estremità 
sinistra: e quivi è un gentiluomo in piedi, forse 
l'incredulo, che stà attentamente guardando men- 
tre altri cavalieri, vestiti tutti di robe rosse, in- 
ginocchiati sul dinanzi del dipinto dimostrano al 
santo la riverenza negatagli sul primo, rassomi- 
gliato perciò dagli storici a Tommaso apostolo, 
che non volle prestar fede alla risurrezione di 
Cristo, se prima non n'ebbe vedute e tocche le 
piaghe. 



9 



130 



SECOLO XIV. 



CAPITOLO XXVIII. 
Il pianto delle donne a san Damiano. 

Questa e le altre cinque ultime storie anche 
all'occhio de' meno esperti appariscono sì dissimili 
dalle precedenti, che si penerebbe a crederle tutte 
lavoro della stessa mano. E benché il Vasari e 
gli inventarli medesimi dell'archivio le facciano 
tutte quante di Giotto, noi più coscienziosamente 
ci soscriviamo all' opinione d' alcuni moderni, che 
.giudicano le tre prossime di scuola sanese e le tre 
ultime di Spinello aretino. 

Ora venendo alla XXIII storia, ci fa sapere il 
Celanense, che trasportandosi con festa come di 
trionfo dal clero e dal popolo il santo corpo dalla 
Porziuncula alla città, il convoglio funebre tenne 
la via di S. Damiano, dove a S. Chiara e alle 
altre monache fu permesso di vedere per l' ultima 
volta il loro dolce maestro. Questa pietosissima 
storia, che per amore di brevità diamo così com- 
pendiata, avvenne propriamente dentro la detta 
chiesa. Ma il pittore per allargare il campo alla 
scena, l' ha ideata di fuori sul sacrato dinanzi alla 
porta del santuario, qui figurato con magnifica 
architettura sul canto destro. Nel mezzo adunque 
della storia vedesi deposta la bara, guardata dai 
gentiluomini che la portano, e che tengono in 
rispetto la moltitudine del popolo. Dietro alla 
bara sta la figliuola primogenita del santo pa- 



CAPITOLO XXVIII. 



triarca, la quale bellissima d'aspetto contempla 
con soave mestizia la fredda spoglia dell'uomo 
di Dio : ed ha intorno uno stuolo di monache le 
quali fanno presso per accostarsi il più che pos- 
sano al feretro, mentre alcune di loro si fanno 
alle finestre per vedere almeno da lontano quel 
solenne spettacolo. Sul canto sinistro sono stivate 
le turbe, ed un giovane salito sur un albero fa 
atto di coglierne un ramo. 



CAPITOLO XXIX. 



Un miracolo al sepolcro del santo. 



Sventuratamente la pioggia penetrata per la 
fenestra superiore, ha sì fattamente rovinato que- 
sto affresco, che se non fossero le indicazioni, che 
troviamo negl' inventarii di due secoli fa, mal se 
ne potrebbe indovinare il soggetto. Varie figure 
di vescovi si vedono verso il lato destro, e poche 
tracce rimaste nel mezzo par che figurino il se- 
polcro del santo nella chiesa di S. Giorgio, ove da 
prima fu deposto. A sinistra poi sono alcune figure 
genuflesse. Da questi pochi dati non è difficile il 
riconoscere in quest'affresco la canonizzazione del 
Santo, a cui l'artista aggiunse per avventura la 
guarigione di qualche infermo, impetrata da Dio 
per li suoi meriti. 



SECOLO XIV. 



CAPITOLO XXX. 
Apparizione del santo a Gregorio IX. 

Narra il dottore serafico: « Papa Gregorio IX 
di felice memoria al quale il santo avea predetto 
il papato, prima di scriverlo nel catalogo de' santi, 
avea qualche dubbio intorno alla piaga del lato. 
Una notte, come lo stesso beato pontefice raccon- 
tava non senza lagrime, gli apparve nel sonno il 
serafico padre in aspetto grave e severo, e rim- 
proverandogli la~durezza del cuore, levò il braccio 
destro, si scoprì la piaga e gli chiese un' ampolla 
per raccogliervi il sangue che ne scaturiva. E 
porgendogliela esso papa, gli parea vederla dal 
santo sottoporre alla piaga, e tosto empirsi infino 
all'orlo di sangue. » 

Sul canto destro della presente storia è figurato 
il pontefice, giacente in letto, ed insignito degli 
abiti ed ornamenti della sua dignità. Tra il letto 
e la parete grandeggia la figura del santo, turbato 
in vista da insolito cruccio, che leva appunto il 
braccio destro, e scopre agli occhi del papa la 
piaga del petto. Da basso intorno al letto stanno 
seduti tre cubicularii, quale in tutto addormentato,, 
e quale tra la veglia e il sonno. 



CAPITOLO XXXI. 



*33 



CAPITOLO XXXI. 

S. Francesco risana un suo devoto 
mortalmente ferito. 

Ecco ciò che ancora avanza dell'iscrizione ap- 
posta dal pittore a questa istoria: Beatus Fran- 
aseli s... de eruttate... vulneratimi ad mortem, et a 
medicis de speratimi, et se dum vulnerar et... devote 
invocantem, statini perfe dissime liberavit sacris 
manibus ligatura.... Alle indicazioni della presente 
scritta non corrisponde veruno de' miracoli narrati 
da S. Bonaventura e dal Celanense: e noi igno- 
riamo a qual leggenda l' abbia attinto l' artista. 

Nel mezzo della storia si vede l' infermo cori- 
cato in letto e circondato dalla famiglinola deso- 
lata. Nella camera contigua a sinistra vedesi il 
medico ristretto a colloquio con un congiunto del 
malato, e dall'aria dei due volti si discerne chia- 
ramente che il fisico dispera della guarigione. In- 
tanto si fà alla sponda sinistra del letto il serafico 
padre, che col tocco della mano taumaturgica ri- 
sana la ferita. 



CAPITOLO XXXII. 
S. Francesco richiama a vita una sua devota. 

« Nel castello di monte Marano presso Bene- 



J 34 



SECOLO XIV. 



vento era una femmina molto devota di S. Fran- 
cesco. La quale essendo morta, e avendo i parenti 
suoi radunato i chierici per le esequie, disubito 
nella presenza di tutti si levò dal letto e fece chia- 
mare il prete eh' era suo padrino, e dissegli : Vedi, 
io era morta e avendo all'anima un peccato, del 
quale non m' era confessata, la giustizia di Dio mi 
condannava gravemente, onde il beato Francesco, 
di cui fui devota, m'ottenne da Dio grazia ch'io 
tornassi al mondo e confessassi il detto peccato : 
e subito confessatolo, mi vedrete uscire dalla pre- 
sente vita. E come disse, così fu. » 

La storia presenta la stanza della defunta, ove 
sono raccolti i parenti e i chierici venuti per le- 
varne il morto corpo. Neil' aria apparisce il santo 
per la cui mercè la donna risuscitata, e levatasi 
a sedere in sul letto, racconta al sacerdote che le 
sta allato, la propria colpa. Nella parte superiore 
vedesi l' angelo custode mettere in fuga il demo- 
nio, venuto a far preda di quell'anima. 



CAPITOLO XXXIIL 

Pietro d'Assisi liberato dal carcere. 

Racconta S. Bonaventura, che durante il ponti- 
ficato di Gregorio IX, un tal Pietro della città 
d'Assisi accusato d'eresia, fu preso in Roma e di 



CAPITOLO XXXIII. 



*35 



comandamento dello stesso papa dato a custodire 
al vescovo di Tivoli, che prendendolo sotto pena 
della perdita del vescovado, gli fé' porre i ceppi 
a' piedi e chiuderlo in una buia prigione, sommi- 
nistrandogli poco pane e scarsa bevanda. Or co- 
minciò quell' uomo ad invocare con molte pre- 
ghiere e lagrime il beato Francesco, avendo udito 
approssimarsi la vigilia della sua festa. E poiché 
con pura fede avea deposto ogni errore, e tutto 
s'era messo nelle mani del santo, per l'interces- 
sione de' meriti di lui, meritò d'essere dal Signore 
esaudito. Infatti verso la sera precedente al dì fe- 
stivo S. Francesco in sul crepuscolo discese nella 
prigione e chiamandolo per nome, gli comandò che 
tosto si levasse. Preso colui da spavento dimandò 
chi fosse, e udì ch'egli era S. Francesco. E benché 
all'apparire del santo cadessero in pezzi le catene, 
e le tavole dell'uscio di per sé schiodandosi si 
scompaginassero, nondimeno stupefatto e pauroso 
non sapea fuggire: e fattosi all'uscio prese a gri- 
dare sì fattamente, che i custodi tutti spaventò I I 
quali avendo narrato il caso al vescovo, il papa 
stesso, udito il fatto, venne al carcere, e cono- 
scendo manifesta la virtù divina, divotamente 
adorò quivi il Signore. E fattasi così palese l'in- 
nocenza di Pietro, ed essendo le rotte catene state- 
vedute dal papa e dai cardinali, tutti magnifica- 
rono le maraviglie operate da Dio per lo suo 
servo. » 

La scena figurata qui dal pennello dell' artista, 



i 3 6 



SECOLO XIV. 



ci presenta la via rimpetto alla torre della prigione 
nel momento più solenne del fatto. Il prigioniero 
sortito dal carcere mostra tutto attonito i solchi 
delle catene intorno ai polsi, mentre uno dei cu- 
stodi reca in mano le bove spezzate. Nel mezzo 
sta genuflesso il vescovo tiburtino, che non meno 
stupito leva gli occhi e le braccia verso quella 
parte del cielo, dove si vede il santo risalire al- 
l' Empireo. Al lato opposto sono altre figure di 
spettatori, atteggiati anch'essi di maraviglia. 



CAPITOLO XXXIV. 

Le pitture di Giotto nel sotterraneo 

Notammo già come non si tardasse guari ad 
abbellir di pitture anco la chiesa sepolcrale, e te- 
stimoni ne sono i freschi della nave. Ora se venne 
fin da principio ornato di pitture il corpo mag- 
giore di questa chiesa, con tanto più di ragione è 
da credere che dipinto ne fosse anco l'abside e 
il presbiterio, per essere le parti più nobili del 
tempio. 

Quando il Vasari scrivea le sue biografìe, mira- 
vasi nella nicchia del coro un antico affresco non 
compiuto, e da lui attribuito a Gaddo fiorentino, 
del quale avremo occasione di ragionare altrove. 
Che poi dipinta fosse la volta sovrastante all'ai- 



CAPITOLO XXXIV. 



l 37 



tare, ce ne fanno tuttavia fede gli stessi occhi 
nostri, scorgendovisi nella parte inferiore de' co- 
stoloni e delle vele gli avanzi di pitture più anti- 
che di quelle che ora vi campeggiano. Forse non 
dipinte erano rimaste le due braccia della chiesa, 
nò altro v' era se non l'affresco di Nostra Donna 
condottovi di mano di Cimabue. Comunque siasi, 
certo è che dopo la bella prova, che Giotto fece 
dell' eccellenza sua nella Basilica di sopra, nacque 
ne* frati desiderio d' abbellire d' opere di quel mae- 
stro anco il sotterraneo : e Giotto tenendone l' in- 
vito, non ismentì la propria fama, segnatamente 
nelle allegorie della volta. 

Sospettò il biografo aretino, che Dante glie ne 
suggerisse le invenzioni. Questo sospetto del Va- 
sari acquista fede se si consideri la profonda dot- 
trina teologica, di che quelle storie son piene: 
e la dimora che il grand' esule fiorentino fece 
per qualche tempo nella vicina città di Gubbio, 
d'onde l'amicizia di Giotto e la divozione sua a 
san Francesco il trassero fino ad Assisi. Vien poi 
raffermata questa credenza dal vedere in una di 
esse storie ritratto l'Alighieri. Ora per essere que- 
ste da noverarsi tra le più insigni opere di Giotto, 
non possiamo noi dispensarci dal recarne qui la 
descrizione, che ne fece accuratissima il Cristo- 
fani nelle sue storie d'Assisi. 

« Nel campo delle quattro vele, state già colo- 
rite dai Greci, tutto messo ad oro, prese Giotto 
a dipingere le tre principali virtù raccomandate 



r 3 8 



SECOLO X!V. 



da S. Francesco a' suoi frati: ciò sono Povertà, 
Castità ed Obbedienza, e la gloria di lui salito a 
secolo immortale. Facendoci dalla prima compo- 
sizione si vede nel mezzo Cristo redentore con- 
giungere le destre di Francesco, e d' una donna di 
sembiante estenuato e pur gentile, coperta di 
cenci, co' piò nudi tra le spine, e similmente co- 
ronata di rovi, che mettono gigli e rose. Un coro 
d'angeli atteggiati di festosa maraviglia contem- 
pla le mistiche nozze: il contrario effetto delle 
quali è molto acconciamente significato dalla le- 
tizia degli spiriti celestiali, e dal matto e villano 
dispregio che fanno della sposa due giovani, l' un 
de' quali s'ingegna con un bastone d'accostarle 
all' ignude gambe le spine, mentre un cane bra- 
mosamente le si avventa per morderla. Di costa 
alla povertà è la Speranza vestita di verde che 
le stende la mano come per aiutarla, e la Carità 
bianco-vestita e incoronata di rose con tre fiam- 
melle intorno alla testa e un cuore tra mano. Dal 
destro lato vedesi ripetuto la figura di Francesco, 
il quale si spoglia per ricoprire la nudità d'un 
mendico; e dalla banda sinistra tengono l'estremo 
del campo tre odiose facce d'uomini, coperti di 
ricche robe, de' quali uno stringe ad ambe mani 
una borsa, guardandosi attorno con sospetto; il 
secondo tiene sul destro pugno un falcone, e il 
terzo si reca la dritta mano sul petto a signifi- 
care la miseria e la rapacità degli avari, che per 
sete inestinguibile di ricchezze sono pronti si a 



CAPITOLO XXXfV. 



giurare come a rompere la data fede. Nell'alto è 
Dio, figurato con leggere linee e tinte vaporose 
a fine di significarne la spirituale essenza : e due 
angeli librati sulle grandi ale, di cui uno gli pre- 
senta il modello d'un edifizio di monastero, sim- 
bolo della vita contemplativa, l'altro la veste ' 
medesima donata dal santo al poverello, con che 
è adombrata la vita esteriore ed attiva del mo- 
nacato. 

L'istoria figurata di verso settentrione, simbo- 
leggia la Castità, ed è per avventura più mirabile 
della precedente, rispetto all'invenzione, oltre di 
che ci rende fedele immagine dei fieri tempi dei 
nostri Comuni, in cui visse l'artefice. Sulla cima 
d'un sasso erto e nudo levasi una rocca cerchiata 
di mura e torricelle merlate all' usanza dei Guelfi, 
e v' ha nel mezzo una torre gagliardissima, sulla 
quale è spiegato un bianco pennone. Nella faccia 
d'essa torre eh' è rivolta ai riguardanti, si vede 
una finestra, e dentro della torre una soave figura 
di fanciulla con le mani giunte in atto di chi prega: 
alla quale due angeli calati di paradiso presentano 
una palma ed uno specchio. Fuori della rocca 
stanno guardando in arme le mura alcuni vegliardi 
alati, con istromenti di penitenza in mano, sim- 
bolo forse degli austeri e gravi pensieri onde 
l' uomo dee munirsi a voler vivere in castità. Nel 
lato destro una donna similmente alata e in bruno 
vestimento monastico, caccia con un ronciglio il 
cieco Amore, figurato con le ali, colla faretra e 



i 4 <> 



SECOLO XIV. 



con l'arco secondo il mito dei Greci; se non che 
qui l'artefice s'è ingegnato di farlo deforme, e coi 
piè e cogli artigli come uccello di rapina. Nè è 
da tacere che la tracolla d' onde pende il turcasso, 
ha un ornamento di cuori ivi appesi a guisa di 
ciondoli : tanto senno pur nelle menome cose ado- 
peravano que' buoni maestri antichi. E perchè si 
vedesse chiaramente, che siffatto Amore non è già 
quello, cui disse Platone anima del mondo, e che 
santificato per le dottrine di Cristo, divien prin- 
cipio e cagione di tutte virtù; volle Giotto porgli 
allato l' Immondizia, figurata con testa di porco, 
che verso una figura d' uomo di color livido stende 
lascivamente le braccia. Alle loro spalle vedesi 
la Morte, siccome effetto del peccato. Tutte le 
quali figure sono inseguite dalla Penitenza e da 
tre virtù coronate, che recano, quale la secchio- 
lina dell' acqua benedetta, quale una croce od una 
lancia, e danno loro la pinta sull' orlo d' un abisso 
tenebroso, che adombra l' inferno. Nel mezzo, di- 
nanzi alla rocca due angeli stanno lavando una 
figura d'uomo ignudo in un'urna: altre tengono 
in pronto le vesti per coprirlo, mentre dall'alto 
degli spaldi la Mondezza gli mostra un vessillo 
bianco, e la Fortezza distendendo la mano l'in- 
cuora a guadagnare l'altezza. A sinistra vedesi 
S. Francesco similmente confortare alla malagevole 
salita tre figure poste all'estremo del dipinto. Nelle 
interpretazioni delle quali è non poco a maravi- 
gliare che non s'accordino punto gli scrittori no- 



capitolo xxxrv. 



141 



stri. Perciocché l'Angeli li disse tre uomini e nulla 
più, il Vasari che queste opere di Giotto come 
più dell'altre eccellenti, descrisse, non ne fè pa- 
rola: e ad alcuno de' moderni parve riconoscere 
nella figura di mezzo Giovanni da Muro, generale 
de' frati minori che a Giotto allogò quest'opera, e 
nell'ultima il ritratto di Dante senza saperci poi 
dire chi sia la terza.... » 

Noi abbiamo la fortuna invidiabile di additare 
agli Italiani l'effigie del divino poeta, ritratto in 
questa basilica dal più illustre degli amici suoi. 

È l'Alighieri qui figurato in tutta la persona nel- 
T estremità sinistra del dipinto, vestito dell'abito 
dei cordiglieri, ai quali, secondo che scrivono i più 
antichi suoi commentatori, volle a riverenza di 
S. Francesco dare il proprio nome. Egli è rivolto 
in affettuosa attitudine di supplicante al santo me- 
desimo, a cui pare che tra le mani giunte mostri 
lo scapolare della veste di penitenza che lo ri- 
copre. TI volto suo manifesta nella magrezza e 
ne' solchi, che il dolore v' ha impressi, una vec- 
chiezza affrettata dai travagli dell'esilio. Gli occhi 
fissi con viva significazione di confidente affetto 
nel patriarca de' minori, ti dicono chiaro ch'egli ha 
sfogato con lungo pianto l'angoscia d'un cuore 
deserto da ogni umana speranza, tantoché non è 
possibile guardarlo e non sentirsi commosso da 
profonda pietà. Bello è vedere quest' uomo ritratto 
dal medesimo pennello nel palagio del Podestà, 
quando gli ridevano in volto la giovinezza e Fa- 



142 



SECOLO XIV. 



more: ma il contemplarlo qui quale egli era all'ul- 
timare della vita affannosa, quando gittato da sè il 
grave fascio de' vecchi odii, e ritrattosi dalla matta 
empiezza delle parti politiche, toccò il sommo 
della grandezza sua mostrandosi non timido amico 
del Vero a tutti gl'Italiani follemente divisi ed 
iniquamente combattenti tra loro per nomi vani, 
è spettacolo ancor più solenne e commovente per 
chi abbia fremuto e pianto sulle pagine eterne 
del poema sacro. 

Il veder poi qui collocato Dante presso a Gio- 
vanni da Muro, c' inchina volentieri a credere che 
giudicasse l' artista convenévole il ravvicinamento 
di quei due uomini, essendoché dal generale dei 
minori gli fu commessa quest' opera, e dal sovrano 
poeta glie ne fù suggerito il concetto. Ma tor- 
nerebbe importuna la terza figura, dove questo 
gruppo non involgesse pure un'altra significazione 
ch'io reco primo in mezzo sottoponendola al giu- 
dizio de' savi. Parmi adunque che nelle tre figure 
dette, le quali vengono da S. Francesco invitate 
a salire verso la rocca, sieno adombrate le tre 
famiglie dell' Ordine suo ; ciò sono i frati minori 
rappresentati da frate Giovanni, i Cordiglieri per- 
sonificati nel sovrano poeta, e le Clarisse simbo- 
leggiate nella terza figura, che indubitatamente è 
di femmina, e appare coperta d'un velo monastico. 

Nella terza storia che è dalla banda di mezzo- 
giorno, si vede una loggia a tre archi: e sotto a 
quello di mezzo seduta una grave figura d' uomo 



CAPITOLO xxxrv. 



*43 



autorevole in veste monastica, il quale col dito a 
croce sulle labbra, indicendo silenzio, impone il 
giogo ad un fraticello inginocchiatogli umilmente 
ai piedi : simbolo della riverente obbedienza a chi 
è investito dì legittima autorità. Sotto agli altri 
due archi, che s' aprono ai lati, sono la Prudenza 
bifronte che tiene alcuni strumenti matematici, e 
l' Umiltà che reca in mano un torchio ardente. 
-Queste virtù hanno qui luogo assai propriamente: 
conciossiachè colla Prudenza dee consigliarsi chi- 
unque è proposto all' altrui reggimento, siccome 
dee l'Umiltà pigliarsi a guida dai soggetti. Avanti 
all'ultima di queste virtù un angelo è inteso a 
cacciare una mostruosa figura d'uomo terminato 
in cane, o piuttosto in leone, la quale contorcen- 
dosi e levando bravamente la destra con signifi- 
cazione di minaccia, simboleggia l'opposto vizio 
della stolta Superbia. Dall'altra banda accanto alla 
Prudenza veggonsi una donna ed un uomo genu- 
flessi, che probabilmente rappresentano l'aggre- 
gazione dei due sessi all' Ordine minoritico. Due 
schiere d'angeli parimenti genuflessi mettono in 
mezzo le descritte figure. Al disopra del portico 
tra due angeli che si prostrano riverenti, vedesi 
ritto con le braccia aperte e abbandonate lungo 
la persona il santo medesimo, e sovraccapo sono 
due braccia che si protendono dal cielo, e da 
quelle partono due funi che ricingono alla vita il 
medesimo santo, che qui pure ha sulle spalle il 
gioco, quasi a dimostrare eh' egli sottomettendosi 



144 



SECOLO XIV. 



interamente alla divina volontà, non fece cosa, la 
quale non movesse dal cielo. Nell'ultimo trian- 
golo verso l'absida, è dipinta la gloria a cui venne 
Francesco per le sue virtù. 

Tiene il mezzo esso santo, in dalmatica bianca 
seduto sur un seggio messo a pompa di trionfo e 

10 fiancheggiano moltissimi angeli disposti in vari 
ordini, le cui vestimenta sono vie più sfoggiate in 
quelli degli ordini superiori. Sei di loro danno fiato 
alle trombe : gli altri recano in mano palme trion- 
fali. Sopra al seggio è spiegato un pennone den- 
trovi la croce coronata da sette stelle e sormon- 
tata da un serafino. 

Tale è la magnifica apoteosi, che la pittura 
rediviva sotto il pennello di Giotto effigiò sul- 
l'avello di S. Francesco, quasi a concorrenza di 
quella che il padre della risorta Poesia gli tribu- 
tava di quel tempo nell'undecimo canto del Pa- 
radiso. 

Ne qui hanno termine le meraviglie di questo 
lavoro; perocché i larghi fregi che ricingono le 
quattro storie, e i costoloni che attraversano que- 
sta crociera, sì nell'opera ornamentale, come nelle 
figurine delle medaglie che vi si alternano alle 
decorazioni, porgerebbero materia a lunghi studi 
e a dilettevolissime descrizioni, se non fosse che 

11 vasto tema ci sprona, vietandoci di arrestarci 
alle cose di minor momento. 

Ma deh sorga unaWolta chi riproducendo questi 
lavori, ne diffondala conoscenza tra i cultori del- 



»45 



T arte, e ne perpetui la ricordanza tra i posteri ! 
Una pubblicazione compiuta degli affreschi della 
Basilica Francescana, dimostrerebbe splendida- 
mente che il secolo XIV fu un'età di creazione 
non solamente nel campo della Pittura storica, 
ma anco in quello della decorativa, e che il modo 
di ornare tenuto da Giotto non cede punto di 
vaghezza all' altro che si derivò di poi dall' imita- 
zione delle cose romane e greche. 



CAPITOLO XXXV. 

Altre minori opere di Giotto nel sotterraneo. 

Oltre le già dette, altre quattro storie Giotto 
dipinse nella chiesa sotterranea, che sono: quella 
delle Stimate presso al coro verso mezzodì : l' al- 
tra a rincontro verso settentrione, dove è figurato 
il miracolo d' una fanciulla che, cadendo da un alto 
verone, restò illesa per grazia del santo: e le altre 
due ai fianchi dell' arco, che mette nella cappella 
di S. Xicolò. In questo segnatamente, dove è rap- 
presentato il miracolo d' un fanciulletto rimasto 
morto sotto le rovine della casa, e poi tornato a 
vita per grazia di S. Francesco, risplende l'inge- 
gno dell'artista. Le stimate somigliano in tutto a 
quelle della chiesa disopra, salvochè qui sul lato 
destro è figurato in basso un fraticello seduto in 

IO 



I J\.6 SECOLO XIV. 



terra, sì che non pare accorgersi punto di ciò che 
accade intorno a lui. E questo affresco ottima- 
mente conservato. Maravigliosa è la seconda sto- 
ria per la bellezza delle arie delle teste, prese cer- 
tamente dal vivo. In una di esse diresti ritratto 
l'Alighieri. Ma soprattutto mirabili, come dicemmo, 
sono le altre due : e pare che se ne compiacesse 
in modo speciale Giotto medesimo, dacché qui la- 
sciò la propria imagine. Degne sono pertanto d'es- 
sere da noi descritte. 

Nella storia sinistra dinanzi allo sfasciume re- 
cente d'una casa, s'affolla una moltitudine di gente 
intorno ad uno che reca tra le braccia il fanciullo 
morto, ricavato allora allora dalle rovine, e la cui 
testa coi capelli arrovesciati casca all' indietro 
come cosa al tutto inanimata. Regna in tutti gli 
spettatori una tristezza profonda, la quale si ma- 
nifesta vie più nei congiunti più prossimi, segna- 
tamante nella povera madre che si caccia dispe- 
ratemente le mani nei capelli, e fa atto di gridare 
assai pietosamente. Ultima in disparte sulla manca 
del dipinto sta una figura d'uomo, ravvolto in 
lungo mantello, che colla mano al mento pare 
che tacitamente consideri la scena dolorosa. E 
Giotto che pensa al modo di metterci dinanzi la 
seconda parte di questo dramma solenne. Ve- 
diamola. 

Sulla pubblica via sono adunati pel mortorio 
i chierici col pievano, e i disciplinati attendono 
con la bara per portarne il fanciullo. Sorge dirim- 



CAPITOLO XXXV. 



H7 



petto una casa, al cui uscio s'ascende per una 
branca di scale, e che nella parte più rilevata è 
aperta a guisa di loggia da potersi scorgere ciò 
che v'è dentro. Lassù vedesi deposto e disteso 
il morticino. Ed ecco venire il santo dal paradiso 
e prendere per mano il fanciullo, che a quel tocco 
subitamente risuscita. Di che accortosi uno della 
casa, scende tutto allegro ; e fattosi in sull' uscio 
da via, reca la lietissima novella al funebre con- 
voglio, facendo loro intendere, che può oggimai 
andarsene ciascuno pel fatto suo. La maraviglia 
dei chierici, e specialmente del pievano a simile 
annunzio, non è cosa da ridirsi a parole. 



CAPITOLO XXXVI. 

Affreschi di Taddeo Gaddi nel braccio destro 
della crociera del Sotterraneo. 

Ala in tanto che Giotto abbelliva de' suoi ca- 
polavori la crociera centrale, uno de' suoi più 
valenti discepoli, Taddeo Gaddi, veniva ornando 
di pitture il braccio destro della chiesa sotterranea. 
Chiesto celebre artista, a cui gli storici danno 
lode per aver saputo armonizzare le vaghe tinte 
de' suoi quadri meglio d' ogni altro contempora- 
neo, figurò quivi otto storie bellissime della vita 
di Cristo e della Vergine, disponendole in due 



148 



SE< OLO XIV. 



ordini a dritta e a manca della volta. Gli argo- 
menti eh' egli vi trattò, oltre l'Annunziata e l'An- 
gelo Gabriele, che si veggono ai lati dell'arco 
della cappella di S. Nicolò, sono la Visitazione 
di S. Elisabetta, il Presepio, l' Adorazione dei 
Magi, la Presentazione al tempio, la fuga in Egitto, 
la strage degli Innocenti, la disputa con Dottori 
e il ritorno della sacra Famiglia in Nazaret. Di 
queste istorie, che sono tutte conformate alla ri- 
tualità tradizionale, sarebbe soverchio il porgere 
qui una particolareggiata descrizione: solo note- 
remo che la strage degli Innocenti, come quella 
che dava all'artista maggior libertà d' invenzione, 
può per la copia de' gruppi, per la varietà del- 
l' attitudini, e per la mirabile espressione del 
dolore e dell' ira nelle misere madri, e dell' effe- 
rata inumanità de' carnefici paragonarsi con quante 
se ne colorirono di poi. 

Altri due artisti concorsero ad abbellire questo 
lato ; 1' uno fu un tal frate Martino minorità, a cui 
la tradizione attribuisce il bel Calvario che vedesi 
allato alla nostra Donna di Cimabue su 1' uscio 
che mette alle cappelle ; l' altro è Simone Menimi 
Senese, che colorì le cinque mezze figure di santi 
sotto all'affresco di Giotto, e la nostra Donna 
col divin figliuolo in collo, messa in mezzo da 
due santi, sotto al Calvario. Se non che questo 
ultimo affresco è più verosimilmente attribuito a 
Eippo, fratello d'esso Simone, ed a lui inferiore 
di grazia nelle arie delle teste. 



CAPITOLO XXXVII. 



CAPITOLO XXXVII. 

Affreschi di Puccio Capanna 
nel braccio sinistro del medesimo Sotterraneo. 

Nel medesimo tempo che il Gaddi figurava nel 
braccio destro le storie anzidette, era chiamato a 
dipingere nel sinistro un altro scolare di Giotto. 
Era costui Puccio Capanna fiorentino, imitatore 
fedelissimo del fare del suo maestro, e che venuto 
in Assisi, giusto la tradizione raccolta qui dal 
Vasari, vi tolse moglie e vi dimorò per tutto il 
rimanente spazio di sua vita, che non fu lungo. 
Anch' egli divise il campo della volta in due se- 
zioni, come il Gaddi, sebbene di verso la nave 
non figurasse più che un ordine di storie, essendo 
stato destinato il resto della parte inferiore ad un 
grandioso Calvario, di cui ragioneremo tra poco. 
Sette sono adunque le storie, relative alla Pas- 
sione di Cristo, che Puccio figurò nella volta ed 
eccole menzionate nell'ordine stesso, con cui le 
ha disposte l'artista: l' ingresso trionfale di Cristo 
in Gerusalemme : 1' ultima sua Cena coi discepoli: 
il Redentore che lava i piedi a' suoi apostoli : 
come egli nell'orto di Getsemani fu preso e le- 
gato : Giuda che per disperazione s' appende ad 
un albero: Cristo flagellato alla colonna; e il 
medesimo che caricato della Croce esce da Ge- 
rusalemme per andare al Calvario. Anche in queste 
istorie si scorge la maniera di Giotto, per modo, 



SECOLO xrv. 



che più d' uno ha voluto sue le invenzioni, e che 
a Puccio non si debba se non la lode d'averle 
colorite. E gli stessi caratteri appariscono anco 
nelle altre quattro storie, che di mano del mede- 
simo Puccio sono nella parete, ov' è l' arco che 
mette nella cappella del Battista, e nelle quali è 
figurata la deposizione di Cristo dalla croce, la 
sepoltura che gli fu data dai discepoli insieme con 
le pietose donne, la sua discesa nel limbo, e la 
resurrezione. 



CAPITOLO XXXVIII. 

Il Calvario di Pietro Cavallini. 

Questo grande e mirabile affresco è da riguar- 
dare come uno de' più insigni capolavori della 
Pittura Italiana del secolo XIV. Non è qui da 
ammirare solamente la vastità e terribilità del- 
l' invenzione, ma anco la maestria dell' esecuzione, 
dove l' artista romano entra di gran lunga innanzi 
a' suoi contemporanei sì nella larghezza del dise- 
gno, come nella felice significazione degli affetti, 
e nella vaghezza ed armonia de' colori. Narra la 
tradizione che quest' opera fosse allogata al Caval- 
lini da Gualtieri, Duca d'Atene, mentre egli ti- 
ranneggiava il Comune di Firenze, e che vi fosse 
indotto dalla famigliarità eh' ebbe con lui Gu- 



CAPITOLO xxwr 



glielmo d'Assisi colà ministro delle sue voglie 
crudeli, e da quella ipocrita pietà onde studiavasi 
di guadagnarsi l' animo de' Frati Minori per far- 
sene puntello e sostegno alla propria potenza. 
Avvalorarono questa tradizione le antiche guide 
e descrizioni della Basilica, notando, che quivi a 
man sinistra vedesi figurato lo stesso Duca sur 
un palafreno bianco, e che a piè dell' affresco se 
ne scorge lo stemma, dove è figurato un lione 
rampante. Tiene il mezzo dell'ampio dipinto la 
Croce, da cui pende la vittima divina già presso 
ad esalare lo spirito ed è fiancheggiata da due 
ladroni, e da una moltitudine d' angeli bellissimi, 
le cui figure nella metà inferiore si perdono e 
confondono col cupo azzurro del cielo, e nei quali 
il pittore ha esaurite tutte le più vere ed elo- 
quenti espressioni dell' angoscia. Questo miracolo 
dell' arte cristiana non potè sottrarsi alla barbarie 
del secolo XVII", che addossandogli un altare di 
marmo ne mutilò una gran parte. Alcuni moderni 
hanno dubitato della tradizione che al Cavallini 
dà il vanto di questo affresco, e lo dicono opera 
di Pietro Laurati da Siena, confortando la loro 
sentenza, col notare che il Cavallini allievo dei 
Cosmati, ed avvezzo ad improntare gli affreschi 
suoi della rigidezza de' musaici, male avrebbe po- 
tuto raggiungere la morbidezza che s'ammira in 
questo lavoro, e che invece è famigliare all' artista 
senese. Checche altri ne giudichi, certo sì que- 
st' affresco come quello non meno splendido deliri 



I 5 2 SECOLO XIV. 



nostra Donna col figliuolo in braccio tra i SS. Gio- 
vanni evangelista e Francesco che si vede in 
basso a man sinistra, presentano più d' una nota, 
propria della bella scuola di Siena. 



CAPITOLO XXXIX. 

Il velo di Maria Vergine donato alla 
Basilica di S. Francesco. 

L'anno 13 19 la chiesa di S. Francesco fu arric- 
chita d' un tesoro inestimabile, cioè del velo di no- 
stra Donna offertole da Tommaso degli Orsini. 
Contano gli scrittori delle cose patrie, che questo 
barone romano, passato oltremare neh' ultima 
crociata, 1' ebbe dal pascià di Damasco, suo pri- 
gione di guerra, il quale l'avea tolto da una 
chiesa di Gerusalemme. Tornato indi in Italia e 
condotto da una grave infermità a termine di 
morte, si votò al santo patriarca, del quale era 
nella sua nobilissima famiglia ereditaria la divo- 
zione: e guarito fuor d'ogni speranza de' medici, 
se ne venne in Assisi e dinanzi all' altare del santo 
offrì ai frati minori la veneranda reliquia che sino 
ai nostri giorni s' è gelosamente custodita nel sa- 
crario più interno, e per la quale più volte ha 
Iddio operato mirabili cose. Onde non a torto gli 
Assisiani furono soliti di ricorrere al sacro ve! ) 



CAPITOLÒ XXXIX. 



di Maria in tutte le pubbliche necessità ed ogni 
qual volta la città loro fosse minacciata da qual- 
che sciagura. 



CAPITOLO XL. 

. I Ghibellini rubano in S. Francesco il 
tesoro della corte papale. 

Fin da quando papa Clemente V, giusta le 
voglie di Re Filippo di Francia, avea trasferito 
la sede in Avignone, la Basilica nostra fu da : lui 
e dalla sua corte preferita come il luogo più si- 
curo per tenervi in deposito il loro tesoro. Ma il 
guelfismo, avendo in Italia perduto il naturai suo 
capo, ed essendo mal rappresentato dagli Angioini 
di Napoli, ebbe presto a cedere il campo ai Ghi- 
bellini in parecchie città e nella nostra Assisi. Di- 
fatti i fuorusciti di quest'ultima guidati da Muzio 
di Francesco, il più potente degli esuli ghibellini 
d'Assisi, assalita d'improvviso la patria loro nel 
settembre del 13 19, se ne impadronirono. L'esem- 
pio d'Assisi produsse un eguale rivolgimento in 
Nocera e Spoleto e non è a dire quanto ne in- 
crescesse alla vicina Perugia, che potea ben dirsi 
in questa provincia la rocca de' Guelfi. Fu subito 
bandita la guerra contro Assisi : e i Perugini, 
pigliate popolarmente le armi, vennero a far danni 



i54 



e prede nel territorio assisano, condotti prima 
da Cante Gabrielli da Gubbio, poi da Porcello 
degli Orsini ; pur non osando assalire la città, 
espugnarono e misero a ruba il forte castello 
della Bastia in sul Chiagio. Intanto oratori peru- 
gini erano mandati in Avignone a Papa Giovanni, 
invocandolo paciere tra le due città, e Perugia 
non intermettendo gli apparecchi della guerra, 
studiavasi di chiudere i passi agli aiuti che i Ghi- 
bellini della Marca mandavano in Assisi, e che 
non ostante vi giunsero. Ma non avendo questo 
Comune denari sufficienti alla provvisione della 
propria difesa, i Ghibellini un bel dì penetrati a 
forza nel sacrario della Basilica francescana, die- 
dero sacrilegamente di piglio nel tesoro della 
corte di Roma, e levata di là quantità grande di 
croci, di calici, dì turriboli, d' oro e d' argento, e 
paramenta preziose per la materia, e pel lavoro, 
promettendone la restituzione, s'affrettarono di 
venderle e oppignorarle in Arezzo e in Firenze, 
cavandone quella maggiore somma che poterono. 
Fu questa la prima violazione del luogo santo : la 
fama ne corse rapidissima non solo in Italia, ma 
persino in Avignone, e il Pontefice incontanente 
scrisse ai podestà di Perugia, di Camerino, di 
Gubbio e di Foligno, comandando loro di muo- 
vere le dette città a soccorrere prestamente il 
rettore del ducato spoletano, che s'accingeva a 
punire un così enorme attentato. Assisi tra breve 
si trovò cinta di formidabile assedio, ed i Perugini 



CAPITOLO XI 



in tale occasione vi adoperarono la prima volta 
un'artiglieria per battere le porte dell'odiata città. 
Nell'aprile del 132 1 l'interdetto papale piombava 
sopra Assisi, e un bando uscito dal campo dei 
Perugini, prometteva ben due mila fiorini a chi 
avesse consegnato nelle loro mani Muzio vivo o 
morto. Ma costui, dubitando della propria sicu- 
rezza, se ne fuggì all'insaputa di tutti. Intanto 
entrava negli Assisani lo sgomento per sospetto, 
che i nemici, come se n'era sparso il rumore, 
intendessero rapire le ossa del Santo Patriarca. 
Onde Assisi chiese ed ottenne una pace che, vio- 
lata poco di poi, die occasione ad una nuova e 
più fiera guerra, per la quale ebbe da ultimo a 
soggiacere alla tirannide di Perugia. Ma la peg- 
gior conseguenza di questi tumulti fu l'interdetto, 
che non potendosi revocare se prima il Comune 
d'Assisi non avesse fatto alla corte avignonese 
la restituzione intera del tesoro rapito, si protrasse 
per ispazio di ben trentotto anni sino al 1359. 



CAPITOLO XLI. 

La cappella della Maddalena. 

Mentre seguivano in Assisi i turbamenti predetti, 
sedeva sulla cattedra episcopale Tebaldo Pontano 
di Todi, frate minore, il quale innanzi al 1329, 



i 5 6 



SECOLO XIV. 



epoca della sua morte, avea di già fondata la ma- 
gnifica cappella della Maddalena a man destra 
della prima crociera della nave del sotterraneo, 
eleggendosi quivi il luogo del suo sepolcro. Pre- 
senta essa la figura rettangolare, con la volta 
spartita a croce dai costoloni che poggiano su 
colonne sottili situate ai quattro angoli. La parte 
inferiore delle pareti fu abbellita di musaici deco- 
rativi: la superiore insieme con la volta, è ornata 
d' affreschi, ove il gentil pennello di Taddeo Gaddi 
istoriò la vita della pentita peccatrice di Maddalo. 
Nelle quattro vele della volta in altrettanti dischi 
sono le mezze figure del Salvatore, di Lazzaro, 
di Maria Maddalena e di Marta sua sorella. Le 
pareti presentano ai due lati un doppio ordine di 
storie, che cominciando dal sinistro rappresentano : 
i° la Maddalena che entrata nella casa del Fariseo, 
gittasi ai piedi di Cristo seduto ivi a mensa e ne 
unge di prezioso balsamo i piedi: 2° la resurre- 
zione di Lazzaro, stupenda composizione, ove mi- 
rasi nel mezzo il Redentore, che ai preghi delle 
due sante, sorelle, comanda all'estinto d'uscire dal 
sepolcro: 3 la Maddalena, che tornando dal se- 
polcro del Salvatore, se lo vede comparir dinanzi 
e riconosciutolo, se gli prostra ai piedi: 4 l'appro- 
dare che fa la Maddalena a Marsiglia insieme con 
Lazzaro, Marta, Marcella e Massimino: sul dinanzi 
v' ha un episodio della morte della principessa di 
Marsiglia: 5 La Maddalena che riceve una veste 
da un vecchio eremita: 6° la santa medesima in 



CAPITOLO XLI. 



157 



atto di ricevere dalle mani di S. Massimino il pane 
eucaristico: 7 finalmente l'anima di lei, portata da 
una gloria di angeli al paradiso. Oltre a queste 
pitture bellissime, si veggono in alcuni spazi infe- 
riori i santi Rufino, vescovo, e Maria Maddalena, 
ciascuno de' quali ha dinanzi genuflesso la figura 
di Tebaldo. Compiono la decorazione pittorica di 
questa cappella le dodici figure di santi nel grosso 
dell' arco, che comunica colla nave. Rappresentano 
esse : S. Caterina e S. Agata, S. Andrea e S. Gior- 
gio, S. Pietro e S. Matteo, S. Agnese e S. Rosa, 
S. Niccolò e S. Paolo eremita, S. Paolo e S. An- 
tonio abate. 



CAPITOLO XLTI. 

Affreschi di Simone Memmi nella cappella 
di S. Martino. 

Intorno a questi medesimi tempi, Simone Memmi 
conduceva i suoi maravigliosi affreschi in quella 
delle due cappelle edificate dal Cardinal Gentile, 
eh' è intitolata a S. Martino vescovo di Tours. Il 
Vasari li attribuisce a Puccio Capanna; ma è 
troppo manifesto l'errore del biografo aretino, 
perchè qui spicca luminosamente il carattere del- 
l'antica scuola senese, notabile per singoiar vivezza 
nell'aria delle teste, per la pudica venustà dei volti 



SECOLO XIV. 



femminili, e per la grazia onde sono disegnate le 
mani delle figure. Dieci sono le storie che qui si 
veggono della vita del santo : e noi le registreremo 
nell'ordine stesso, che giusta la successione del 
tempo, ha dato loro l'artista. Nella prima vedesi 
il santo giovine in groppa ad un bel destriero, che 
abbattutosi in un mendico ignudo, taglia con la 
spada una metà del proprio mantello per ricoprir- 
nelo. Nella seconda vedesi Martino sopito in pla- 
cido sonno, esser visitato dal Redentore, che mo- 
stra agli angeli, da cui è circondato, il mantello 
che il santo avea testé donato al povero, e che 
ora Cristo medesimo ha indosso. Nella terza l' im- 
peratore Costanzo cinge a S. Martino la spada: 
cerimonia che l'artista ha qui figurato con la 
ritualità onde nel medio evo creavansi i cavalieri. 
V è lo scudiere che gli allaccia gli sproni ai piedi, 
un paggio gli reca il ricco elmo, un cacciatore 
tiene sul pugno un falcone, ed in tanto v' è chi 
suona il liuto, e chi tiene alle labbra un doppio 
flauto. La testa del santo che giunge le mani e 
leva gli occhi al cielo, è d' una bellezza ineffabile: e 
la testa dell' imperatore coronata d' alloro, ha tale 
un'impronta di schietta romanità, che si direbbe 
senza fallo imitata dalle medaglie o dai marmi an- 
tichi. Nella quarta il santo si offre pronto dinanzi 
allo stesso Cesare a cimentarsi co' soldati alemanni, 
non d'altro armato che della Croce. Nella quinta 
Martino ammesso nel numero de' chierici, prende 
commiato da S. Ilario vescovo di Poitiers. Nella 



CAPITOLO XLII. 



»59 



sesta istoria si mira il medesimo santo ritirato a . 
vita monastica in Albenga. Nella settima egli si 
vede annunziare la parola divina in Chartres. 
L'ottava ce lo figura nell'atto d'assistere ai fu- 
nerali di S. Liborio arcivescovo di Tours. Nella 
nona, egli già vescovo è nella presenza di Valen- 
ti niano imperatore. Nella decima finalmente se ne 
veggono la morte e i funerali solenni, e l'anima 
di lui portata in cielo dagli angeli. Oltre a ciò 
sopra il grand' arco, che mette alla nave, è dipinta 
una loggia, nel cui mezzo sotto un ricco taberna- 
colo di pietra sta S. Martino in atto di porgere be- 
nignamente la destra al cardinal Gentile, che gli 
sta ginocchioni dinanzi. Diciotto stupende figure 
di santi abbelliscono inoltre lo strombo dei tre 
finestroni di questa insigne cappella: ed altre otto 
non men belle fregiano l'arco d'ingresso. Queste 
ultime rappresentano S. Francesco e S. Antonio 
da Padova; S. Caterina e la Maddalena; S. Luigi re 
e S. Lodovico (in abito di frate minore); S. Chiara 
e S. Elisabetta regina. 



CAPITOLO XLIII. 



Pitture della cappella di San Nicolò. 



Uno dei più fedeli imitatori di Giotto fu Tom- 
maso di Stefano da Firenze, detto però appunto 



i6o 



SKCOI.O XIV. 



dottino. Le sue opere principali s' ammirano in 
questa cappella, ove l'ingegno suo fece bella prova 
nelle composizioni di quattordici storie che qui ha 
figurate, della vita del santo Vescovo di Mira, 
oltre ai dodici apostoli eh' egli dipinse neh' ordine 
inferiore. Bene è a dolersi che quattro di dette sto- 
rie sieno perdute: una per la forza del tempo, e 
per l'audace irriverenza d'un mediocre pittore, 
che a memoria nostra osò sostiture le proprie alle 
opere di Giottino. Ecco adunque i fatti qui rappre- 
sentati: i° Il santo richiama a vita un giovinetto 
perito tra le fiamme : 2° libera un suo devoto dalla 
schiavitù dei barbari: 3 restituisce ai genitori, che 
gli si erano raccomandati, il figliuolo condotto 
schiavo in terre lontane: 4 il santo battuto cru- 
delmente per comando di Licinio imperatore: 
5° il santo fornisce la dote a tre povere fan- 
ciulle: 6° S. Nicolò viene eletto vescovo di Mira: 
7 il medesimo riceve la consacrazione episco- 
pale: 8° Nicolò scampa da morte tre condannati: 
9° conduce a salvamento una nave tra lo imper- 
versare della tempesta: io finalmente appare in 
visione all'imperatore Costantino. Sopra all'arco 
d'ingresso poi è figurato il Salvatore messo in 
mezzo dai SS. Francesco e Nicolò, i quali gli rac- 
comandano Napoleone e Gian Giordano, fratelli 
Orsini, genuflessi ai loro piedi. Ai fianchi del me- 
desimo arco sono le figure della Maddalena e del 
patriarca serafico. Compiono l' ornamento pitto- 
rico d'essa cappella dodici figure di santi, che 



CAPITOLO XLIII. 



iCl 



sono: S. Nicolò e S. Rufino; S. Vittorino e S. Sa- 
bino; S. Caterina e S. Chiara; S. Antonio e S. Fran- 
cesco; S. Albino e S. Giorgio; S. Agnese e S. Ce- 
cilia. 



CAPITOLO XLIV. 

Una visita alla sacristia della Basilica. 

Nascerà forse in chi legge il sospetto, che i Ghi- 
bellini mettendo le mani nel tesoro custodito nei 
sacrario di questa Basilica, ne rapissero anche i 
preziosi arredi, di che la pietà del mondo cristiano 
l'aveva arricchita nel volgere di tutto un secolo. 
A dileguare questo timore esiste tuttavia nell'ar- 
chivio un inventario di tutta la ricca supellettile 
sacra, compilato addì 15 febbraio del 1338, men- 
tre era custode del sacro Convento frate Giovanni 
di Lolo d'Assisi, e ministro frate Francesco di 
Maccarello della medesima città nella presenza 
dei discreti frati, Rinaldo da Todi, vicario d' esso 
convento, Egidio da Spoleto, Francesco Salino, 
Domenico di Vida, Crispolto Iacopo di Stefano, 
Tommaso di Vagnolo e Pietro di maestro Gio- 
vanni d'Assisi, e dei tre sacristi, frate Iacopo di 
Vanni, frate Iacopo di Venturella e Francesco di 
Biagio. 

L'inventario è distinto in quattro rubriche, la 

1 1 



162 



SECOLO XIV. 



prima dei calici, la seconda delle croci, la terza 
delle cassette, delle pissidi, dei ciborii e delle ta- 
vole contenenti molte e santissime reliquie; la 
quarta delle ampolle, dei bacili, dei turriboli, delle 
navicelle, de' candelabri, dei coralli, dei cristalli ed 
altre cose. La prima rubrica ci dà il novero di 
ben trenta calici tutti d' argento, dei quali venti 
in tutto o in parte inorati s' abbellivano di smalti 
nella coppa e nel piede. Erano poi questi divisi 
in due classi, cioè in calici grandi per le messe 
solenni, e in minori per le messe lette. Da ultimo 
ve ne avea nove piccoli destinati alla comunione, 
ed uno più memorabile di tutti, perchè se n' era 
servito a quest' uso il serafico patriarca. 

La rubrica seguente ci dà l'elenco di diciotto 
croci, tre d' oro, una delle quali era stata offerta 
dal cardinal Gentile: otto di argento, tra le quali 
è notabile in prima una grande, inorata e smal- 
tata, con l' imagine del Redentore in luogo di Cro- 
cifisso e con le figure della beata Vergine e del 
beato Giovanni ed altri santi, e col piede sostenuto 
da quattro leoni che fu del cardinal Bertrando La- 
gerio: un'altra similmente inorata con l' imagine 
del Salvatore a rilievo, e col piè d' oro ornata di 
pietre preziose, che fu mandata in dono da mes- 
ser Iacopo Colonna: una terza inorata e fregiata 
di perle" e pietre preziose, con le figure del Cro 
cifisso, di Nostra Donna e di S. Giovanni a rilievo, 
donata dal predetto cardinal Gentile; una di dia- 
spro ornata di perle che fu recata d'oltre mare, 



CAPITOLO XUV. 



163 



due di corallo, una delle quali col crocifisso e col 
piede d'argento inorati fu dono di frate Matteo 
cardinal d' Aquasparta; finalmente quattro di cri- 
stallo, delle quali una serviva per le processioni : 
un 1 altra fregiata d' argento con le figure di Cristo, 
della Vergine e dell'Evangelista, di lavoro veneto 
fu donata da un messer Galgano di Mara nel re- 
gno di Puglia; una terza con ornamenti di gemme 
e di corallo, lavoro di un fra Pietro tedesco ; da 
ultimo una quarta, di tutte più splendida e grande, 
con le imagini del Crocifìsso da un lato, e della 
Vergine dall' altro, ornata di argento e col piè di 
diaspro e di cristallo, d'opera veneta. 

Ricca di più importanti particolarità è la terza 
rubrica delle reliquie, che ci dà il novero di due 
casse d'argento, di sei cibori con pissidi dello 
stesso metallo, di quattro bei tabernacoli pur 
d'argento, di quattro tavole e due ciborii di cri- 
stallo. Delle casse una sormontata da croce d'ar- 
gento, e tempestata di pietre preziose, fu dono 
di papa Nicolò IV. Dei cibori poi uno pieno di 
reliquie insigni fu regalato da S. Bonaventura men- 
tre era ministro generale. Fra i tabernacoli rag- 
guardevolissimo è quello ornato di quattro smalti 
al piede e di sei al nodo, con quattro colonnine 
di lapislazzoli al ciborio, mandato in dono da 
S. Luigi re di Francia, e l'altro con le imagini 
cesellate in argento del Salvatore, e dei SS. Fran- 
cesco e Chiara e di tre monache ai loro piedi, 
donato nel 1286 da frate Guglielmo generale dei 



164 



SECOLO XIV. 



minoriti, il quale fece pur presente alla Basilica 
d' un altro tabernacolo sostenuto da un gran piede 
d' argento, smaltato dell' armi del re di Francia e 
di Navarra. Notiamo da ultimo nella presente ru- 
brica un'altra curiosità non meno importante, cioè 
un altarino da viaggio, pieno di ragguardevoli 
reliquie regalato da papa Gregorio IX. 

Finalmente la quarta rubrica contiene il no- 
vero e la descrizione di due ampolle d' argento ; 
di quattro bacili del metallo medesimo; di tre 
turribuli con le loro navicelle similmente d'ar- 
gento; di dodici candelabri della stessa mate- 
ria, d'altri sei di cristallo: di centodue grossi co- 
ralli de' quali uno fu donato da una donna degli 
Orsini ; e di novanta minuti ; di sessantacinque vasi 
e rose pur di cristallo; di tre ampolle piene di 
balsamo : e ventitré ambre nere. Tra i candelabri 
due vi si notano, di cristallo ornati d' argento e 
d' oro di lavoro veneziano con figure, mandati in 
dono da messer Galgano di Mara. 

Qui termina il più antico elenco, senza far pa- 
rola delle vesti sacerdotali, dei drappi e degli 
arazzi che certo in quel tempo già possedeva la 
nostra basilica. 



CAPITOLO XLV. 



CAPITOLO XLV. 

Un pittore francescano, e il pulpito 
della Chiesa di sopra. 

Fra tanta incertezza di notizie d' artisti, giacché 
di molti e grandi lavori eseguiti nei primi due se- 
coli in questo insigne santuario, non resta se non 
la tradizione e la testimonianza del Vasari, che 
ce ne dica gli autori, non è piccola ventura i' ab- 
battersi a un sicuro documento del secolo XIV, 
da cui ci vien testimoniata qui la presenza d'un 
pittore e la notizia di alcune sue opere. Nel bel 
codice contenente i più antichi inventari della sa- 
cristia, troviamo le indicazioni seguenti. 

Aimo Domini MCCCXLIIII die XVII madii 
liabuit fratcr Martinus pictor de azzurro quindecim 
uncias. Et hoc de mandato et voluntate fratris Tho- 
me Vagno li cnstodis ipso presente et fratribus zia- 
cobo Carnumis, Stcphano dovine pacis rlacobo rloan- 
?iis prò pictura refectorii. 

Per nostra sciagura però il refettorio grande fu 
una prima volta restaurato nella seconda metà del 
cinquecento, e di nuovo nel secolo passato ; e già 
s'intende che tali restauri avevano per iscopo di 
cancellare quanto più si potesse ciò che v'era d'an 
tico. Nondimeno, quando il P. Angeli illustrava il 
sacro convento, esistevano ancora nel refettorio 
due antichi affreschi, che senza fallo erano stati 
ivi eseguiti dal nostro frate Martino. Uno decorava 



ió6 



SECOLO XIV. 



la parete verso occidente, ov'era figurata la Ver- 
gine col divin Figliuolo in grembo, fiancheggiata 
da quattro santi. L'altro affresco ancor più con- 
siderevole era in sulla porta del refettorio mede- 
simo, e vi si vedeva in alto nel mezzo la figura 
del santo patriarca, circondata dai primi santi 
dell' Ordine suo, e da basso i dodici suoi compa- 
gni genuflessi, sei per lato, incoronati d'aureola, 
e scrittovi di ciascuno il nome ; e tra essi il terzo 
a man destra recava la scritta: Frater Helias de 
Bevilio: in disparte vedevasi il diavolo appiccare 
per la gola fra Giovanni Cappella, il Giuda Isca- 
riota della leggenda francescana. Perdute oggi dei 
tutto queste opere, non potremmo noi far ragione 
del merito di tale artista, se non rimanesse ancora 
nel braccio destro del sotterraneo il bel Calvario, 
che la costante tradizione gli attribuisce. Que- 
st' opera, collocata ivi tra gli affreschi di Giotto e 
e di Taddeo Gaddi, non teme punto il paragone 
di quei valentissimi maestri; appetto ai quali l'ar- 
tefice minorità si mostra disegnatore corretto e 
morbido coloritore, e quel che più importa, abi- 
lissimo nell' improntare le sue figure d' un affetto 
vero e profondo. Ecco le altre poche notizie che 
di lui ci dà il codice predetto. 

Anno Domini MCCCXL VII die IX madii reassi- 
gnavit frater Martinus pictor fratri Stephano sacri- 
ste XVI uncias de azurro et duas libras et X uncias 
de cinabro corani fratre Michaele custode, fratre 
rJoanne Loli, fratre Bartholomeo et zJoanne rlacobi. 



CAPITOLO XLV. 



Itoii habnit frater Martinus pictor de amrro sa- 
cristie prò pergulo ubi predicatili' in superiori ec- 
clesia tr.es uncias. Et hoc fuit de voluntate, custodis, 
incarti et plurium discretorum. 

Quest' ultima indicazione ci porta a stabilire il 
tempo in che fu fatto il bellissimo pulpito di pie- 
tra, posto in cornu evangelii al principio della 
nave della chiesa superiore: pulpito non saprei 
dire se più mirabile pel magistero onde fu lavo- 
rato, ovvero per la santità di coloro che da esso 
bandirono la divina parola. Esso è di forma semi- 
ottagona, e gli specchi sono tra loro separati da 
snelle colonnine spirali. I primi tre specchi recano 
ad alto rilievo altrettante figure di santi entro 
vaghi tabernacoli: gli altri due più prossimi alla 
parete sono decorati di bei fogliami. E a tanta 
ricchezza di decorazione corrisponde il nascimento 
d'esso pulpito, che ha per base un ricchissimo 
capitello. 



CAPITOLO XLVI. 

Continua l'inventario della sacristia. 

Lo stesso prezioso codice contiene la prosecu- 
zione dell'inventario de' sacri arredi, compilato, a 
quanto pare, l'anno 1341. Dico la prosecuzione, 
perchè delle quindici rubriche una soltanto con- 
tiene oggetti menzionati nel primo. Del resto il 



i68 



SECOLO XIV. 



novero che qui si contiene è d'una grande impor- 
tanza per gli studiosi dell'archeologia sacra. 

La prima rubrica intitolata delle casse e delle 
pissidi, reca il novero seguente, da noi tradotto 
alla lettera dal latino originale. 

In prima una pisside di cristallo, ornata d' ar- 
gento inorato, di lavoro veneto con tre mezzi 
leoni, che mandò messer Galgano di Mara del re- 
gno di Puglia. 

Similmente una pisside grande d'avorio, che è 
nel tabernacolo all'altare del beato Francesco, 
nella quale è un calice piccolo dov'è il corpo di 
Cristo. 

Similmente una pisside piccola ornata di perle 
e di pietre preziose. 

Similmente una pisside per le ostie, di sciamito 
rosso, ornato d'argento inorato e di perle. 

Similmente una pisside d'avorio, ornata d'ar- 
gento che fu di papa Nicolò IV, la quale è al- 
l'altare del convento. 

Similmente una pisside a ricamo (de opere, acua- 
li) con l' imagine délYAgmes Dei nel coperchio. 

Similmente una cassa grande d' avorio, figurata 
di lioncelli. 

Similmente un'altra cassa d'avorio col coper- 
chio elevato. 

Similmente una pisside piccola d'avorio con cer- 
chi d'argento che hanno i frati delle Carceri. 

Similmente una pisside ricamata, col coperchio 
ornato di monili e perle. 



CAPITOLO XLVI. 



Similmente una cassa con pitture in vetro (cimi 
pictitris vitreis) del nuovo testamento e con molti 
diaspri, mandata da frate Gerardo ministro ge- 
nerale. 

Notiamo qui di volo che quest' insigne Minorità 
governò 1' Ordine suo dal 1330 al 1342, in cui fu 
eletto patriarca d'Antiochia, e che egli convocò 
nel convento d'Assisi l'anno 1334 un capitolo ge- 
nerale, in cui si rivocarono le deliberazioni prese 
nel precedente capitolo di Perpignano, e fu meglio 
provveduto alla recitazione dell' ufficio divino, al- 
l'educazione dei novizi, alla qualità e forma del- 
l'abito, al metodo degli studi ed alla scelta dei libri. 

Similmente un solenne anello pontificale, con 
una pietra in forma di capo di cammeo con tre 
zaffiri e quattro granati. 

Similmente un paio di chiroteche ossieno guanti 
pontificali, ornati di smalti e perle. 

DELLE BORSE DA CORPORALI. 

In prima una borsa a ricami, ornata di coralli, 
dove sono tre aquile, che fu di frate Giovenale. 

Similmente un'altra borsa col campo d'oro con 
le imagini del Salvatore da una parte e della Ver- 
gine dall'altra, ornata di perle e coralli, che fu 
di frate Matteo cardinale. 

Similmente un'altra borsa col campo di oro, or- 
nata di coralli che fu dello stesso Signore. 

Similmente un'altra borsa con le imagini dei 



170 



SECOLO XIV. 



Crocifisso, della beata Vergine e di S. Giovanni da 
una parte, e l'Annunziazione angelica dall'altra. 

Similmente un' altra borsa rossa con le imagini 
ad oro del Crocifisso, della Vergine e di S. Gio- ' 
vanni da'un lato, e di nostra Donna col divin 
Figliuolo dall'altro, mandata dalla regina d'Un- 
gheria. 

Similmente una borsa di sciamito velluto viola- 
ceo, eh' è in S. Maria per la cappella di ser Pietro 
di Vagnolo. 

Similmente una borsa rossa col coperchio di 
sciamito verde velluto, con fiori a ricamo. 

Similmente un'altra borsa di panno tartaresco 
listato con cinque monili. 

Similmente una cassetta da riporvi corporali, 
con tre monili. 

de' paleotti (de auri FRIGIFS). 

In prima un paleotto con l'istoria del beato 
Francesco, lavorato con fili d'oro ed argento (de 
auro et argento tracto) ornato di perle, assai nobile 
e prezioso, mandato da papa Nicolò IV dell'ordine 
dei frati minori. 

Similmente un altro paleotto con le imagini e 
il campo d'oro, mandato dallo stesso signore. 

Similmente un altro paleotto molto bello, con 
le storie del nuovo testamento. 

Similmente un paleotto assai bello, col campo 



CAPITOLO XLVL 



171 



d' oro e una vite d' oro, che fu di Bonifacio papa 
ottavo. 

Similmente un paleotto col campo d'oro con 
alberi di seta e con uccelli bianchi, mandato da 
frate Bentivenga da Todi cardinale. 

Similmente un paleotto di sciamito rosso con 
ruote d'oro, grifoni e aquile d'oro. 

Similmente un paleotto di sciamito velluto con 
rose e panno tartaresco. 

Similmente un paleotto d'oro, mandato dalla 
regina d'Ungheria. 

Similmente un paleotto con le armi di messer 
Bonifacio papa ottavo. 

Similmente un paleotto con frangia rossa di seta. 

Similmente un paleotto con rocche e gigli d'oro 

Similmente tre fregi per la quaresima e l'av- 
vento. 

DEI DOSSALI VER GU ALTARI DEL CONVENTO. 

In prima un gran drappo giallo, con grifoni ed 
altre bestie ed uccelli d'oro. 

Similmente un gran drappo rosso con le viti 
d' oro. 

Similmente un drappo rosso con leopardi in 
grandi ruote, tutto inorato. I tre drappi suddetti 
li mandò l'imperatore de' Greci. 

Similmente un drappo tartaresco a liste, tutto 
inorato. 



SECOLO XIV. 



Similmente un panno tartaresco con liste a scac- 
chi, d'azzuro. 

Similmente un drappo indiano con grifoni in 
ruote d'oro. 

Similmente un drappo di diaspro [pannus de 
diaspcró] violaceo, con uccelli col capo inorato. I 
quattro sopraddetti drappi furono mandati da papa 
Nicolò IV. 

Similmente un drappo di sciamito rosso con la 
figura di nostra Donna e la verga di lesse ed al- 
tre imagini. 

Similmente un drappo di sciamito bianco con 
le storie della passione e della risurrezione. 

Similmente un drappo bianco con le storie della 
Vergine e di S. Cecilia. I sopraddetti tre drappi 
furono di messer Matteo d' Acquasparta cardinale. 

Similmente un drappo bianco tutto messo ad 
oro, che fu di messer Gentile cardinale. 

Similmente un drappo tartaresco, verde con 
pini, tutto messo ad oro, donato dal re Roberto. 

Similmente un drappo tartaresco rosso con lion- 
celli e viti, tutto tessuto d'oro, donato da mes- 
ser Filippo principe. 

Similmente un drappo tartaresco rosso con uc- 
celli e pini, tutto d' oro, donato dalla duchessa ■ 
di Calabria. 

Similmente un drappo tartaresco listato, tutto 
ad oro, regalato da frate Pietro tedesco. 

Similmente un drappo rosso, con grifoni in 
ruote d'oro. 



CAPITOLO XLYI. 



Similmente un drappo giallo di sciamito velluto. 
Similmente un drappo bianco con fogliami 
ad oro. 

Similmente un drappo violaceo con rose d' oro. 

Similmente un drappo tartaresco bruno con pic- 
coli dischi d'oro. 

Similmente un drappo violaceo seminato di 
stelle d' oro. 

Similmente due drappi a liste, uno de' quali è 
di velluto rosso e di tartaresco bianco ad oro; 
V altro poi di velluto violaceo e dello stesso tar- 
taresco bianco messo ad oro. 

Similmente un drappo di sciamito rosso velluto 
con uccelli d'oro, regalato dalla regina d'Ungheria. 

Similmente un drappo tartaresco listato e ino- 
rato, dono del re di Francia. 

Similmente un dossale tartaresco di due drappi 
d'oro, di quattro pezzi di ciascuno con armi, re- 
galato da una donna di Genova. 

Similmente un drappo tartaresco con foglie 
d'oro, regalato dalla regina di Francia. 

Similmente un drappo tartaresco verde con di- 
versi fogliami d' oro, donato da fra Gerardo mini- 
stro generale. 

Similmente un drappo ricamato con le storie di 
S. Francesco e del testamento nuovo. 

Similmente un drappo con le armi di papa Bo- 
nifacio Vili. 

Similmente un panno color viola con dragoni 
e paoni. 



174 



SECOLO XIV. 



Similmente un drappo nero con le armi di re Ro- 
berto e della regina Sancia. 

Similmente un drappo violaceo con uccelli e 
cervi che hanno il capo e i piedi d'oro. 

Similmente un dossale d'oro con figure di cervi. 

Similmente un dossale violato con gigli e viti 
d'oro. 

Similmente un dossale (de purpure sic) bianco 
seminato di rose minute d'oro. 

Similmente un drappo tartaresco a liste d' oro, 
mandato dalla regina di Francia. 

Similmente un drappo (de camucha sic) con gri- 
foni d'oro e liste d'oro e bianche. 

DEI DOSSALI PER GLI ALTARI DELLE CAPPELLE 
E DEI LORO FREGI. 

In prima XIV drappi magnifici (sollempnes) co' 
loro fregi. 

Similmente due drappi di color indaco con uc- 
celli d' oro. 

Similmente un drappo bianco inorato. 

Similmente un drappo di diaspinetto color viola, 
con uccelli e bestie coi capi e piedi d' oro. 

Similmente un altro drappo dello stesso lavorìo. - 

Similmente un drappo rosso inorato (cum broc- 
culis nigris et albis) 

Similmente un drappo verde tessuto a spina 
di pesce. 

Similmente un drappo rosso con la storia del 



CAPITOLO XLVI. 



175 



Crocifisso e della beata Caterina, regalato da frate 
Francesco di Massiolo d'Assisi laico. 

Similmente un drappo rosso con ruote ed uc- 
celli d'oro per la cappella di S. Martino. 

Similmente un drappo verde con rose bianche 
e rosse per la cappella di S. Antonio. 

DEI PIVIALI. 

In prima un piviale assai bello, (de opere plu- 
mario) col campo d'oro e con le figure degli 
apostoli, e col fregio ornato di perle e da quat- 
tro grossi bottoni di perle, regalato da messer 
Nicolò papa IV dell'Ordine de' Minori. 

Similmente un piviale di diaspro d'oro, man- 
dato dallo stesso signore. 

Similmente un piviale rosso assai bello, con le 
storie del beato Stefano, di S. Lorenzo e di più 
altri santi, col fregio a mezze figure e cinque 
bottoni di perle e tre d'oro, mandato da papa 
Bonifacio Vili. 

Similmente un piviale di diaspro bianco, lavo- 
rato di ricamo a ruote con uccelli ed altre bestie, 
col fregio a mezze figure di filo d' oro ed argento, 
ornato di perle e di cinque bottoni di perle, che 
fu di messer frate Matteo d' Acquasparta. 

Similmente un altro piviale di diaspro bianco 
con uccelli co' capi e piedi d'oro, e nel fregio le 
storie del testamento nuovo, che fu del medesimo 
signore. 



176 



SECOLO XIV. 



Similmente altro piviale rosso tartaresco, che fu 
del medesimo signore. Similmente altro piviale 
rancio, broccato d'oro, che fu dello stesso signore. 

Similmente altro piviale di sciamito rosso, che 
fu del medesimo signore. 

Similmente un piviale di tartaresco bianco ino- 
rato, col fregio a scacchi, con bottoni di cristallo, 
che fu di messer Gentile cardinale. 

Similmente un piviale di sciamito rosso con 
imagini di santi ad oro, e nel fregio diverse armi, 
con un puntale d'argento inorato, dove sono le 
imagini della beata Vergine e del figliuolo di lei, 
ornato di gemme, che fu di messer frate Bertrando 
della Torre cardinale. 

Similmente un piviale di sciamito rosso velluto, 
col fregio ad intere figure, e con quattro bottoni 
di perle, mandato dalla regina d'Ungheria. 

Similmente tre piviali pei morti. 

Similmente tre piviali di sciamito rosso pei 
cantori, e due di sciamito giallo, de' quali furono 
fatte pianete. 

Similmente due piviali di sciamito rosso, con 
ruote, con grifoni ed aquile d'oro. 

Similmente un piviale di diaspro bianco con 
ruote, lavorato di ricamo d' aquile e d' uccelli, col 
fregio d'oro, dentro vi la figura di nostra donna, 
delli apostoli e di molti altri santi, con cinque 
bottoni di perle. 

Similmente otto piviali nuovi [de tapJiijto rubcó) 
per li cantori. 



CAPITOLO ÌL.VI. 



177 



Similmente sei piviali bianchi per li cantori. 

Similmente un piviale di sciamito rosso, con 
più figure e fregi in campo d' oro, e col fregio 
dinanzi al petto ornato di figure. 

Similmente un piviale di sciamito velluto giallo, 
mandato dalla regina Sancia con i paramenti che 
disotto sono registrati. 

DEI PARAMENTI BIANCHI. 

In prima una pianeta con dalmatica e tonicella 
di diaspro bianco morato, donata da papa Ni- 
colò IV. 

Similmente una pianeta, dalmatica e tonicella 
di diaspro magnifico, con cervi ed uccelli colle 
teste e piè d'oro, che furono di frate Matteo di 
Acquasparta cardinale. 

Similmente altra pianeta, dalmatica e tonicella 
di diaspro con uccelli dai capi d'oro. 

Similmente una pianeta, dalmatica e tonicella 
di tartaresco bianco inorato, con un fregio ampio 
e magnifico nella pianeta. 

Similmente una pianeta, dalmatica e tonicella 
dello stesso drappo, e col fregio della pianeta 
ornato di mezze figure. I predetti due paramenti 
furono di messer frate Gentile cardinale. 

Similmente una pianeta, con dalmatica e toni- 
cella di tartaresco bianco, broccato d'oro. 

Similmente una pianeta con dalmatica e toni- 

12 



» 7 8 



SECOLO XIV. 



cella di diaspro bianco, e nella pianeta v'ha alcun 
che d'oro. 

Similmente una pianeta con dalmatica e toni- 
cella di drappo di seta bianco con verghe d' oro. 

DE' PARAMENTI ROSSI. 

In prima una pianeta, dalmatica e tonicella di 
sciamito rosso con piastre d'argento inorato e 
perle. ( 

Similmente una pianeta con dalmatica e toni- 
cella di sciamito rosso velluto, col fregio della 
pianeta a mezze figure, e col Crocifisso al petto, 
donate dalla regina d'Ungheria. 

Similmente una pianeta di tartaresco rosso ino- 
rato con le figure degli apostoli nel fregio, mandata 
da messer Bartolomeo di Capua: e la dalmatica 
e la tonicella che furono fatte col panno che offri 
il duca di Calabria. 

Similmente una pianeta, dalmatica e tonicella 
di drappo rosso broccato d'oro che furono fatte 
del panno offerto dal duca di Calabria e dalla 
donna sua. 

Similmente una pianeta, dalmatica e tonicella 
di tartaresco rosso ad oro. 

Similmente una pianeta, dalmatica e tonicella 
di drappo rosso con liste gialle. 

Similmente una pianeta con dalmatica e toni- 
cella di drappo di color rancio. 

Similmente una pianeta con dalmatica e toni- 



CAPITOLO XLVI. 



179 



cella di sciamito rosso magnifico. I predetti due 
paramenti furono di frate Matteo cardinale. 

Similmente una pianeta, dalmatica e tonicella 
di sciamito rosso. 

Similmente una pianeta, dalmatica e tonicella 
di sciamito rosso, che furono di frate Tebaldo ve- 
scovo d'Assisù 

Similmente una pianeta di sciamito rosso con 
dalmatica e tonicella (de catasamitó) che furono 
di messer Matteo cardinale. 

Similmente una pianeta, dalmatica e tonicella 
di tartaresco rosso dogato, mandate da una gen- 
til donna di Roma. Furono concesse a Vagnuccio 
[de Curia) e nel fregio sono le armi sue. 

Similmente una pianeta di sciamito rosso, col 
fregio tutto di perle innanzi e dietro. 

Similmente una pianeta, dalmatica e tonicella 
di sciamito rosso velluto con fiorini d'oro (cum 
florali* de auro). 

DEI PARAMENTI DI COLOR GIALLO E VERDE. 

In prima una pianeta con dalmatica e tonicella 
di sciamito giallo. 

Similmente una pianeta con dalmatica e toni- 
cella di tartaresco verde, broccato d' oro. 

Similmente una pianeta con dalmatica e toni- 
cella di color cangiante (quae color em mutant). 

Similmente una pianeta con dalmatica e toni- 
cella di drappo a liste, di color cangiante. 



i8o 



SECOLO XIV. 



Similmente una pianeta con dalmatica e toni- 
cella di sciamito verde, donate da papa Nicolò IV. 

Altro paramento dello stesso drappo e colore. 

Similmente una pianeta con dalmatica e toni- 
cella di velluto giallo, mandate dalla regina San- 
cia con un piviale del medesimo drappo. 

Similmente una pianeta con dalmatica e toni- 
cella di velluto sciamito verde, con liste d'oro, 
con fregio d'oro a viti e a mezze figure. 

DEI PARAMENTI NERI E VIOLACEI. 

In prima una pianeta con dalmatica e tonicella 
di drappo tartaresco inorato col campo nero. 

Similmente una pianeta con dalmatica e toni- 
cella di drappo tartaresco inorato con pellicani 
e col campo nero. 

Similmente una pianeta con dalmatica e toni- 
cella di drappo tartaresco col campo nero inorato, 
e nel fregio della pianeta sono le armi degli Orsini. 

Similmente una pianeta con dalmatica e toni- 
cella (de panno tai-tarico biado et claro). 

Similmente una pianeta con dalmatica e toni- 
cella di color celeste pei morti. 

Similmente una pianeta con dalmatica e toni- . 
cella di sciamito nero, donate da messer Gentile 
cardinale. 

Similmente una pianeta con dalmatica e toni- 
cella di zendado doppio (de zendado refortiató) 
che sono in S. Maria (degli Angeli). 



CAPITOLO XLVI. 



Similmente una pianeta dalmatica e tonicella di 
diaspro violaceo, con uccelli co' capi d' oro, donate 
da papa Nicolò IV. 

Similmente una pianeta, dalmatica e tonicella 
di diaspro violaceo, con uccelli ed altri animali 
senz'oro coi vivagni di sciamito velluto inorato. 

Similmente una pianeta, dalmatica e tonicella 
di panno tartaresco bruno senz'oro. 

Similmente una pianeta, dalmatica e tonicella 
di sciamito violaceo. 

DELLE PIANETE DI COLORI DIVERSI 
PER L' ALTARE DEL CONVENTO. 

Sono in questa rubrica noverate 25 pianete, 
tra le quali v' è n' ha una di diaspro verde, se- 
minata d' uccelli con le teste d' oro, donata da 
una donna del monastero di monte Lucido: ed 
un' aUra rossa (de opere camucha) con leoni e 
cervi alati e col fregio d' oro ov' è la mezza figura 
del Battista. 

DELLE STOLE E DEI MANIPOLI 

In prima una stola ed un manipolo inorato con 
perle e coralli. 

Similmente una stola ed un manipolo con figure 
intere d' oro in campo bianco. 

Similmente una stola ed un manipolo con figure 
intere a ricamo in campo d' oro. 



182 



SECOLO XIV. 



Similmente una stola ed un manipolo con figure 
intere inorate" in campo d' oro. 

Similmente una stola ed un manipolo di scia- 
mito rosso con figure intere in tondi d' argento. 

Similmente una stola ed un manipolo con figure 
intere in dischi rossi, nei quali sono le storie della 
Passione. 

Similmente una stola ed un manipolo con mezze 
figure entro tondi in campo verde. 

Similmente una stola ed un manipolo mandati 
dalla regina d' Ungheria. 

Similmente una stola verde ed un manipolo 
bianco. 

DEI FREGI PER GLI AMITTL 

In prima un fregio ad oro, con mezze figure 
ad oro, ornato di perle. 

Similmente un fregio con mezze figure d' oro 
in campo bianco, ornato di perle. 

Similmente un fregio rosso, con mezze figure, 
ornato di perle. 

Similmente due fregi verdi con mezze figure, 
ornati di perle. 

Similmente un fregio con mezze figure in ismalti, 
ornato di perle. 

Similmente un fregio con figure intere di ricamo. 

Similmente un fregio con mezze figure in campo 
d' oro. 



CAPITOLO XLW. 



Similmente un fregio con tre mezze figure, e 
con le armi di messer Bartolomeo da Capua. 

Similmente due fregi di sciamito velluto rosso 
e verde e di tartarico bianco inorato. 

DEI CAMICI E DE' CINGOLI. 

In prima un camice molto magnifico con le 
imagini del Salvatore, di nostra Donna e d'altri 
santi nell' estremità, in campo d' oro, e fu di 
messer Gentile cardinale. 

Similmente tre camici solenni con le estremità 
di tartaresco bianco inorato. 

Similmente tre camici con le estremità verdi 
inorate, una delle quali è ornata con un Crocifisso 
al petto, e con grifoni d' oro agli orli. 

Similmente un camice con gli orli di sciamito 
rosso, ove sono le armi di messer Bartolomeo 
da Capua. 

Similmente un camice con gli orli in campo 
d' oro e diverse figure, che fu di messer frate Te- 
baldo vescovo d'Assisi. 

Similmente un camice solenne di bambagia, fatto 
da Cecilia di Beatrice. 

Similmente sei camici, amitti, stole, manipoli e 
cingoli pel diacono e suddiacono. 

Similmente pei morti allo stesso modo tre paia. 

Similmente due fregi per gli amitti con mezze 
figure ornati di perle. 



SECOLO XIV. 



Similmente un camice di seta gialla, mandato 
dalla figlia di Bano. 

Similmente cento camici per gli altari delle 
cappelle. 

Similmente cinquanta pianete per gli altari co- 
muni (sic). 

DEGLI ARREDI PONTIFICALI, DELLE TOVAGLIE 
BENEDETTE, DELLE TOVAGLIE PEL LEGGIO, 
DEGLI ASCIUGAMANI, DEI CUSCINI, E DI PIÙ 
ALTRE COSE. 

In prima una mitra ornata di figure a smalti. 

Similmente due mitre di diaspro fregiato d'oro. 

Similmente cinque mitre semplici di guarnello. 

Similmente un anello d'argento inorato, con 
otto gemme e con una testa bianca nel mezzo. 

Similmente una verga pastorale d' avorio, rotta. 

Similmente due pettini d'avorio. 

Similmente diciotto tovaglie benedette di seta. 

Similmente ottantanove tovaglie benedette co- 
muni. 

Similmente trenta tovaglie benedette di seta. 
Similmente dieci tovaglie solenni pel leggio del- - 
1' epistola. 

Similmente quattro asciugamani solenni. 
Similmente sei cuscini solenni. 
Similmente sette cotte di bambagia, fatte da 
suora Priba. 



CAPITOLO XLVI. 



I8 5 



Similmente una cotta solenne di bambagia, cu- 
cita di seta. 

Similmente un ombrello a liste, di seta. 

Similmente una mitra a figure di ricamo con 
quattro capi di santi dinanzi, ed altrettanti capi 
di femmine di dietro, con corvi d' oro (sic) donata 
da frate Cecco di Rosana. 

DEI LIBRI DI SACRISTIA. 

In prima gli antifonarii per la chiesa inferiore 
e superiore, tanto pel dì, quanto per la notte, in 
dieci volumi. 

Similmente un antifonario diurno in un volume 

Similmente un lezionario feriale in due volumi. 

Similmente un lezionario festivo in un volume. 

Similmente un salterio grande pel coro. 

Similmente quattro salterii minori pel coro, uno 
de' quali è in S. Maria. 

Similmente due ordinari ed uno datario. 

Similmente un diurnale con salterio in catena. 

Similmente un messale piccolo in catena. 

Similmente una leggenda minore di S. France- 
sco, di lettera parisiense. 

Similmente un messale notato con l'evangeli- 
stario e l'epistolario di lettera parisiense. 

Similmente un epistolario ed un evangelistario 
d'ottima lettera e bene alluminato (cioè ornato 
di minii). 



i8ó 



SECOLO XIV. 



Similmente un epistolario ed un evangelistario 
per ogni dì. 

Similmente quindici messali ed una matricola 
che hanno i frati del Monte. 

Similmente sette libri piccoli per le processioni. 

Similmente tre libri piccoli per i morti, uno dei 
quali ebbe messer Francesco. 

Similmente un breviario grande, che era in ca- 
tena: l'hanno i frati del Monte. 

Similmente un pontificale piccolo. 

Similmente un messale trovato tra le cose di 
frate Angelo di Mingrella: al tempo di frate Fran- 
cesco Saturni custode, ed è di piccolo volume. 

Similmente un messale solenne e bello e bene 
alluminato, per l'altare superiore. 

Similmente un evangelistario col cuoio bianco. 

Similmente la Bibbia di S. Lodovico completa. 

Questo è il più antico e ricco inventario che si 
conservi nella Basilica, epperò abbiamo creduto 
non inutile il pubblicarlo così per disteso. 



CAPITOLO XLVII. 

Inalzamento della infermeria nuova. 

Appena trascorsa la metà di questo secolo, 
torna la nostra Basilica a collegarsi con V istoria 
della Penisola e con quella dei romani pontefici. 



CAPITOLO XLVU. 



Levato nel 1352 al trono papale Innocenzo VI 
volse da Avignone uno sguardo all'Italia, che oggi- 
mai, perdute quasi al tutto le franchigie comunali, 
vedeva le sue cittadinanze cadute sotto l'inumana 
signoria di tiranni avidi non meno di sangue che 
d'oro; di guisa che la più parte delle terre del- 
l'Umbria, delle Marche, del patrimonio e Roma 
stessa erano fatte preda dell'insaziabile ingordigia 
di nuovi Signori. Fu eletto a raccorre le sparse 
reliquie della dominazione pontificia il cardinale 
Egidio Albornoz, di nazione spagnuolo, in cui il 
senno politico e la perizia dell' arte militare anda- 
vano del pari con la grandezza e l'umanità del- 
l' animo e con la bontà dei costumi. E noi siamo 
veramente lieti di scorgere il gran prelato, appena 
sceso in Italia, porre l' occhio su questo venerando 
monumento, e lasciarvi memorie imperiture della 
sua incomparabile liberalità. La principal cagione 
che ve lo spinse, fu la devozione sua verso il se- 
rafico patriarca: ma forse vi contribuì anche il 
desiderio e il bisogno della cooperazione de' frati 
minori alla difficile impresa, a cui s'era accinto. 

Chi dalle finestre della Biblioteca si fa a con- 
templare il vasto recinto eh' è da quel lato, levando 
gli occhi alla più alta parte del muro di contro, 
vi scorge scolpite in pietra le armi dell' Albornoz, 
alla cui munificenza è dovuto tutto quel vasto 
corpo di fabbrica, che rientrando alquanto dal lato 
di meriggio e girando sul canto occidentale, si 
ricongiunge a settentrione per diritta linea coll'edi* 



i88 



SECOLO XIV. 



fizio primitivo del sacro Convento. Di questa 
nuova fabbrica fu architetto un maestro Crispolto 
da Bettona, che fu similmente non ispregevole 
scultore, e al quale in quel tempo medesimo i 
frati di San Francesco allogarono il bel pulpito 
di pietra, fatto da loro costruire sulla piazza 
grande della città. Un frammento di questo pul- 
pito può vedersi anche ai dì nostri incastonato 
nel muro dell'antica chiesa di S. Nicolò, verso lo 
sbocco della via di Portica. Paragonando que- 
st'ampia giunta con l'antica mole del chiostro 
francescano, è forza confessare che per bontà di 
disegno e per diligenza di costruzione il trecento 
non cede punto al secolo precedente. Ma dove gli 
restò di gran lunga indietro, fu la solidità, perchè 
non avendone maestro Nicolò bene assicurate Le 
fondamenta, questo tratto di fabbrica, appena un 
secolo appresso accennava ad imminente rovina, ad 
impedir la quale vi fu bisogno di grandissima spesa. 
A questo nuovo edifizio incominciato l'anno 1353 
del mese di Luglio, troviamo nei libri di spese dato 
il nome d'Infermeria nuova. 

Ma non s'arrestò qui la splendidezza del car^ 
dinaie Egidio ; volle egli farne segno anche nella 
veneranda Basilica, costruendovi in testa alla nave 
trasversale in fondo al sotterraneo e rimpetto al- 
l' entrata, una cappella eh' egli dedicò a S. Cate- 
rina, dove sotto alle storie della santa martire egli 
si fece ritrarre a man sinistra, genuflesso appiè di 
S. Clemente, titolare della sua chiesa. 



CAPITOLO XLYH. 



l8q 



Alcuni hanno creduto che questo tratto di fab- 
brica fosse da riferirsi all' età di Giotto, e vi fu chi a 
Giotto stesso attribuì il disegno della doppia porta 
e del fìnestrone sferico, che la sormonta. Ma noi 
crediamo di poter con più sicurezza giudicare tutto 
quanto questo lavoro dei tempi dell' Albornoz : 
e pensiamo che tale ampliamento del sotterraneo 
fosse cagionato dal bisogno di provvedere un 
più largo spazio ai sepolcri, poiché erasi fatto 
universale nei cittadini e in molti stranieri il de- 
siderio di riposare dopo la morte presso le ve- 
nerande spoglie del Patriarca Serafico. E qui 
similmente s'elesse la sepoltura, l' Albornoz, e in 
questa cappella venne portato da Viterbo, ove 
morì Tanno 1367. D'un suo dono a questa Ba- 
silica rimane il ricordo seguente nell' antico in- 
ventario di sacristia, dove è notata uri ìmagine 
della beata Maria Vergine eoi Figliuolo nelle 
braccia a" argento indorato. 



CAPITOLO XLVIII. 

Spoglio del più antico libro 
delle spese quotidiane del S. Convento. 

Il più antico registro delle spese quotidiane che 
si conservi nell'archivio del S. Convento, e dal 
quale risultano i pagamenti degli artisti che la- 



IQO 



SECOLO XIV 



vorarono nell' infermeria nuova, comincia dal 1352 
e comprende un periodo di 12 anni. Delle cose 
quivi notate non sarà inutile scegliere quelle che 
per sè stesse hanno una qualche importanza, o 
che ci conducono a viemeglio conoscere le con- 
dizioni della famiglia religiosa che qui dimorava 
in quei tempi. 

E primieramente vi troviamo pagati fratri An- 
gelo guardiano S. Damiani prò collecta generali 
soldi 4.8. Dal che apparisce che quel santuario, 
ov' ebbe principio con S. Chiara il secondo de- 
gl' Ordini minoritici, dopo che ne furono partite 
le Clarisse, diventò abitacolo dei frati minori, 
compreso forse nella classe degli Eremi, pei quali 
vigeva uno speciale statuto. Noi lo riferiamo qui, 
tradotto fedelmente, quale si legge nel bellissimo 
codice, ove sono raccolti gli opuscoli di S. Fran- 
cesco. 

« Coloro, i quali vogliono vivere negli eremi, 
sieno tre frati o quattro al più. Due di loro sieno 
madri, ed abbiano due figliuoli od uno almeno. 
Cotesti due, che sono madri, tengano la vita di 
Marta, e i due figliuoli tengano la vita di Maria: 
ed abbiano un chiostro, nel quale ciascuno abbia 
la sua celluzza per orare e dormire: e sempre 
dicatio la compieta del dì subito dopo posto il 
sole, e studino di ritenere il silenzio, e dicano le 
loro ore: e al mattino si levino, e in prima cer- 
chino il regno di Dio e la giustizia di lui, e dicano 
Prima ad ora conveniente: e dopo Terza rom- 



CAPITOLO XLVIH. 



pano il silenzio e possano parlare e andarsene 
alle madri loro, e quando lor piaccia, possano 
chiedere la limosina, come piccioli poverelli per 
l'amore del Signore Iddio. Poscia dicano Sesta 
e Nona, e il Vespro lo dicano all' ora convenevole. 
E nel chiostro ove dimorano, non lascino entrar 
persona, e per 1* obbedienza del loro ministro cu- 
stodiscano i propri figliuoli da ogni persona, di 
guisa che niuno possa favellar seco. E cotesti 
figliuoli non favellino con veruna persona, dalle 
loro madri in fuori e col proprio ministro e cu- 
stode quando piacerà loro di visitarli con la be- 
nedizione del Signore Iddio. » 

Ma per tornare al proposito nostro, leggiamo 
nell'anzidetto libro di spese la nota seguente: 

« Addì 16 ottobre (1356) ai frati Corrado e Ven- 
tura, i quali andarono per le tonache dei frati in 
Schiavonia fiorini cento. » 

Or bene questa nota ci dà la chiave per indo- 
vinare il numero dei frati nel Convento d'Assisi. 
Essi ascendevano a cento, dacché lo stesso libro 
ci fa sapere, che l' annua spesa per ciascuna tonaca 
importava un fiorino. E così per lo stesso mezzo 
giungiamo a sapere che la famiglia minoritica in 
S. Maria degli Angeli si componea di ottanta- 
quattro frati. 

La spesa complessiva del S. Convento dal dì 
27 luglio al 17 ottobre 1358 montò a 6897 libre 
di danari, dieci soldi e un danaro: somma che 
dovrebbe parere esorbitante, se non si sapesse 



*9 2 



SECOLO XIV. 



che una gran parte era erogata nella nuova fab- 
brica dell' infermeria e della convalescenza. Con 
questi due distinti nomi si contrassegnavano il 
piano inferiore e superiore della nuova fabbrica 
dell' Albornoz, al quale intanto si spedivano da 
Assisi ad Ancona frequenti messaggi di cui fa 
fede il nostro libro di spese. 

Qualche anno appresso, cioè dall'ottobre 1360 
al maggio dell' anno seguente, in cui il nuovo 
edifizio era già da qualche tempo compiuto, le 
spese montavano a 103 034 libre di danari, 4 soldi 
e 3 danari. 

E soverchio l'aggiungere che tutti questi da- 
nari erano frutto delle limosine e delle offerte dei 
fedeli. E nondimeno i religiosi così alimentati 
dalla carità pubblica, non dimenticavano i pove- 
relli. Per essi nel gran Convento v' era una cucina 
a parte, e addì 27 giugno 1361 troviamo nel 
solito libro registrata la spesa di cinque libre ed 
undici soldi per la compera d' una gran caldaia 
per cuocere le minestre de' poveri. 

Un' altra notizia attingiamo da queste spese. 

Addì 1 gennaio dello stesso anno si provvide 
il Convento d' una misura per distribuire olio agli 
studenti : v' era qui dunque uno studio di Filo- 
sofia scolastica e di Teologia. 

V'ha poi una serie di curiosità, che non sono 
prive di qualche importanza. 

Addì 21 dicembre 1354 il procuratore del con- 



CAPITOLO XLVIIJ. 103 



vento pagò a un tal Pace pittore 5 fiorini prezzo 
convenuto di sei some di mosto. 

Il 12 dello stesso mese 68 libre di tinche e 
due di lasche costarono- 9 fiorini. 

Addì 18 gennaÌQ 1356 a Ceccuccio di Bartolo 
furono pagate 9 libre di danari, prezzo di 90 libre 
di castrone per la pietanza che fece fare ai frati 
un fra Giovanni da Faenza. 

In quel dì stesso un pollo fu pagato denari 6 per 
la stessa pietanza. 

Ma la più singoiar notizia fornitaci da questo 
libro, è la costruzione d'un nuovo chiostro soste- 
nuto da colonne, che quindi non è quello che noi 
accennammo nell' edificazione primitiva del con- 
vento, poggiando esso su solidi pilastri, nè quello 
che poi fece edificare Sisto IV, come diremo a 
suo luogo. Architetto ne fu indubitatamente quel 
medesimo maestro Nicolò da Bettona, stato so- 
vrastante all' inalzamento dell' infermeria nuova e 
clic dalle note de' pagamenti apparisce eziandio 
avere scolpito i capitelli e le altre decorazioni 
architettoniche del novello chiostro. Gli furono 
compagni in simili lavori un Francesco di Mascio, 
un Piero di Damiano, e un Francesco di Corrado, 
maestri di pietra, assisani. 



*3 



194 



SECOLO XIV* 



CAPITOLO XLIX. 



Le limosine e l'offerte del Comune d'Assisi 
e de' privati ai frati 
e alla chiesa di S. Francesco. 



Non vogliamo lasciar di dire più particolarmente 
della liberalità, che fin dai primi tempi il Comune 
d'Assisi dimostrò alla basilica del suo maggior 
cittadino, ed ai figliuoli che ne custodivano il se- 
polcro. L T na pergamena di questo secolo di mano 
di Francesco di Piero, notaio, custodita nell'ar- 
chivio del S. Convento ci ha conservate le rubri- 
che degli antichi statuti d'essa città, riguardanti 
questa materia: e noi ne diamo qui il transunto 
colla possibile brevità. 

« A laude dell' onnipotente Iddio, della sua santa 
madre e di tutti i suoi santi, vi si comanda al 
massaio del Comune di dare, nella festa del Na- 
tale di Cristo, al convento di S. Francesco 50 libre 
di danari: e così ciascun anno nella festa di S. Fran- 
cesco d'offrire al suo altare due torchi di cera 
nuova del peso di 20 libre 1' uno, e cinquanta can- 
dele, ciascuna del peso d'una libra. Di più. ogni 
anno era tenuto il camarlingo d' esso Comune di 
pagare al procuratore del S. Convento per sussi- 
dio e sostentamento de' Frati Minori nati in Assisi 
e nel suo contado, studenti in grammatica, in lo- 
gica e nelle scienze naturali fuori della provincia 



CAPITOLO XUX. IQ5 



del B. Francesco, fiorini 25 d'oro e ciò innanzi 
alla festa di S. Luca, da distribuirsi per una metà 
agii scolari che studiassero in Perugia, e l'altra 
ai frati d'Assisi studenti, di là da' monti. 

A queste larghezze seguita una singoiar cau- 
tela, per cui si vieta a qualunque persona della 
città e del contado di vendere ed alienare case, 
orti, vigne allo scopo d' istituire nuovi conventi 
di mendicanti non francescani, per essere la città 
già troppo gravata dal mantenimento di quelli 
che v' esistevano : ed è fatto espresso comanda- 
mento al podestà e al capitano del popolo di rom- 
pere tali contratti, e d'applicare a benefizio del 
Comune non solo le case e i terreni mal venduti, 
ma eziandio tutti gli averi del contraente. 

A guarentir poi l'adempimento de' lasciti e dei 
legati frequentissimi allora a prò del monastero 
di S. Chiara e del convento di S. Francesco, era 
ingiunto al podestà e al capitano, ed ai loro giu- 
dici, che quante volte ne fosse fatta loro istanza 
dai sindachi e procuratori di detti luoghi, aves- 
sero a costringere i possessori dei beni vincolati 
da quei lasciti o legati di effettuarli nel termine 
di dieci giorni, tolta di mezzo qualunque appel- 
lazione, e senza forma o strepito di giudizio. 

A chi poi avesse recata offesa ed ingiuria ai 
frati mendicanti o a monache, volevano gli statuti 
duplicata la pena: e chi dopo un anno gittando 
la tonaca, avesse apostatato dall' Ordine, era con- 
siderato come bandito e rubello del Comune, ed 



SECOLO XIV. 



escluso dal dritto d'adire eredità, e di percepire 
qualunque benefizio legale. 

Era vietato il trar saette con arco, o lanciar 
sassi con balestra, con fionda o con mano nella 
Basilica, nella piazza e negli edifizi contigui, sotto 
pena di cento soldi di danari, e perchè si rimo- 
vesse ogni pericolo di lesione dalle finestre della 
Chiesa, comandavasi al podestà di far pubblicare 
questo bando entro il primo mese del suo governo. 
Inoltre era multato in venti soldi chiunque avesse 
lavato panni nella fonte della piazza di S. Fran- 
cesco, a sostegno della quale piazza erasi comin- 
ciato ad inalzare una muraglia, e per pubblico 
bando erasi ingiunto agli uomini dei borghi di 
S. Francesco, di S. Pietro e di S. Maria maggiore 
ci' attendere ad appianarne il terreno. Finalmente 
provvide il Comune con savi ordinamenti alla con- 
servazione del bellissimo acquedotto, che scen- 
dendo dal monte Subasio e girando dietro al colle 
recava una copiosa e perenne vena d' ottima acqua 
sino al sacro Convento : dando ai Idrati Minori 
facoltà di sviarne una parte a benefizio del mo- 
nastero degli Episcopi. E simili provvisioni si fe- 
cero eziandio per l'acquedotto, che riforniva il 
monastero di S. Chiara. 

Con questo zelo del pubblico gareggiava la 
religione e la liberalità de' privati cittadini. Addì 
27 agosto 1336 Amerigo di Tomasuccio legava 
per testamento 600 libre di denari perugini piccoli 
all'altare di S. I Vancesco, di cui era in quel tempo 



CAPITOLO XLIX. 



l 97 



custode Cecco d' Urbano, probabilmente un laico 
deputato ad amministrare simili negozi dei religiosi 
tuttavia alieni dal toccar pecunia. L' anno 1341 
addi 12 aprile Pucciarella di Bonincontro morendo 
eleggeva per la sua sepoltura il luogo de' Frati Mi- 
nori, legando 10 libre di denari per la fabbrica 
del nuovo cemeterio da costruirvisi pe' terziari, 
ed a ciascuno degli undici altari della chiesa dieci 
libre di denari da spendersi in un dossale di seta. 
L'anno 1346 ai 23 di luglio Puccio di Lello lasciò 
morendo due terreni, uno all'altare di S. Fran- 
cesco, l'altro a S. Maria degli Angeli. E similmente 
addì 24 di giugno del 1348 Ciccolo di Gentiluccio, 
oltre un legato di 50 fiorini a favore di frate Cri- 
spolto di Savinello, lasciava tutti i suoi beni a 
prò dell' altare di S. Stefano nella basilica fran- 
cescana, eleggendo quivi il suo sepolcro. Quattro 
di appresso ser Consolo di Vittoruccio, pievano 
di S. Stefano lasciava nel suo testamento di voler 
esser sepolto presso S. Francesco, ordinando che 
nell'atto della sepoltura si recassero due canestri 
di pane, una soma di vino e due torchi di cera: 
inoltre assegnava tre fiorini d'oro per le messe 
da dirsi in suo suffragio, ed altri quattro fiorini 
ai religiosi perchè per lui leggessero cinquanta 
volte il salterio. Addì 30 dello stesso mese ed 
anno Giovanna di Petriolo dopo aver con parecchi 
legati provveduto ai religiosi di S. Francesco, 
chiamò suo erede universale, ove morisse l' unico 
figliuolo, il custode dell'altare del S. Patriarca. 



SECOLO XIV. 



Un altro terreno lasciava poco di poi per dispo- 
sizione testamentaria addì 5 del luglio seguente 
allo stesso fine Francesca di Mattiolo : e così 
addì 13 di quel mese Nicolò del Cecca dichiarava 
suo erede universale il medesimo custode dell'al- 
tare del nostro santo. Quindici dì appresso Cec- 
colo di Senso faceva donazione al medesimo della 
propria casa, situata nel rione di S. Rufino. Poco 
dipoi, cioè ai 18 d'agosto Pucciarello di Tommaso 
di Guarniero faceva in favore della Basilica pa- 
recchi legati, oltre una limosina per ciascuno dei 
frati del sacro Convento: e nel 1355 Giovanni di 
Puccio Grassi, cittadino di Spello, lasciò erede di 
tutti i suoi averi i frati di S. Francesco e le mo- 
nache di S. Chiara. Singolare è poi il testamento 
di Vagnuzzo di Francesco d'Assisi, rogato addì 
2 agosto del 1360 da ser Angelo di Nuccio no- 
taio, dal quale si rileva, che questo splendido e 
liberale cittadino aveva già fatto edificare a sue 
spese in S. Francesco la cappella di S. Antonio 
abate, nella quale volle essere sepolto, lasciando 
la somma di 80 fiorini perchè venisse ornata di 
affreschi ; e fatti assai legati in favore della fami- 
glia del S. Convento, ordinò che dove l' unico suo 
figliuolo morisse senza lasciar successione, della 
propria casa si facesse un oratorio e uno spedale 
sotto 1' invocazione di S. Antonio. Da questo sag- 
gio che s' estende per un periodo di soli 24 anni, 
può agevolmente immaginare chi legge, come nel 



CAPITOLO 3CLIX. 



corso di più secoli s' accrescesse la dote di questo 
insigne santuario. 



CAPITOLO L. 
La Biblioteca pubblica del Sacro Convento. 

Questo ed il seguente capitolo si vorrebbero 
intitolare a quei messeri, che s'ostinano tuttavia 
a gridare i frati fautori e propagatori dell' igno- 
ranza. Leggano essi di grazia questa parte del 
nostro lavoro, e giudichino poi quanto sia vera 
cotesta accusa. 

Due biblioteche v' erano nel S. Convento lungo 
il volgere del secolo XIV, pubblica 1' una, cioè 
a benefizio de' cittadini e di qualsivoglia straniero, 
che destituito di libri, che allora valevano un 
tesoro, avessero avuto bisogno o desiderio di 
consultarli: privata l'altra, cioè ad uso della fa- 
miglia religiosa. In questo capitolo ci limiteremo 
a dire della prima. Consisteva essa in un vasto 
salone oblungo, i cui lati maggiori riguardavano 
verso oriente ed occidente, e da questi due lati 
erano disposti diciotto banchi, su i quali eran 
collocati i volumi, raccomandati ciascuno con ca- 
tena al proprio banco. I codici verso oriente 



200 



secolo xiv 



sommavano ad 87: quelli verso occidente mon- 
davano ad 83. 

Il prezioso inventario, che d'ambedue le biblio- 
teche fu fatto l'anno 1381 per comandamento del 
ministro generale frate Lodovico, da frate Gio- 
vanni di Iolo de' Soldani d'Assisi, ci ha conser- 
vato il novero e il titolo di ciascun codice: e noi 
sentiremmo il dovere di pubblicarlo per intero, 
se non ce lo vietassero i limiti segnati al presente 
lavoro. Nondimeno non possiamo tenerci di darne 
un cenno generale con qualcuna delle particolarità 
più considerevoli. 

Nei primi due banchi v' erano in dodici volumi 
tutti i libri del testamento antico glossati ed assai 
ragguardevoli: nel terzo tutti i libri del testa- 
mento nuovo, contenuti in quattro volumi: ed 
inoltre le storie scolastiche, nel cui principio è un 
V miniato d? Azzurro e d'oro, prolungato sino a 
pie di pagina, con figure, una delle quali e d' un 
arcivescovo sedente: e incomincia: Venerabili patri 
suo et don lino Guglielmo.... quindi una Postilla 
sulle storie ecclesiastiche: indi un Testo de' quattro 
libri delle sentenze con V iniziale C lavorato di 
minio. Nel quarto banco v'era un altro esemplare 
della Bibbia di buona lettera. Seguivano la corre- 
ctura bibbliae parisiensis: il Mamotrcctus, de expo* 
sitione vocabulorum bibbliae: le concorda utie super 
biblici assai belle in quattro volumi: il Liber si- 
viilitud'nium, respousionum et concorda n fior u ni : il 
$orr£Ctorium magi stri f '/a tris Gu ili ci mi de Mara 



Or diiiis Minorimi: finalmente il Ratwnate omnium 
dh inorimi o fficio/ um fratris Gulielmi miginatensis 
episcopi. Il quinto banco offriva le Omelie domini 
tv. se ulani episcopi: il Compendi um theologicae ve- 
ritatis fratris magistn Albi i ti de Ordine praedi- 
catorum: i quattro libri Dialogar um S. Gregorii 
papa e: i Sermoues fr. Lucae de Botonto : i Ser- 
moues fr. Guglielmi de Lugduno: la Postilla fr. 
Pl/.ilippi lectoris de Monte Calorie. Ordinis Mino- 
rimi: i Sermoues fr. la cobi de Voragine de Ordine 
praedicatorum : i Sermoues f ratris //eurici: le Col- 
la tiones domini Ber fraudi card, de Ordine Mino- 
rimi sup ci cpi stola s domiuicales et feriale s totius 
anni: le Posti II ae et sermoues die ti Per traudì' de 
Turrc : i Sermoues dominicales et festivi fr. mag. 
Giliberti de Ordine Minorimi: i Sermoues doni in. 
et festiv. totius anni d'anonimo: un Tractatus de 
decem praeeeptis, virtutibus et beatitudiuibus, et 
collationes breves omnium dominicarum et festivi- 
tàtum: i Sermoues super epistolas dominio, totius 
anni, fr. Ugolini de Ferrarla ord. Minorimi : i 
Sermoues diversi fcriales et festivi per Fr. Mag. 
Landulphum de Neapoli et Franciseum de Mayrone : 
i Sermoues fratris Giliberti ad omnes status : le 
Distinctioncs fr. Mauritii Ord. Minor: e le Le- 
gendae Sanctorum compietele. Conteneva il sesto 
banco: Diionisius de codesti ter archici: Diionisius 
de ecclesiastica Ierarchia glossa+us: varii opuscoli 
di S. Gregorio papa in due volumi: Multi tra- 
ctatus devoti fr. Bouaveu'urae, et collodio crr orimi 



802 



SÈCOLO XIV. 



/« Anglici et Parisiis condcmnatorum : Isaac abbas 
in Syria, et exortationes sanctorum patruni ; Arbor 
crucis bonae, et revelatio S. Ansclmi facta de Pas- 
sione Ch'isti: Crisostomus de laudibns Panli: Re- 
gula fratrum Minorimi : quatuor declarationes 
summorum Pontificia ri. Il settimo banco recava 
le opere seguenti: tutti i libri e trattati di S. Ago- 
stino in sei volumi: Rabanus de natura rerum: 
quaestiones veteris et novi testamenti: Epistolae S. Io- 
annis cum multis aliis libris: Manipulus fior uni: 
Tabula originalium fr. Iohannes de Elfordia Ord. 
Minorimi. Nel banco ottavo si contenevano : 
Boetius de Trinitate : liber Iohannis Damasceni . 
in quo est traditio certa ortìiodoxae Fidci : Ber- 
nardus ad Eugenium pp. Ili: Tractatus magistri 
Riccardi de S. Victor e: idem de arca contemp la- 
ti onis : idem de miistico sonino: Ugo de sa era - 
mentis: idem in expositione ierarcJiiae : Dia Ioga s r 
sire tractatus eiusdem mag. Ugonis: idem dida- 
scalus cum pluribus aliis tractatibus : finalmente 
Libri XX distinctionum, divisarum per centena 
capitala magistri Petri Decani ecclesia e S. Ama ni. 
Il nono banco, ultimo, verso oriente conteneva i 
seguenti codici: Liber institutionum D. Iustiniani 
Imperatoria : Codex dicti Iustiniani sacratissimi 
principis i Digestum vetus: Digestum novum: In- 
fortiatum: Summa D. Azonis super IX libris novi 
codicis Iustiniani: Tractatus de arte notar ia e Mag. 
Roll andini de Bonomia, et libri fiori s eiusdem. 



«..M'ITOLO !.. 



Dal lato d' occidente il primo banco, presentava 
questi volumi. 

Teàtus IV librorum Sententiarum magis. Petri 
Lombardi episc. parisiensis. Primus liber senteu- 
tiarum mag. frat. Bonaventura e de Balncoregio 
provinciae romanae de Ord. Minorimi. Seguono 
gli altri tre libri in tre distinti volumi dello stesso 
Dottor Serafico : Opus super IV libros sententia- 
ì um mag. fratr. loJiannis Scoti de Ord. Minor um : 
qui et doetor subtilis nitucupatur, de provincia 
Hiberniae : Quaestioues dieti mag. lo/iauuis de 
anima et de ipso principio: quaestioues sive lectura 
super IV libros sententiarum mag. fratr. Adae 
(ìodam anglici Ordinis Mino rum. 

Nel banco secondo erano disposti i libri se- 
guenti : Lectura super IV libros sententiarum magis. 
fratr. Riccardi eie Media Villa Ordinis Minorimi 
in quattro volumi. Quaestioues disputatae dieti 
Riccardi et magistrorum Vetri Falci, ac Matthei 
de A qua sparta cum colibetis ipsorum : Summa 
Sancti Thomac de Aquino in due volumi. Quae- 
stioues et quolibeta omnia eiusdem. Il terzo banco 
offeriva queste opere: Posti llae super Genesi m. 
Rxodum, Lcviticum, Numeros, mag. fr. Guillielnu 
de Mi li tona Ordinis Minor nm. Posti llae super Iob 
mag. fr. Matthei de Aqu a sparta Ordinis Mino- 
rimi, (e qui non è soverchio avvertire che i codici 
dell'opere di quest' insigne discepolo di S. Bona- 
ventura, da lui lasciati per testamento al Sacro 
Convento d'Assisi, mostrano apertamente d'essere 



-.104 SDCOLO XIV. 



gli scritti autografi dello stesso cardinale): Po- 
stillile super Psalterium in due volumi : Distin- 
ctiones super Psalterium: Postilla super ecclesia- 
sticum mag.fr. Ale xandrì de Alexandria provineiae 
ianuensis Ord. Minor um: da ultimo Postillae super 
onuies proplietas mag.fr. Nicolai de Lira provineiae 
Fraueiae Ord. Minorum. Sul quarto banco erano 
poste le seguenti opere : Postillae super Evangelia 
Matthei et Marci et primi libri Macabeorum mag. 
fr. Nicolai de Lira Or. Min. Postillae super Evan- 
gelium Lucae mag. fr. Bonavcnturae : Postillar 
super evangelium Iohannis fr. Nicolai de Lira : 
Postillae super epistolas Pauli, canonicas : Actus 
apostolorum et apochalipsis fr. Nicolai de Lira : 
Scripta sancti Thomae de Aquino super evange- 
lium Matthei: Postillae super ecclesia sten et Io- 
hanuem mag. fr. Petri de Tarauthasia provineiae 
Burgundiac Ord. Praedicatorum : finalmente Po- 
stillae super epistolas canonicas ad Romanos et 
Coriuthios. Il quinto banco conteneva questi co- 
dici : Postilla super evangelium Matthei, et postillae 
exceptuatac super evangelio Alarci, Lucae et Io- 
hannis : Sermones super epistolas et evangclia donii- 
nicalia totius anni fr. Lucae de Botonto provineiae 
Apuliae Ord. Minorimi: Compendi um theologieae 
veritatis mag. Bar folcili Ord. Praedicatorum i Ser- 
mones super evangclia totius anni fr. Guillielmì 
de Lugduno provineiae Burgundiac : Postilla super 
evangclia Dominicalia totius anni fr. Philippi de 
Monte Calerlo provineiae Ianuensis Ord. Minorum ; 



CAPITOLO !.. 2 OS 



Sermones super evangelio, totius anni fr. Jacob i de 
Voragine provincia e la ni ! e usi s de Ord. Praedica- 
forum : un altro esemplare della stessa opera : 
Postilla super èpistolas ebminicales totius anni 
mag.fr. Bertrandi de Turpe provinciae Aquitanìae. 
Postilla super Epist. do/uinicalcs et feriale s dicti 
F. Bertrandi: Sermones super èpistolas festivitatum 
totius anni dicti magistr: Sermones dominicale s et 
festivi totius anni mag. f. Gii ih erti de Tornaco, 
provinciae Franciae: Sermones do/uinicales festivi 
et fèriàles per tàtum annum : Sermones festivi 
et quidam ferialcs pei' totum annum magist. frat. 
Raiimuudi Riginaldi provinciae Franciae. Sermones 
magist. frat. Franciscide Maiirone provinciae Pro- 
vinciae: Dìstinctiones vocales frat. Nicolai de 
Gorham de Ord. Praedictttórum : finalmente Le- 
gendac sanctorum completae magni voluminis : TI 
sesto banco offriva questi codici: Priscianus maior 
caesaì icnsis Grammaticus. Poeto/ is /irbis Roma e 
Constantinopolim (sic). Priscianus minor, et Doctri- 
nalc, ac quaedam alia Grammaticalia valde bona : 
Summa dieta/nini s composita per ///agi st. Tkomàm 
de Capita card/ '//a le/// : Isidorus ethimologiarum : 
Papias episcopus de expositione vocabulor/t/// (di 
carattere posteriore) Doctrinale opti////////, Graeci- 
smus, liber optò/ut s glàssatus: Uguitio patria Pi- 
sanus, de expositione vocabulorum: Brictio de Ord. 
fratrum Minorimi ih: expositione vocabulorum : 
Summa mag.fr. Laùrentii Vualcnsis Anglici, Ord. 
Minorimi: — Summa de vit/is: Summa de virtù- 



ZOh SECOLO XTV. 



tibus. Al settimo banco erano fermate con catene 
le opere seguenti : Logica Aristotelis, de bona li- 
ctera (in cui sono otto lettere grosse alluminate 
con figure) Libri pkisìcorum Vili. De anima III. 
De generatione et corrupti&ue II. Libri de co eia et 
mnndo IV. Libri Met/iap/iisicae XIV. Eticìiorum 
X Coelo et i> 'in lido III: et Mct/iaur orimi (sic) III: 
— Libri politicornni et rectoricorum (sic). Aristo- 
telis: — Probleniata Aristotelis. Commentimi Are; - 
roiis, clini plnribus aliis li bri s : — Scripti de lib. 
ethicorum mag. fr. Gerardi Oddonis provinciae 
Aquitaniae Generali s Minorimi: Li ber Alex and ri 
de animalibns > et abbrevialo Avicennae super e nu- 
dali librimi'. — Libri proprietatnni rerum fr.Bar- 
tJwlomei anglici Ord. Minorimi: — Libri de mora- 
lità tibus cor por um, coelestium, elementorum, avium, 
pisci uni, animaliuui, ar borimi sire plantarum.... 
Al banco ottavo erano affissi i codici seguenti : 
Innocentius papa IV de civitate lanuensi super 
quinque libro s de titulis decrctalium domini Gre- 
gorii papac IX, Secuuda pars summa e dicti domini 
Osticnsis , Sun ima domini Goff redi de Ir ano, pro- 
vinciae Apuliac super quinque libros de titulis de- 
crctalium Grcgorii papac IX: Lectura domini (è 
lasciato lo spazio pel nome dell' autore che non 
vi fu mai scritto) super quinque libris deci etahum 
Grcgorii papac IX: Summa casuuui per alpha be- 
tum Mag. fr. Monaldi de Ord. Minorimi : Summa 
confessorum fr. lo/iaunis lectoris Ord. Praedica- 
torum : Summa confessorum, omnium novissima 



CAPITOLO !.. 



fr. Iohannis de Elphordìa provinciac Saxoniae, le- 
ttori* et doetoris iuris utriusque Ord. Minorimi. 

Nel nono ed ultimo banco erano esposti i co- 
dici seguenti: Deer etimi sumtriorum pontificum: 
eompilatio quinque librorum decretahum Gregorii 
papa e IX de Anania : Liber sextus dècretalium 
domini Bonifatii papae Vili, de Anania : Liber 
septimus dècretalium domini Clementis pp. /' : 
Casus decretai imi compositi a magistro Baitho- 
lomeo brisciensi (sic). Stimma magi st. Ugntionis 
super deci etimi : Tabula Iuris canonici et civili s 
fr. Iohannis lectoris de Elphordia Ord. Minorutn. 

Questo elenco dimostra a chi non sia digiuno 
della coltura medioevale, che ogni ramo dello 
scibile era abbastanza rappresentato nella libre- 
ria pubblica de' Frati Minori in Assisi, e che 
essi non erano stati de' meno operosi cultori di 
ogni maniera di discipline. E ciò sarà vie più ma- 
nifesto dall' esame della Biblioteca privata, che 
darà materia al capitolo seguente. 



CAPITOLO LI. 
La libreria privata del Sacro Convento. 

La libreria segreta del Sacro Convento conte 
ueva i libri destinati, come indica la rubrica del 
V antico inventario, ad uso dei prelati, de' maestri 



208 



SECOLO XIV. 



de' lettori, de' baccellieri e di tutti gli altri frati 
chierici, vale a dire iniziati nelle Lettere. Del luogo 
suo non ci rimane indizio alcuno preciso : quello 
che si rileva dall' inventario, si è che questa Bi- 
blioteca ben più copiosa della precedente, era cu- 
stodita in due grandi armadi o scaffali appoggiati 
1' uno di contro all' altro alle pareti orientale ed 
occidentale d' una stanza. TI primo scaffale era 
compartito in sei plutei, ovvero file, in soli cinque 
il secondo, e il numero dei volumi contenuti in 
entrambi, sommava 1' anno 138 1 a 529, numero, 
a chi ben consideri, ragguardevole per quei tempi. 
Dopo l' indicazione da noi data dei codici della 
libreria pubblica, sarebbe soverchio il diffonderci 
in un ragguaglio particolareggiato dei volumi tanto 
più numerosi di questa Biblioteca segreta. Solo 
aggiungeremo cosa che ne farà crescere la stima 
nell' opinione pubblica. TI dotto e benemerito Pa- 
dre Fr. Fedele da Fanna, che percorse ed esa- 
minò le Biblioteche della più parte d' Europa ri- 
cercandovi gli scritti e le memorie del Dottore 
Serafico, venuto a tal fine, or fa quattro anni in 
Assisi, ove si trattenne co' suoi valenti collabo- 
ratori oltre ad un mese, poiché ebbe conosciuta 
questa ricca collezione di codici francescani, con- 
fessò eh' ella conteneva ben 15 manoscritti di 
pregio capitalissimo, de' quali è raro trovarne uno 
o due nelle principali Biblioteche. In questo bel 
numero è da collocarsi la bellissima Bibbia del 
- colo XTTI, ricca d'iniziali miniate, che giusta la 



CAPITOLO LI. 



209 



tradizione fu dono del santo re Lodovico di Fran- 
cia, e parecchi libri dottrinali, autografi del Car- 
dinale fr. Matteo d' Acquasparta, illustre discepolo 
di San Bonaventura. 

Nè erano i soli volumi offerti da più donatori 
che potessero costituire tanta mole di volumi. 
Una gran parte è da ripetere dai medesimi frati 
Minori che di propria mano gli scrissero, e alla 
cui morte venivano essi libri ad ingrossare la 
pubblica o la privata Biblioteca. Ce ne rende certi 
la postilla, che leggesi alla fine dell' antico inven- 
tario, e che dice così: 

« Oportet ergo deinceps hic inferius scribere 
nomina fratrum defunctorum seu aliorum, quorum 
libri fuerint, et eos intitulare ac in bancis sive 
solariis cum cathena vel sine cathena in libraria 
pubblica sive secreta collocare, sicut de aliis libris 
factum est supra. » 

E questa lodevole prescrizione la troviamo 
adempiuta per testimonianza dello stesso codice o 
inventario sino all' anno 1445 : e in questo non 
lungo periodo di tempo le due Biblioteche au- 
mentarono di 105 volumi, provenienti tutti da soli 
quattro frati, e da cittadini d' Assisi, che furono 
quell' anno stesso frate Simone Lelli d' Assisi : 
poi un frate Giacomo da Bettona, quindi un frate 
Filippuccio, finalmente un frate Girolamo d' Assisi, 
e un maestro Luca della medesima città, proba- 
bilmente giudice o notaio. 



14 



2 IO 



SECOLO XIV. 



CAPITOLO LII. 



Le invetriate dipinte alle finestre 
delle due chiese. 



Abbiamo indugiato sino a questo punto di far 
parola delle preziose invetriate, che abbelliscono 
le quattordici finestre della Basilica superiore e 
le diciotto dell' inferiore, non perchè elle sieno 
state costruite sul declinare di questo secolo, che 
alcune di loro risalgono quasi alle prime età della 
costruzione del sacro edifizio, ma perchè elle si 
vennero lavorando in varii tempi, tantoché ve n'ha 
anche del secolo XV. E qui innanzi tratto non 
dobbiamo dissimulare, essersi meritata lode sin- 
golarissima i frati del sacro Convento per la cura 
che nel corso di sei secoli si diedero della con- 
servazione di queste invetriate, laddove quelle che 
ornavano la più parte delle antiche Basiliche di 
Italia, sono già da lungo tempo quasi interamente 
perite. Noi vorremmo anche di questo bel genere 
di lavori artistici poter fornire ai lettori nostri 
qualche notizia storica; ma pur troppo le dili- 
genze adoperate nel ricercare gli antichi docu- 
menti, non ci hanno dato alcun frutto. Nè alcun 
che di certo ci porgono gli scrittori che ci hanno 
preceduto nell' illustrazione di questo monumento. 
Il Vasari ne fa autori gli artisti medesimi che co- 
lorirono gli affreschi ; opinione ben poco credibile 



CAPITOLO LII, 



2 I I 



e che fu seguitata dal P. Angeli, il quale le at- 
tribuì, quindi a Cimabue ed a Giotto. Più di loro 
accurato il Papini disseppellì dalle carte dell' Ar- 
chivio francescano i nomi d' un frate Francesco da 
Terranova, e d' un Valentino da Udine. Il primo 
nel 1476 ebbe da papa Sisto IV commissione di 
racconciare le antiche invetriate e farne di nuove. 
Sembra che questo artefice rifacesse per una gran 
parte il grandioso finestrone a tramontana nella 
Basilica di sopra, e che il pontefice chiamandosi 
soddisfatto di quel ristauro lo rimeritasse di du- 
cento scudi d' oro di camera. Il somigliante fece 
l' Udinese al finestrone eh' è dirimpetto verso 
mezzogiorno, sotto al quale egli stesso lasciò 
scolpito nella strombatura della muraglia il pro- 
prio nome. E poiché siamo a ragionare di ristauri, 
aggiungeremo che per le istanze e le pratiche di 
Dono Doni, pittore assisano, l'anno 1561 furono 
tutte )e finestre di nuovo racconcie da un Francese, 
che si chiamò pago della mercede di scudi 128. 
Sappiamo inoltre che nel secolo seguente essen- 
dosi guaste le antiche invetriate di parecchie fi- 
nestre delle due chiese, i frati ne comprarono 
alcune dal Duomo di Foligno e di Perugia. L' ul- 
timo ristauro a memoria nostra ne fu eseguito 
dal Bertini di Milano sotto il pontificato di Gre- 
gorio XVI. In tale occasione fu rinnovato inte- 
ramente il finestrone centrale nell' abside della 
chiesa tanto di sopra quanto di sotto, gli occhi 
delle due facciate, e quella delle tre finestre nella 



212 



SECOLO XIV. 



cappella del Battista, che guarda a occidente ; 
opere tutte che sono ben lontane dalla bellezza 
delle antiche. Nè si meritò punto maggior lode 
il Bertini nelle riparazioni delle vecchie invetriate, 
non avendo saputo armonizzare il nuovo con 
l'antico nè quanto a disegno, nè quanto a into- 
nazione di colorito ; e tant' oltre andò la sbada- 
taggine da appiccare nella cappella dell' Albornoz 
una testa virile e barbata alla figura di S. Caterina. 

Tornando ora all' antiche finestre, è da notare, 
tanta essere la loro varietà, che evidentemente 
appariscono lavoro di più artefici e di tempi assai 
diversi. Al secolo XIII appartengono le due laterali 
nell'absida della chiesa di sopra, ove con ricche 
composizioni sono figurate più storie molto belle 
della vita e passione di Cristo. Al XIV apparten- 
gono quasi tutte le altre, tra cui primeggiano quelle 
della cappella di S. Martino per forza di colorito, 
e quelle di S. Nicolò per vaghissima armonia di 
tinte. I vetri poi del secolo seguente sono disse- 
minati per le finestre della navata della chiesa 
superiore, e facilmente si ravvisano alla maggior 
grandezza delle figure. 

Ma quali ne furono gli artisti? 

Il Guardabassi nel suo indice-guida dei monu- 
menti d'arte nell'Umbria, ne fa autori frate An- 
tonio dell' Alvergna, frate Bartolomeo da Pian 
Castagnaio, e fra Gualberto Giotti, aggiungendovi 
i due ristauratori già da noi menzionati, frate 
Francesco da Terranova e Valentino da Udine. 



CAPITOLO Ltl. 



Con quanta ragione egli l'abbia asserito, noi noi 
sapremmo dire, chè niun documento n' esiste negli 
archivi locali. Più probabile forse è il battesimo 
del bel finestrone nella cappella di S. Stefano, dal 
medesimo attribuito a maestro Angelo da Gubbio, 
nè siamo lontani dal credere che abbia qui lavo- 
rato in quest'arte quel Giovanni Bonino d'Assisi, 
adoperato in somiglianti lavori nel duomo or- 
vietano. 

A compensar però la povertà di queste notizie 
noi siamo lieti di pubblicare un trattato inedito 
dell'arte del dipingere in vetro, che nel suo codice 
originale si conserva nell'Archivio della Basilica 
francescana, composto da un maestro Antonio da 
Pisa intorno alla metà del secolo XIV. 

Memoria del magisterio de fai e fenestre de vetro 
et de colori de tucto V altri magisteri* che sono 
necessarii in sta arte, seguendo di parte in parte 
cliiar ai j lente secondo la doctrina de Mastro Antonio 
da Pisa singulare mastro in tale arte. 

In prima si voi fare imo tabernaculo : Fa sem- 
pre la base et capitello de vetro zallo, et le 

colonne de vetro bianco e rosso de vetro 

rosso incarnato et i basamenti de vetro bianco in 
similitudene de marmo. Et in similitudene di le- 
gname mictilli sempre vetro zallo del più chiaro 
che puoi avere, et in scambio de pietra cotta 
mieti sempre vetro rosso cioè uno coloracelo 
chiaro. Et si figure grande volissi fare. Nota che 
si tu fai la veste de la figura verde, fa lo suo 



SECOLO XIV. 



mantello del vetro rosso, o de colore de laccha, 
e lo riverso del mantello de vetro bianco e de 
zallo. Se tu volessi fare istorie, et tu la vistissi 
una de bisso et una de rosso o de laccha, fa sem- 
pre nel mezzo de questi colori una vestita de 
bianco o de zallo ; perchè si mecterai infra rosso, 
o verde, o lacca o bisso sempre nel mezzo una 
figura zalla o bianca, ti farà relevare l'altre figure 
per ragione naturale; e quando el mantello o la 
vestimenta fosse d' azzurro, el campo fa rosso. Li 
campi. 

Nota che li campi delle figure vogliono essere 
sempre de azzurro. Figure de zallo o bianco. 

Si tu vistissi una figura de zallo o bianco, fa 
li riversi della veste di rosso o de bisso o de verde 
o d'azzurro salvo si non vi serà dal lato del campo. 
Folgliame. 

Si i folgliame volissi lavorare fa l'una dericta 
come eia de' stare, e l'altra abbi qualche acto di 
re verso e in questo farai quando tu le desengni. 
A ordenare^ i colori. 

Ancora ti volglio advisare de l'ordinamento 
de' colori, ciò è quando tu lavori fa d' avere in tua 
possanza del verde da moczare e mittine dentro 
nelli tuoi lavori, e faratte sempre onore. Et ancora 
abbi questo ad memoria in tucti li tuoi lavori che 
tu fai, mietili sempre dentro la terza parte de ve- 
tro bianco, perocché el bianco sì, te fa lo tuo 
lavoro allegro et comparescente. Poniamo per 
figura che facendo una finestra o altro lavoro, 



CAPITOLO LII. 



che ce entrasse 100 parti de vetro, metteli molto 
bene trentanove quarti de vetro biancho e lavora 
per ragione. Figure d' apostoli o d' altri santi. 

Si figure d'apostoli o d'.altri santi volissi fare 
e non avissi bene in memoria de che deverli ve- 
stire, vattene alle chiese e guarda a quelle che 
sono dipente per li dipinturi, de che colori hanno 
vestito le sue figure e cusì tu fa simelmente. Nota 
che sempre sancto Pietro veste di mantello zallo 
e la gonnella vole essere de azzurro e li reversi 
de rosso ovvero de abifo. 

Folgliamc. 

Si tu vuoli fare folgliame non adoprare mai 
altro vetro che bianco et zallo a fare la folglia 
e a fare el campo delle folglie, ciò è de folgliame 
falli russi o azzurri, che questo è più sua ragione, 
che altro vetro. Nota che si tu non intendessi bene 
questo modo da partire i colori del vetro, che io 
t' ho detto più denante, resguarda in quelle chiese 
dove sono de' miei lavori de me mastro Antonio 
da Pisa, mastro di tale arte, e parti secondo quel 
modo, et non porrai errare. 

Colori per depengiare el vetro. 

Ad voler fare colori che tu adoprarai ad voler 
depengiare sopra el vetro, et non dicendum omni- 
bus... piglia de quelli paternostri piccolini de'vetro 
zallo, ciò è de' quelli veneziani fini che sono a 
modo de ambre zalle, e pistali bene et in polvere 
redutti e sutilmente macinati ; piglia uno scudel- 
lino di scalcaglia de ramo che sia necta e pura, 



2l6 



SECOLO XIV. 



e duoi scudellini di questa polvere, decta de so- 
pra, e mescola insieme e macina insieme sotil- 
mente sopra de un porfido, e questo è el colore ne- 
gro. Et abbi sempre a mente a mectargli duo tanta 
polvere de paternostri, e una parte de scalglia de 
ramo, et quando non potessi avere delli decti 
paternostri pilglia de lo smalto zallo, e fa come tu 
sai e mectegli un poco de azuro. 

Colo}- e bianco per ombrai- e. 

Tolli de la dieta polvere de pàter nostri o vero 
de smalto zallo senza la decta scalglia de ramo 
e macina tuto, e questo è el color bianco. 

Colore zallo. 

Ad fare colore zallo pilglia de la limatura del- 
l' argento fina, ciò è veneziano, e macina questa 
limatura sopra un porfido, che se desfaccia come 
acqua, et poi quando tu veni a pensare mittelo 
sopra el vetro bianco dove tu vuoi deventi zallo, 
et mittigline tanto poco quanto puoi colla tem- 
pera dell' ovo liquida. 

Zallo sopra bianco senza ricuociare. 

Et si tu volissi fare un zallo sopra el bianco 
senza fuoco, pilglia de la dola.... dura de le ba- 
lestra e depinge sopra el vetro e mitte a secare 
e serà un bello zallo e parrà cotto. 

Tempera per li elicti colori. 

Modo da far la tempera a temperare questi 
colori, pilglia un ovo e rompilo e mietilo con lo 
torlo e con lo chiaro insieme, e poi tolli un ra- 
metcllo de fico e taglialo minuto, e nella scudella 



CAPITOLO LII. 



2 1'/ 



dove metesti 1' uovo e mittili un mezzo fondo de 
bichiere d' acqua con questo ovo e questo fico, 
e poi si lo dibatti bene insieme. Et de questa 
tempera mecterai nello colore a poco a poco così 
come tu dipinzi, o fai dipinzare. Et tieni tucta 
via dell'acqua nello colore che non sa succhi. 

Modo de reccociaare el vetro dipinto. 

Modo da mettere el vetro in padella quando 
tu voli ricuocere, quando tu vieni a impadellare 
el vetro. Non mèctere mai in fondo nè rosso nè 
zallo, nè troppo accostato a 1' orli de la padella, 
perchè questi doi colori temono molto il fuoco, 
Nè non mectere pezzi grandi in fondo nè a l'orli 
de la padella; benché da te verrai praticando, e 
si m' intenderai meglio quello che io ho scritto di 
sopra. Empi ben tra V uno delli vetri e 1' altro 
de' quelli pezzi menuri che t' avanza de quello 
che tu talgli vitri. 

Del f oi' nello la forma. 

In che forma de' esser fatto il fornello da re- 
cocere il vetro quando tu Y hai dipento per fare 
figure o altri lavori. 

La terra da fare el forno. 

Prima te dirò de la terra da fare el forno; devi 
torre de la terra rossa, che ciò è de quella che 
adoprano li fabbri a fare le sue fucine, e impa- 
starla insieme con sterco del cavallo et un poco 
de sale, et un poco di borra de selle, et un poco 
di semmolo, et tucte queste cose impastare in 
sieme, et de questa terra mista farai il fornello 



2l8 SECOLO XIV. 



La forma del fornello. 

La forma del fornello vole esser facta in questo 
modo, ciò è principia il tuo forno con pietre, e 
con questa terra impastata con quelle cose diete 
di sopra. Et quando tu cominci e faci el suolo, 
fa che sia più longo che largo, e quando tu ài 
fatto el suolo del forno et che tu comenze a fare 
le sponde, e che tu sè gito de suso tre mano de 
pietra, et allora tu gli mitti li vergoni de ferro 
alla traversa del forno, ciò è quelli che hanno a 
sostenere la padella. Et quando tu sei gito di- 
sopra da vergoni doi mano di pietra comenza la 
volta del forno, e quando tu sei di sopra dalla 
volta del forno, dal lato diritto, lascia li un buco 
tondo della grossezza di un ovo, dove possa 
uscire el fumo. Nota che questo forno vole essere 
tanto longo, che quando la padella è dentro tre 
dita da i lati, cioè tra il forno e la padella ; et 
derretro i iij deta, et denante tanto quanto è 
longa una pietra cotta, et ancora quando tu prin- 
cipu il suolo del forno acconzili doi pietre per 
longo et per largho per potere mettere le legna 
suso a la traversa del forno, quando tu vorrai 
cocere el vetro. 

A fare el fuoco. 

El modo a fare el fuoco sotto a la padella. 
Prima tu dii portare le legna e tagliarle alla 
forma del fornello, ciò è che ella vadano a la 
traversa nel forno, e poi apicca fuoco denante in 



CAPITOLO LII. 



219 



bocca in suso lo spazio del fornello, ciò è di fora 
che sia da lonce due buone spanne de lunge da 
la testa de la padella e innanzi più che meno, et 
tanto farai fuoco quive ricta; in fine che quando 
tu mecterai la mano a quel buco che lassasti in- 
suso la volta del forno che tu vedrai e che non 
può sofferire la mano, e allora manda el fuoco 
in testa del forno, ciò è socto, e tanto li fa fuoco 
che tu viggi tornare el forno bianco dalla fiamma, 
et allora mieti fuoco in testa della padella de 
quelle legne che tu ài segate, e farai lo fuoco 
chiaro. Et quando tu vedrai ben bianco la testa 
de la padella dinanti, e allora fa d' avere legne 
che sieno lunghe quanto quelle che mittisti a 
traverso, che sieno spezzate minute e ben secche 
a ciocché non facciano fumo, et che facciano fuoco 
chiaro, et miete una legna in suso alle pietre che 
sono nel forno per lo longo, ve mieti questo legno 
de traverso. Et poi mieti X o XII stecche de 
quelle minuzzate sotto la padella, e che elle stieno 
con un capo suso in quel legno eh' ene alla tra- 
versa ; et dieci o XII de questi fuoghi che tu 
li farai per questa forma sirà cocto, e ancora 
guarda quando vi vedrai ben russi i tinzoni. Et 
la padella el forno sia bien bianco e allora è cocto, 
e incontenente serra l' uscio eh' è sopra de la 
volta, et lassa stare tanto così che sia raffreddato 
et forno e la padella, e poi dispanderai el vetro 
tuo eh' è cocto, e abbi a mente de darle sempre 



?-20 



SECOLO XIV. 



el fuoco temperato. E vi troverai suso el desegno 
una leca come tu ài commesso; faratti briga un 
poco el comensamento de talgliare el vetro. 

La pasta da commecterc. 

La pasta da commectere si se fa de cenere e 
de farina, ma poca farina e assai cenere la cenere 
che tu mieti nella padella, mesticace con essa 
una scudella del calcina viva ben stacciata. 

De partire le finestre di finora. 

Del modo de partimenti de fuore de le finestre 
ciò è delle legature d' appiccare el vetro quando 
tu segnato con la biacca dove tu vuoi apiccare i 
fili, guarda de fare tanto dell' uno ferro ed l' altro, 
quanto tu voli fare lunghe le prese. Ancora guarda 
che i piombi vengano de rietro ai ferri che sono 
attraverso, et anco che le prese vengano nella 
piega de' panni de le figure el più che puoi. 

A talgliare vetro o de commettarlo. 

El modo de talgliare el vetro e de commectarlo 
per fare figure o altri lavorìi. Quando tu ài se- 
gnato el vetro co la biacca distemperata con 
l'acqua secondo che tu lo vuoli talgliare. Abbi 
un ferro caldo e menalo dove tu ài segnato colla 
biacca, e poi che el vetro serà un poco crepato, 
bagnare ivi con la saliva, ovvero acqua e tira el 
ferro caldo ove tu voli che se rompa el vetro, e 
quella crepatura seguiterà el ferro caldo e verrasse 
rompendo secondo che tu girai col ferro caldo, 
e si fosse poco vetro riga con lo smirilglio e 
co la pietra focaccia tagliente dove tu hai se- 



capitolo ur. 



22 I 



Lunato colla biaccha, e rompìrassi secondo la riga 
che avrai facta con la pietra decta con poca 
forza che tu gli dii con mano, e poi de man- 
tenente che tu 1' ài talgliato' e che tu lo rompi 
commictilo insieme suso el disegno che voi fare, 
e poi lo leva, e poi dipenge a quello lavoro che 
voi fare ciò è casamento, folgliame o altro lavoro. 
Saldature. 

Vogliote dare de molti modi da fare saldature 
per saldare i piumbi de le fenestre, eziandio ti 
dirò de alcune altre regole de saldatura per sal- 
dare lavoro de piombo e de stagno. El modo di 
tenere a fare queste saldature : Nota che de molte 
saldature si fanno per diversi modi et secondo 
opinione de molti maestri. Ma io te volglio dire 
secondo el modo mio el mio secreto, el quale 
ho ritrovato meglior modo de tucte 1' arecepte 
de gli altri maestri. Fa la tua saldatura in questo 
modo, ciò è piglia una parte de piombo et una 
parte de stagno e desfallo insieme et quando l' ài 
desfacto insieme fa un bucarello in terra tanto 
cupo che tenga questo piombo e questo stagno 
e gettalo dentro che sia caldo, e come 1' ài get- 
tato dentro tura immantinente la bucarella con 
una assicella che la dieta saldatura non sfiati, e 
non la discoprire per fine che non è fredda a suo 
bello agio, e questa recepta è melgliore se possi 
fare, con minore spesa. Et questo noi dire con 
altri maestri perchè Ì' altri maestri fanno per terzo 
et è di più spesa. E quel modo che io t' ò detto 



2 2 2 



SECOLO XIV. 
9 



de metterla in la bucarella tiello per secreto in 
te, perchè la tua saldatura verrà più corrente che 
1' altra che mai non sta pregna et è molto cor- 
rente de rietro al ferro. 

Fundamento. de le saldature. 

Qui ti dirò el fundamento de le saldature: unze 
con olio overo sego di candelo el luoco dove vuoli 
saldare, e prima raspa molto bene dove vuoli sal- 
dare, e quando ài molto bene raspato unza con 
poco d'olio o sego come io to decto, overo vi 
pone un pocho di pece greca. El miglior modo, 
e più presto o avante de tempo da raspare si è 
questo. Fa d' avere uno de questi busci de ramo 
che adoperano gli orfi a raspare l'argento e con 
questo raspa i piombi dove voi saldare e necta 
molto bene e accosta molto bene la saldatura. 

A conciare i saldatoli. 

Ancora ti voi dire el mezzo da conciare i sal- 
datoli, fa d' avere una pietra di macena, o una pie- 
tra morta, e falli dentro una fossecta longhecta 
che non sia tonda, e in questa fossecta mietigli 
pece greca cum poco d' olio e un poco di sego 
e un poco de cera e con questa mistura onge i 
saldatoii in questa fossa da saldare, ciò è mietigli 
in questa fossa eh' ài facta in questa pietra, e così 
come ài aricavate el ferro fuora del fuoco stro- 
piccialo per questo unguento che io to decto di 
sopra, e poi abbi la saldatura in mano e salda 
sopra el luogo dove è di bisogno. 

A fare dolce el piombo. 



CAPITOLO LIF. 



Vogliote advisare sopra el facto del piombo o 
ha questa natura, che quanto più el tragetti tanto 
più deventa duro e crudo. E si tu vulissi -fare 
dolce el piombo che è duro e crudo mieti a disfare 
con esso de la pegola, de la cera e del siego in- 
sieme e fa desfare ogne cosa insieme e deven- 
t erate nero. 

Item onguento da ogne re saldatoti. 

Recipe : cera nova e sia buona rasa de pino, 
pece greca tanto dell'uno quanto del altro, e fa 
desfare insieme. 

Altre ricette da fare saldature buone come la 
prima è ancìio e buona per saldare canne d organi. 

Recipe di piombo libra I de stagno once X fa 
desfare insieme e mectila in quella fossa decta, in 
terra, e coprila come è decto in quella altra re- 
cepta; e si è ancora di minore spesa. 

Item recepte de saldature de altri maestri. 

Recipe di piombo libra una, stagno libre due e 
fa desfare insieme, questa adoperano altri maestri. 

Item saldature da saldare canne de organo. 

Recipe stagno once VII, piombo once I argento 
vivo once 7 2 fa desfare lo stagno el piombo ensieme 
e come de sfacto levalo dal fuoco e mietigli den- 
tro l'argento vivo e rimesticalo con un fucello e 
gectalo in verga. 

Un* altra recepta per saldare le dette canne. 

Recipe stagno once 3 piombo once I e mezza, 
marchasita dramma I argento vivo dramma I, fa 
desfare lo stagno, el piombo e la marchasita, e 



224 



SECOLO XIV. 



quando fusi, levalo dal fuoco e mectili l'argento 

vivo. 

Ad idem per canne de organi saldature. 

Recipe piombo once li stagno de verga once I 
marchesita bianca uno quarto de oncia, argento 
vivo dui danari di peso, e desfacto piombo, sta- 
gno e marchesita, mieti i 1 argento vivo e gecta in 
canna, e copri come la prima clic non refiati per 
fine che non è fredda. 

Ad idem. 

Recipe stagno in verga once II, piombo oncia I 
argento vivo mezza octava d' oncia, e fa com' è 
decto de sopra nelle sopradette recepte. 

A pengere el vetro senza rieocere. 

Io ti voglio dare el modo del pipenzare e del 
modo da fare certi colori; che se fanno peso nel 
vetro senza ricuocere, in che maniera se può fare 
per lo melglio modo. Si tu voi depenzare suso in 
un vetro del verdcramo e altri colori senza ri- 
cuocere el vetro, macina ci verdcramo o altri 
colori con la vernice liquida sopra de un porfido 
e quando hai ben macinato sotilmente, dipinge 
quello che tu vuoli sopra del vetro, e poi lassalo 
seccare al sole e parrà ricotto. O veramente ma- 
cina el colore con l'olio del seme del lino che 
sia cocto e macina con ciascheduno de questo 
quello che tu vuoli. Et nota che el vetro natu- 
ralmente è verde per sua natura. E voglicndo 
fare che ì sia bianco, i fornazari vi mettono den- 
tro de una pietra che se chiama aregavense, la 



CAPITOLO LII. 



225 



quale pietra adoperano quelli che fanno li boccali 
de terra, sicché mectendovene alla fornace la giu- 
sta ragione et proporzione deventa bianco come 
noi vedemo; e mectendovene alquanto più che la 
sua ragione et mesura, fai uno colore incarnato. 
E mectendovene anche un po più che sua mesura 
fa un colore de laccha ; la sopra decta pietra veni 
de Catalogna. El più bel vetro che se possa fare 
de scaglia de ramo ricotta. L' azzurro si se fa di 
una pietra che se porta de Lamagna che à nome 
chafarone. El zallo fino sì se fa con l'argento fino 
macinato. 

Ancora se può fare un zallo con piombo e sta- 
gno macinati. Ancora se fa un zallo con taso di 
vino bianco, eh' è più bello che questo de sopre, 
che se fa con questo piombo e stagno. Ancora 
te dico che mectendo dell'argento macinato suso 
un vetro azzurro chiaro si diventa zallo, ma non 
è bello nè chiaro. E mectendo dell'argento ma- 
cinato sopra el vetro azzurro o scuro devente 
verde. Nota che le sopra scripte cose fa fare i 
dicti colori nelli dicti vetri se si fanno quando i 
fornazari anno el vetro nelle fornace desfacto. 
Nota che el color rosso viene della Mangna, e 
non se sà de che se faccia quello colore, ma io 
te dico che quello colore rosso si è solamente da 
luna de le parte e non è misto nello vetro come 
sono li altri colori che sono incorporati. 

A fare lavorio in sul vetro rosso. 

Se tu volessi fare uno leone o altro animale o> 

*5 



226 



SECOLO XIV. 



altra cosa sopra un vetro rosso, talglia el vetro 
alla forma del leone o de quella cosa che tu vuoi 
fare. E abbi de la cera disfacta come quando se 
fanno le candele, e mectegli dentro questo pezzo 
de vetro e tiralo fore. E quando quella è raffred- 
data, questa cera che è appiccata ed a questo 
vetro vaigli desengnando suso in questa cera, 
quelle parte del leone od altri animali che tu vo- 
lissi fare, che tu vuoi che remanga bianca, cava 
via quella cera che tu ài desegnata ; e quando 
l'arai cavata fa d'avere l'acqua de partire l'oro 
da l'argento, la quale acqua vendono li auriffici, 
e de questa acqua mettine dentro a la cavatura 
che ài facta nella cera cavata via; e lassalavi stare 
questa acqua doi ore o tre e deventerà bianco. 
E poi levata via quella cera con un coltello, fa 
d'avere un poco dello smeriglio pesto col piombo, 
e fregalo suso e verrà lustro chiaro e bello. Ma 
nota che quando tu farai questo, guarda dal farlo 
dallato del colore ciò è dove el vetro à el colore 
rosso, perchè si tu l'acqua che mittissi da lato 
dove non è el colore non faristi niente. 

Se v olissi fare zctllo i vetri. 

Se tu volessi fare zallo dove è questo bianco 
mictive dentro de quello argento macinato che to 
decto denanti in quello capitolo dove tò decto 
che quelli paternostri zalli, e questo si è buono 
per adoperare Ora to decta la sostanza, e cosi 
facendo e praticando vederai la maniera. 

Si quello colore zallo volessi fare pih pieno. 



CAPITOLO LII. 



227 



Si più pieno de colore volissi fare quel zallo 
mictive dentro un poco de ocrea, la quale adope- 
rano i dipintori, e si tu gli ni mittissi troppo, ri- 
torneria el vetro rosso, ma non seria bello colore 
che parria uno imbratto. 

A comporre il lavoro. 

Se tu volissi mectere in opera un lavoro de 
occhi, o altro affare guarda del gli altri lavori et 
mira bene come stanno ; e fa sempre che li fessi se 
scontreno insieme quelli del pezzo de sopra e con 
quelli di socta, e non porrai errare facendo così. 

La me sur a dell' ' are ho. 

El modo de retrovare l'archetto quando tu avissi 
a mecte un lavoro in muro. Fa che tu parti la 
larghezza della fenestra in quarto e averai el 
poncto. Ancora sono de quelle fenestre che l'ar- 
chetto sta per modo che se converrà partire per 
terzo, ma fa così ; poi che arai partita la larghezza 
della fenestra mieti el sexto suso al poncto de 
mezzo. E si tu non sapissi fare altramente fa così; 
mieti una bacchetta, e mettila da quella, che tu 
ài messo a traverso in fine alla ponta de l' arco, 
e poi batti un filo in suso el desegno, tanto quanto 
tu fai larga la tua fenestra, e poi rimicte suso in 
su in una delle teste del segno, e tanto quanto è 
dalia ponta dell'archetto a la bacchetta del tra- 
verso batti un filo al traverso del disengno, ed al 
mezzo dal filo dal traverso mieti el tuo sexto et 
arai il poncto necto e non porrai fallire. 

Altro modo. 



228 



SECOLO XIV. 



Ma sì questo modo de sopra non intendessi, fa 
altramente ; tolli delle carte che sieno incollate 
insieme e mictele suso nell'archo e va desen- 
gnando di torno in torno dentro o di fore con 
un carbone e in questa forma arai le misure. 

El modo da pagar se. 

Vogliote dire et ansegnare el modo del paga- 
mento de le fenestre del vetro, de tre maniere. Se 
tu volissi torre affare un lavoro de fenestre facte 
de' figure, tu dii tenere questo modo. Fa prima 
ragione quello che vale el vetro e la dipentura 
e piombi e ferri e de tucta la spesa, che ce entra 
dentro. Tanti denari tolli della tua persona quanto 
monta tucta questa spesa. Ancora t'aviso, e dico 
sopra del facto del prezzo de le fenestre. Non 
fare mai, si te vuoi salvare, ad meno de 4 fiorini 
el braccio fiorentino del lavoro della fenestra ad 
figure grande, ciò è figure e sole a tre fiorini e 
mezzo, e a storia sì se vende cinque fiorini el 
braccio, el manto quattro, e ciò che tu fessi el 
meno, non v'è seria guadagno. E doi fiorini el 
braccio pagando la persona che ti fa fare el la- 
voro tucta la spesa de' piombi, ferramenti e la rete, 
e li poncti da mettere el lavorio in opera. La 
ragione del pagamento de le fenestre da occhi, 
schietti, pagando chi fa lavorare el telaio e i ferri 
che vanno nella fenestra, si sonno fiorini II e mezzo. 

Vogliote dare alcuno ammaestramento dell' arte 
de le fenestre de vetro. 

Primo. In quella terra dove tu lavori, lavora 



CAPITOLO LII. 



22Q 



forte e sta fermo in quella terra a lavorare, e non 
ti movere si voi guadagnare, altramente non avan- 
zaristi nulla, e se pure te venisse un gran lavoro 
per le mano de utilità a fare fore de la terra 
dove stai habitante, va e fallo e poi ritorna alla 
tua stanza e presto. Ad volere honore dell' arte 
e far bene in questa arte si è star fermo. Et non 
ti fare beffe dell'arte del vetro, chè ti si regge 
bene fa buono profecto e utile e honore. 

Qui appi- esso te volgilo dare più modi in chi- 
forma si pub talgliare el vetro cioè che se spezzi 
in quello luocho dove tu vuoli e non altrove per 
fare i peczi che bisongnano a le fenestre. E prima 
te dirò de le pietre e poi te dirò de 1* altre chosc 
che sono utile a rompare el vetro. 

Delle pietre. La prima si è el diamante, e questa 
è la più fina, e la più dura che se possa adope- 
rare a tagliare el vetro. La seconda pietra si è 
una pietra che se chiama el iacinto nero, che è 
impontato ciò è ha le ponte come el diamante. 
Signato che è el vetro con questo iacinto sì se 
rompe. La terza si è uno cristallo che sia naturale 
così come se trova nelle montagne che non sia 
lavorato, e che sia pontuto et aguzzo e con la 
sua ponta signando el vetro se rompe. La quarta 
pietra si è il berillo, eh' è una pietra simele facta 
come è el cristallo, e fa el simile che fa el cri- 
stallo. La quinta pietra che è buona a simele mi- 
sterio è la calamita la quale tira el ferro ad se, 
questa è dura pietra e talglia el vetro bene. La 



2 3° 



SKCOLO XIV. 



sexta è lo smiriglio la quale s'adopra più che 
pietra che sia, perche n' è migliore che non è de 
le sopradecte, ma le sopradecte sono melgliore e 
più fine, ma adopra questa per fare manco spesa, 
e quando anche tutte queste ti mancassero, fa con 
la pietra focaia con la ponta o vero col tagliente 
e farate buon servizio ai bisogni. 

A rompere il vetro grosso e duro. Io sì ti voglio 
dare un altro modo e ragione a rompere un vetro 
che fosse tanto grosso che non si potesse rom- 
pare nè spezare con le soprascripte pietre. Fa 
così pilglia del solfo un pocho, desfallo in un pi- 
gnatello, o in altra cosa, e quando è disfacto mi- 
etili dentro un filo d'accia e bagnalo bene tucto 
in questo solfo, e poi così caldo, lega questo filo 
de questa accia a torno de quello vetro che tu 
vuoli rompere, e quando tu 1' ài legato in quel 
luogo dove vuoi accendere el fuoco ad questo filo, 
e mentre che elio arde quello filo mecte dell'aqua 
sopra quello fuoco e incontanente el vetro se 
romparà in quello luogo dove arai messo el filo 
insolfato, e questo tiene ec. 

Altro modo da rompere el vetro per fare pezzi 
grandi e piccoli secondo che e mistero per fare 
finestre o altri lavori. Pilglia della biaccha o 
minio e destempera questa biaccha o voi minio 
quale tu voi, e queste doi cose con l' aceto o con 
l'aqua, si tu non avissi dell'aceto; e quando l'ài 
destemperato abbi uno pennello sotile, e segna 
sopra el vetro dove voi rompere, e quando l'ai 



CAPITOLO LIT. 



segnato abbi un ferro infocato cusì caldo sopra 
el sengno de questa biaccha, e romparasse incon- 
tanente come è decto de sopra, si vi bangnarai 
prima con la saliva o aqua. 

Recepta da fare el vetro lustro e chiaro. Volgliote 
dare molte rececte da fare el vetro lustro e chiaro 
e lucente, o che fosse obscuro o afìumato o im- 
polverato, il quale vetro volissi ritornare in opera. 
Nota che tutte le infrascripte cose sonno buone 
da reschiarare e far necto el vetro ; prima te dirò 
che l'acquavite sfrecandone el vetro, e lavandolo 
con essa molto el fa necto. Secondo tolli l'urina 
delli fanciulli con un poco de sale e sfrega con 
un'erba che si chiama asprella, la quale comprano 
quelli che lavorono al torno, sfregando el vetro 
con questa aspretta molto, el fa lustro. Terzo la 
lexiva dello bocato lavandone el vetro e sfrecan- 
done con questa asprella e de la rena de li fiumi 
stacciata, fa chiaro el vetro e lustro ; l' olio del 
taso lavando el vetro con esso el fa chiaro e 
lustro. Quinto un pugno de sale e bullire insieme 
con remolo, e fregando poi con questo remolo 
facto con l'aceto con questa asprella, molto fa 
chiaro e lucente. Sexto la calcina del forno, stac- 
ciata e bollita con la lixiva della bocata, e fre- 
gando el vetro con l' asprella questa è sopra omne 
rececta da far necto el vetro. Et nota che questi 
vetri volgliono aver messi a mollo nella lixiva 
per un dì e una nocte, che la rozza che è sopra 
i detti vetri se maceri. Sectimo la palglia arsa e 



SECOLO XIV. 



lavarne el vetro con l' aceto, e stripiezzare bene 
con l'asprella e con folglie de fico molto fa lucente 
el vetro. Octavo la rena cioè el sabbione stac- 
ciato sfregarne el vetro con l'asprelle con un poco 
de sugro fa el vetro chiaro molto. Nono la calcina 
viva stacciata sfregarne el vetro el fa necto. De- 
cimo el vetro pisto e sfregarvelo con un feltro fa 
molto necto. Undecimo l' alume de feccia sfre- 
garne el vetro fa molto chiaro e necto. Duode- 
cimo la scaglia de ferro stacciata sfregarne el 
vetro con un pezzo de sacco o feltro. Decimo 
terzo lo smirilglio fregando con un sacco fa 
necto e lucente. Decimo quarto la pomice pesta 
fregandone el vetro con l'asprella e con l'aceto 
fa necto. Decimo quinto la scorsa dell' ova peste 
sfregando con l'asprella fa necto. 
A fare che paia novo. 

Volendo fare perfectamente lucenti questi vetri 
che paiono nuovi volgliono esser messi a mollo 
per un dì o doi in l' aceto nel quale vi sia de- 
sfatto un pugno de sale, e poi sfregandolo con 
ciascheduna de queste cose supra scripte nel decto 
modo, e poi lavandolo con un podio de aqua 
chiara tepida, sciucchi parranno nuovi. Nota che 
la lexiva facta frescha per lavare le fenestre cioè 
sia calda prima che ella si reschiari, fa necto e 
chiaro. 

El modo a far le forme. 

Io sì ti volglio dire el modo delle forme da 
gettare i piombi de le fenestre, ciò è quelli da i 



CAPITOLO LH. 



legamenti dentorno ai vetri. Le forme se fanno 
de più cose secondo la opinione de alcuni maestri 
de questa arte. Alcuni sonno che fanno le suoi 
forme de marmo. Alcuni de travertino. Alcuni de 
macine. Alcuni de ferro. Alcuni de piombo. 

Ma io te volglio dire de tucte queste cose e 
forme quale sonno melgliore che se possino usare 
e che durino più, che non si rompano per lo 
caldo del piombo. Nota che le forme che se fanno 
de doi vergoni di piombo sonno le melgliore forme 
che se possano usare e più seeure, che l' altre. 
Et nota che quando tu voli gettare i piombi, se 
vole prima ongere con una spongia con olio de 
semente o con olio de oliva, o con sego desfacto, 
e cusì come tu ài gettato 405 volte o 6, tracti 
i piombi, onge i canaletti de le forme con la decta 
spogna, e queste sono le più perfecte forme che- 
se possino usare. Le secondo forme che sonno 
derietro a queste sono quelle facte de macinenga 
tenera che non sia dura, che se spezza per lo 
caldo del piombo, el simile fanno quelle de marmo, 
che per lo caldo e sua durezza le fa rompere e 
non durano per niente, e quelle de ferro non se 
congiungono mai bene insieme. Nota che quel 
piombo de che tu voi fare le forme, vole essere 
mesticato col ramo ; e sieno 4 parte de piombo 
e 1 de ramo, fa che fuso el ramo, el piombo, 
mestica bene 1' uno con 1* altro e gecta dai ver- 
goni e spianali, sicché se congiungano bene, fa 
i canali secondo la forma de li tiranti, e onge 



secolo xrv. 



come è dccto de sopra quando voli gectare li 
piombi con olio, o al fumo sopra una lucerna, o 
sopra el fumo de la candela de sego perchè quel 
fumo o altra ontione non lascia appicciare el 
piombo che tu getti nelle forme. Et nota che 
mectendo del sego o della cera nel piombo quando 
elio è desfacto el fa molto aderente nella forma 
a gectare. Et nota, volgliendo tu fare queste 
forme de piombo per non avere el modo da farle, 
guarda de farne de una pietra che non sia troppo 
dura come è il marmo, o altra pietra simile da 
calcina che non è buona per la sua durezza, che 
quando è calda per lo caldo del piombo se rompe 
e guastanse i canali sicché te convene guardare 
de trovare una pietra come quella de che se fa 
le forme de le scudelle do peltro, o pietra maci- 
nenga o altro pietra simile. 
Deo gratìas Amen. 



CAPITOLO LUI. 

Uomini insigni 
sepolti in questi due primi secoli 
nella Basilica di S. Francesco. 

Innanzi di chiudere la storia di questi due 
primi secoli, che furono i più gloriosi per la nostra 
Basilica, è pregio d' opera noverare gli uomini 
più insigni, che in questo periodo di tempo voi- 



CAPITOLO LUI. 



*35 



lero essere sepolti presso la tomba di S. Fran- 
cesco. Cominceremo dai nove primi discepoli del 
beato Patriarca, cinque de' quali riposano dietro 
T altare della Vergine in comu epistola e, e quattro 
dietro 1' altare di S. Giovanni evangelista in cor mi 
evangelii dell' ara maggiore. 

Primo pertanto de' cinque è il B. Bernardo da 
Ouintavalle, ricco ed autorevole cittadino d'Assisi, 
il quale innamorato dell' eroica virtù di S. Fran- 
cesco, gli si offerse primo compagno dopo aver 
venduto ogni sua facoltà e distribuitone il prezzo 
ai poveri. Dopo aver vissuto nell' Ordine con fama 
di singoiar perfezione morì 1' anno 1241. 

Secondo è il B. Silvestro anch' egli d' Assisi, il 
quale avendo veduto in sogno uscir dalla bocca 
del Santo Patriarca un' aurea croce, senza più 
fattosi volontariamente povero, gli si diede per 
seguace. 

Terzo è il beato Guglielmo di nazione Inglese, 
il quale dopo la morte diventò illustre per tanti 
miracoli, che frate Elia geloso della gloria del suo 
beato Padre, gli divietò di farne da vantaggio: e 
d'allora in poi egli obbedì fedelmente al coman- 
damento del suo prelato. 

Quarto è il B. Eletto ; un popolano semplice 
ed idiota, ma di costumi santissimi e privilegiato 
del lume profetico. Racconta la tradizione che 
abbattendosi egli un giorno in Pietro cardinale 
di Sabina, che punto non pensava alla morte, gli 
disse : Oggi tu morrai. E come disse, così fu. 



SECOLO XIV. 



Quinto è il B. Valentino, stato già nel secolo 
assai valente medico, il quale compunto da una 
predica dei santo Patriarca, volle vestirne l'abito, 
e sebbene così scienziato, per senso di profonda 
umiltà, volle sempre rimaner laico e compiere i 
più umili servigi. 

Passando ora all' altare di S. Giovanni, vi tro- 
viamo in prima le ossa del più caro compagno 
del serafico padre, cioè di frate Leone che ebbe 
la ventura di conoscere i più riposti pensieri ed 
affetti del Santo, di cui fu confessore, e gli fu 
similmente compagno sulla Vernia, quando Fran- 
cesco vi ricevette le Stimate. Visse lungamente, 
allato alle sacre spoglie di lui, e venuto a morte 
l'anno 1271, fu qui sepolto. 

11 secondo è il B. Masseo, mirabile cultore 
d' umiltà e pazienza, che S. Francesco menò seco 
a Perugia a piè di papa Onorio III quando ne 
impetrò il celebre Perdono di S. Maria in Por- 
ziuncola. Sopravvissuto per lungo tratto al santo 
padre, morì in età decrepita l'anno 1280. 

Terzo è il Beato Rufino, congiunto di sangue alla 
gloriosa vergine S. Chiara, ed insigne per la sua 
profonda umiltà e per la potestà concedutagli da 
Dio sui maligni spiriti. Passò di vita l'anno 1270. 

Ultimo è il B. Angelo da Rieti, di nobil sangue, 
che andandosene armato per la sua terra, ed in- 
contratosi in S. Francesco a lui sconosciuto, sen- 
tendosi da esso chiamare, gittò via le armi, e gli 
diventò discepolo fedele e carissimo. 



CAPITOLO LUI. 



Presso l' altare di Nostra Donna è pur sepolto 
un altro insigne minorità, il B. Giovanni Inglese, 
la cui effigie si vede dipinta da antico pennello 
tra il detto altare e la porta che mette nelle 
cappelle. 

Inoltre sono in questa chiesa sepolti altri sei 
beati che illustrarono i primordii dell' Ordine fran- 
cescano, sebbene ignoto sia il preciso luogo di 
lor sepoltura; e sono i BB. Illuminato, Marino, 
Egidio Capocci, Pagano di Faenza, Barbaro e 
Bernardo Vigilanti. 

Tra le cappelle di S. Maria Maddalena e di 
S. Valentino, dorme nel Signore il corpo d' un altro 
fervente seguace del serafico patriarca. Egli fu 
il B. Valentino da Narni di nobil casa e conte di 
Montovo. Ebbe nel secolo due figliuole e tre 
figli maschi, e dopo la morte della sua moglie, 
tocco dalla grazia divina, si volse a vita di spi- 
rito, e poiché ebbe collocate le due figliuole nel 
monastero di S. Chiara, egli con tutti i figliuoli 
prese le lane serafiche. Resosi specchio di auste- 
rissima penitenza, visse trent' anni in assiduo di- 
giuno, non d' altro cibandosi che di pane ed acqua, 
e venuto a morte nel sacro eremo delle Carceri 
intorno all' anno 1378, fu trasportato e sepolto in 
questa Basilica. 

Nè mancano al nostro santuario tombe e mau- 
solei di principi. Nel più antico sepolcro è notato 
il tumolo di Giovanni re di Gerusalemme che dopo 
essersi reso frate Minore, morì a Costantinopoli 



SECOLO XIV. 



esercitandovi autorità imperiale. Alcuni lo credono 
sepolto nel magnifico avello, che è in fondo alla 
navata, e che dicesi comunemente della Regina 
di Cipro. Ma i più lo stimano eretto per acco- 
gliere le reliquie mortali d'una regina, senza che 
la questione possa venir decisa dal simulacro ivi 
giacente, il quale nella sua rozzezza non deter- 
mina abbastanza chiaramente se sia di maschio 
o di femmina. Nella parte superiore vi si mira 
scolpita la statua della Vergine, e da un lato più 
in basso la figura d' una giovane donna incoronata 
sedente sopra un leone. V ha chi lo crede inal- 
zato questo bel monumento per la prima moglie 
di Federigo II; nè parrà ciò inverosimile a chi 
consideri la strettissima amicizia che professò lo 
Svevo a frate Elia. 

Finalmente nella cappella di S. Antonio abate 
sono sepolti in due avelli che fiancheggiano l'al- 
tare, due congiunti del cardinale Egidio Albornoz, 
cioè Blasco di Fernando e Grazia suo figlio. Fu 
Blasco marchese della Marca d'Ancona, rettore 
di Bologna e duca spoletano, dopo che il predetto 
cardinale ebbe ricuperata questa città al dominio 
della chiesa. Mentre visitava le terre del ducato 
nel 1367, fu, come scrive un cronista contempo- 
raneo, ucciso dentro del castello di Piediluco dai 
ribelli di Spoleto et Umbria : il che inteso dal 
legato e' vi mandò il conte Ugolino coli' esercito. 
Et pose detto castello a sacco et fece impiccare 



CAPITOLO IMI. 



-39 



tutti i villani fautori, e le donne et i figlioi furo 
mandati via in camicia. Et il corpo di mes- 
ser Blasco Fernando col figliuolo fu portato ad 
Ascesi. La vedova Sancia diede ai frati trecento 
fiorini per le spese dei sepolcri, sui quali furono 
scolpite le figure giacenti dei due personaggi. 



SECOLO XV 



16 



CAPITOLO I. 



Proemio. 

ER quella legge inevitabile che sottopone 
ogni istituzione umana al pari d' ogni 
uomo a soggiacere all'azione dell' età in 
cui vivono, la basilica francescana, che ne' suoi 
primordii specchiò in sè così mirabilmente la luce 
serena della perfezione morale rinnovellata nel- 
l'Ordine, il vigoroso ardimento de' liberi tempi, 
e l'anelito potente delle arti redivive, giunti ora 
ad un periodo di decadimento, ci renderà imagine 
fedele di quello scemar di vitalità e di virtù onde 
fu misero il quattrocento. E dove prima la fa- 
miglia minoritica del S. Convento, quasi spirito 
vivificante, informava e traeva a sua posta la città, 
che aveva la ventura di possederla, vedremo ora 
alle volte i politici parteggiari degli Assisani tra- 
scinar seco alcuno dei figliuoli di S. Francesco. 
Pure tra questi rari traviamenti, si vedrà risplen- 




244 



SECOLO XV. 



dere più d' un lampo di veraci virtù, tanto più 
belle e commendevoli, quanto estesa e profonda 
era la depravazione del laicato. 



CAPITOLO ir. 

Due novità cagionate in Assisi 
dai frati Minori. 

L'anno 1416 era Assisi governata dal conte 
Guidantonio di Montefeltro in nome della chiesa, 
mentre veniva salendo in grandissima reputazione 
Braccio Fortebracci, signor di Montone, che di 
fuoruscito della patria sua, giungeva non sola- 
mente a ricuperarla, ma a farsi eziandio signore 
di Perugia. Due erano allora le famiglie potenti 
che tenevano Assisi divisa in parti tra loro fiera- 
mente avverse, i Nepis guelfi, e i Fiumi ghibel- 
lini : quelli capi della parte di sopra, che dalla 
piazza maggiore sale verso il monte, questi della 
parte di sotto, che dalla piazza scende verso la 
valle. Le vittorie riportate da Braccio sulle mili- 
zie di Martino V, svegliarono in Assisi il desiderio 
di dar la città nelle mani di quell'ardito capitano. 
E tra coloro che più efficacemente s' adoprarono 
a far qui prevalere la fortuna di Braccio, fu un 
frate minore, a cui venne fatto di trarre dalla sua 
i Nepis e la loro parte. Invitato pertanto segre- 



CAPÌTOLO ri. 



2 45 



tamente da costoro il Fortebraccìo nel marzo 
dell'anno predetto, s'accostò con buon nerbo di 
gente alle mura ed avendogli i fautori suoi aperta 
la porta di S. Chiara, fu accolto nella città tra 
gli evviva della parte di sopra è tra lo sgomento 
dei feltreschi, non pochi dei quali furono trucidati, 
e quelli che scamparono dalla strage, corsero a 
salvarsi nelle due rocche, dove tenutisi, per quin- 
dici dì, ebbero finalmente a rassegnarle al nemico. 
Ma nè sicura nò lieta fu per Assisi la signoria di 
Braccio. I sospetti di segreti trattati generarono 
rigori ed atti crudeli : e questi cagionarono ben 
presto l'amara contentezza universale, che pre- 
para gli animi ai subiti mutamenti. 

Ben se ne accorse un altro frate minore, devoto 
alla casa di Montefeltro, e senza intrigarsi in pe- 
ricolose congiure, trovò modo di rimettere Gui- 
dantonio in possesso della città. Non avea Braccio 
potuto espugnare la rocca di Spoleto, e vi teneva 
intorno una mano de' suoi per intercettare al pre- 
sidio papale, che la teneva, sì le vettovaglie, come 
gli aiuti di nuove milizie. Era intorno alla metà 
d' ottobre di quello stesso anno, quando Braccio, 
saputo che il pontefice mandava buon numero di 
genti a soccorso della rocca spoletana, mosse 
incontanente d'Assisi la più parte de' soldati suoi 
a prevenire l' arrivo. Colse il frate la bella oc- 
casione, che Assisi si restava con un debole, 
presidio di Bracceschi, e ne die subitamente av- 
viso al conte Guidantonio, il quale messosi tosto 



246 



SECOLO XV 



in cammino con due mila cavalli e mille ducento 
fanti, s' accostò nottetempo alle mura dal lato di 
S. Francesco. Quivi era una porticella debolmente 
murata, a cui niuno badava ; ma ben v' avea posto 
mente il nostro frate, che apertala senza troppa 
fatica, fece per essa entrare i feltreschi nella città. 
Costoro in bella ordinanza chetamente pervennero 
alla piazza maggiore, e quivi levando altissime 
grida, è lieve l' immaginare di che spavento colpis- 
sero i cittadini colti nel primo sonno. L'animo ri- 
fugge inorridito dal riferire gli eccessi, a cui s' ab- 
bandonò la sfrenata soldatesca a danno de' fautori 
di Braccio. La città ne fu empiamente insanguinata, 
e tra le vittime della furibonda vendetta, s'anno- 
verò anche quel malaugurato frate, che avea age- 
volato al signore di Montone l' acquisto d'Assisi. 



CAPITOLO III. 

S. Bernardino da Siena in Assisi. 

E grande e soavissimo conforto all' anima rattri- 
stata l' abbattersi tra questi orrori in una di quelle 
anime celestiali, che Dio pietoso manda ad ora 
ad ora a compiere i consigli della sua misericordia. 
Sin dal 1402 aveva in Siena vestito l' abito di 
S. Francesco quel Bernardino, che doveva nel sen 
dell' Ordine ristaurare la disciplina scaduta, e nel 



■ 



CAPITOLO HI. 247 



seno delle ringhiose cittadinanze raccendere lo 
spento fuoco della carità. L'anno 1425 Assisi ac- 
coglieva l'ospite portentoso, e il popolo affollato 
sulla piazza della Signoria, ne ascoltava l'ispirata 
parola, si pentiva delle scellerate divisioni, e i 
cittadini dimenticando le inimicizie ereditarie, si 
stringevano ravveduti la mano. Di questo lietis- 
simo avvenimento troviamo ricordo in un libro 
del nostro Archivio, dove notandosi le oblazioni 
di cera fatta dai devoti alla Basilica al tempo del 
custodiato di frate Nicolò d'Amelia, dopo le li- 
bre CCCC offerte il dì del Perdono, e le LXXX del 
dì dell'Assunzione, si legge. 

Iteriti tempore fratris Bernardini in processione 
habuimus libras LXX. 

La processione quivi accennata, fu senza dubbio 
quella in cui il fervente Minorità fece portare per 
le contrade della città la bellissima tavola, tutta 
messa ad oro col santo Nome di Cristo, ch'egli 
lasciò per suo ricordo al popolo assisano, e che 
tuttavia si conserva tra la venerazione costante 
de' fedeli in questa nostra Basilica. Ed anche ai 
dì nostri ogni anno il dì primo di gennaio viene 
ella portata processionalmente dalla chiesa infe- 
riore alla piazza di sopra, ed ivi dalla loggia, ch'è 
in cima alla doppia scala si benedice con essa 
al popolo e alla campagna sottoposta. 



2 4 « 



CAPITOLO IV. 

Buone provvisioni fatte pel mantenimento 
della fabbrica. 



L'anno 1432 dimorando in Assisi il legato 
papale dell'Umbria, gli fu esposto da parecchi prin- 
cipali cittadini, non esser la Basilica di San Fran- 
cesco custodita con quella sollecita cura che a 
così maravìglioso edifizio si conveniva; nè potersi 
di ciò dare biasimo ai frati, intesi come erano allo 
studio delle discipline ecclesiastiche, ed agli uffizi 
del divin culto. Inoltre avendo papa Martino V con 
bolla data da Firenze addì 10 novembre 1430 con- 
ceduto ai frati del sacro convento facoltà di pos- 
sedere in nome e vece della sede apostolica beni 
mobili e stabili, frutto de' lasciti, legati e testa- 
menti di devoti e di percipirne gli annui frutti, 
era dicevole, che l' amministrazione e V esazione 
di tali offerte fosse commessa piuttosto ai laici 
che ai religiosi. Mosso da queste ragionevoli con- 
siderazioni il legato emanò dalla sua residenza in 
Assisi addì 21 dicembre 1432 un decreto, col 
quale ordinò, che a cominciare dall'anno seguente, 
il dì primo di maggio s' avessero ad eleggere da 
lui e da' suoi successori, e in loro mancamento od 
assenza, dai priori del popolo d'Assisi due spec- 
chiati cittadini con titolo ed ufficio di maestri 
dell' opera di S. Francesco, e con loro un idoneo 



249 



notaio che al bisogno ne scrivesse gli atti. Doves- 
sero i due maestri usare ogni diligenza nell' esi- 
gere i denari provenienti dai lasciti fatti a favore 
e conservazione della fabbrica sì delle chiese, 
come del convento: e di concordia con un terzo 
operaio da eleggersi dai frati nel seno della pro- 
pria famiglia, deliberassero quanto loro paresse 
spediente alla manutenzione del vasto edifizio, a 
condizione nondimeno, che niente si facesse senza 
il consentimento del Custode del S. Convento, e 
che ciascuna spesa venisse diligentemente regi- 
strata in un libro a posta, notandovi i nomi degli 
artefici, e il tempo de' lavori. Dovessero inoltre 
gli operai fare un esatto inventario di tutti i mo- 
bili e le masserizie del Convento, scrivendolo in 
due quaderni, uno de' quali dovesse consegnarsi 
al Custode, e l'altro ritenersi presso di loro. Che 
se mai non avesse un cittadino voluto assumere 
l'ufficio dell'opera, il podestà alla pena di cin- 
quanta libre di denari fosse tenuto di costringer- 
velo, e quando colui si ostinasse nel rifiutarlo, il 
podestà dovesse multarlo in cento libre di denari 
da applicarsi per una metà alla camera apostolica, 
per l'altra all'erario della fabbrica di S.France- 
sco. Fosse ancora obbligato il podestà di far 
ragione sommaria, e senza forma e strepito di 
giudizio, quante volte ne venisse richiesto dagli 
operai per costringere i renitenti al pronto paga- 
mento dei denari, che appartenessero alla fabbrica. 
Ed affinchè più volentieri s' inducessero gli ope- 



250 



SECOLO XV. 



rai ad attendere con la possibile sollecitudine al 
loro uffizio, ordinò il legato, che d'ogni centinaio 
di fiorini esatti venissero loro a titolo di salario tre 
fiorini e mezzo. Ad accrescere la massa del de- 
naro da erogarsi alla conservazione dell' ampio 
edifizio contribuiva inoltre la quarta parte delle 
limosine che ciascun' anno erano raccolte nella 
fossa o cappella di S. Maria degli Angeli. Per 
dare al lettore un' idea di ciò che fruttava laggiù 
la liberalità dei pellegrini, basti accennare la 
somma di fiorini mille ottantotto che se ne cava- 
rono addì 16 agosto del 145 1, che è il primo anno 
di cui si trovi memoria nei libri di questo archi- 
vio. E notisi che quattro erano i luoghi della 
nostra Basilica, in cui solevano i fedeli deporre le 
loro limosine, come rilevasi dal libro dell'entrate, 
cominciato il predetto anno, mentre era custode 
del Convento frate Nicolò da Prato ; cioè l' altare 
delle reliquie nella cappella di S. Martino presso 
la sacristia, il luogo in cui veneravasi la Spera, 
forse il nome di Gesù di S. Bernardino, 1' aitar 
maggiore della Chiesa di sopra, e l'altare sepol- 
crale del santo nel sotterraneo. 



CAPITOLO V. 



CAPITOLO V. 



La Basilica di S. Francesco è rispettata 
dai Bracceschi nel sacca d'Assisi. 



Verso la fine di giugno 1438 Assisi palleggiata 
sino allora per gli odii intestini da questa a quella 
signoria, si sottomise spontaneamente al conte 
Francesco Sforza, che a capo delle sue milizie 
veniva dalla Toscana nell' Umbria. Era questo 
venturiere rivale temuto e terribile di Nicolò Pic- 
cinino, nato in Perugia, e succeduto al Fortebracci 
nel governo delle milizie braccesche. E però facile 
il giudicare quanto ai perugini e soprattutto al 
Piccinino increscesse questa dedizione d'Assisi, 
sulla quale direttamente e indirettamente preten- 
devano d'esercitare la loro autorità. L'imprudenza 
degli Assisani, tentando su Spello un colpo di 
mano, che andò fallito, invelenì vie maggiormente 
quel cruccio: e il Piccinino anelava con impa- 
zienza un'occasione di sfogarlo. L'occasione glie 
ne fu data nel 1442 da papa Eugenio che desiderò 
trarre agli stipendi suoi il venturiere perugino per 
contraporlo allo Sforza, dal quale vedeva ogni dì 
occuparsi qualche altro brano degli stati della 
Chiesa. Lo scaltro venturiere di Perugia non si 
arrese subitamente alle istanze del papa a cui 
sentiva in quel frangente essere necessario, nò vi 
si acconciò se non dopo averne ottenuto licenza 



2 5 2 



SECOLO X' 



di severamente punire la temerità degli Assisani. 
Non s'era mai trovata questa città in più grave 
cimento. Ventimila erano i soldati condotti dal 
Piccinino a questa impresa: e a questo fioritissimo 
esercito veniva a congiungersi la cittadinanza pe- 
rugina, pigliando popolarmente le armi, mentre a 
non più eli cinquecento fanti e di cento cavalli 
montava il presidio mandato in Assisi dallo Sforza. 
Ciò non ostante l'assedio cominciato sulla fine 
d' ottobre, si protrasse sino agli ultimi di novem- 
bre senza che i Bracccschi sovente battuti e re- 
spinti in belle fazioni e sortite dagli Assisani, 
potessero farvi profitto alcuno. Onde avvicinan- 
dosi il verno, Nicolò si sarebbe suo malgrado 
dovuto togliere dall'impresa, se un traditore non 
fosse sopraggiunto a mostrargli una via da pene- 
trar non visto dentro le mura. Durante la trepi- 
dazione dell'assedio, i frati minori del S. Convento 
diedero un beli' esempio di cittadina carità, che a 
noi piace di riferire con le parole dello storico 
Assisane 

« T frati Minori del Convento di S. Francesco 
si profersero pronti ad interporre i loro uffizi 
presso il Piccinino e a provarsi d' ammansarne la 
ferocia. Accompagnati dalle benedizioni dei più 
savi e dabbene, si recarono essi al campo neh' al- 
loggiamento del capitano ; esposero con quei modi 
che seppero migliori e più efficaci, lo stato infeli- 
cissimo della città, e ne implorarono mercè nel 
nome di colui che abomina le guerre fraterne : 



CAPITOLO V. 



dissero, i cittadini esser presti di tornare all'ob- 
bedienza del pontefice, purché non si volessero 
da loro condizioni incomportabili, ma trovarono 
Nicolò inflessibile ad ogni preghiera. Non istallan- 
dosi per questo, rinnovarono piìf volte le istanze, 
ma sempre indarno, perchè dall' un dei lati troppa 
era la ferocia del Piccinino, e dall'altra l'ostina- 
zione di Alessandro Sforza che non volle udir 
mai parole d' accordo. Da ultimo si gettarono ai 
piedi del disumano condottiero, pregandolo che vo- 
lesse nel sacco perdonare alla Basilica di S. Fran- 
cesco, venerata con ispecial religione da tutta 
cristianità. Al che il capitano non dando segno 
alcuno di commovimento non fece risposta. » 

Sopravvenne finalmente l' infaustissima notte, in 
cui i nemici fattisi strada per un' antico aquedotto, 
arrivarono senza sospetto a por piedi in Assisi. 
Lo spavento, lo scompiglio, la disperazione dei 
miseri cittadini, sorpresi nel primo sonno dalla 
rabbiosa crudeltà, e dalla cupidigia insaziabile dei 
nemici non sono cose da esprimersi agevolmente 
a parole. E tra quel furibondo irrompere di Brac- 
ceschi alle rapine, alle uccisioni e agli stupri, 
unico asilo restò ai miseri deserti d'ogni umana 
speranza la Basilica e il Convento di S. France- 
sco. Perocché ricordandosi il Piccinino d'essere 
agli stipendi d' un papa, ed accorgendosi di quanta 
infamia sarebbesi egli macchiato agli occhi del 
mondo col violare quel venerando edilìzio, non 
solamente vietò ai suoi di farvi impeto, ma cono- 



254 SECOLO XV. 



scendo di potersi ben poco fidare di soldatesche 
per natura sfrenate in quei momenti di licenza, 
vi pose a guardia con buona mano di fanti Fe- 
derico da Montefeltro, che allora giovinetto faceva 
sotto la condotta sua i primi stipendii. Nè si ten- 
nero i Frati Minori contenti a veder salva la loro 
sede, e tra gli orrori atrocissimi di quel sacco 
vollero mostrarsi figliuoli non indegni del beato 
lor padre. Ed anche qui mi giova riferire quest'atto 
generoso con le altrui parole, perchè niuno so- 
spetti che io per amore di parte esageri la lode. 

«La sola Basilica di S. Francesco andò immune 
da quella sciagura (del sacco). E ben n' era degna 
sì per la santità del luogo e sì per la carità che 
i frati dimostrarono grandissima in quella notte 
ai cittadini ; molti de' quali nascosti con le loro 
robe nel Convento si tolsero alla rapina e crudeltà 
dei nemici, tutto che le soldatesche vi si spinges- 
sero per entro frugandone ogni angolo dalla volta 
al solaio. Ma in sì vasto edifizio, che rende ima- 
gine di fortissimo castello era assai facile rim- 
piattarne anche molti con piena sicurtà di sottrarli 
all' investigazione altrui, come si vide questa volta 
agli effetti. Oltre a ciò quei buoni frati, avutone 
dal Piccinino licenza, s' erano messi fra le tenebre 
per ogni parte della città, raccogliendo nelle mal 
difese abitazioni i vecchi, i fanciulli e le femmine, 
che di leggeri sarebbero stati preda o strazio 
degl' invasori menandoli seco nelle chiese e nei 
chiostri del Convento e fornendoli di vesti e di 



CAPITOLO V. 



cibi e con ogni più soave uffizio di fraterna pietà 
consolandoli». ! ) 



CAPITOLO VI. 

Assisi corre manifesto pericolo di perdere 
il corpo di S. Francesco. 

Non era pago 1' antico odio del popolo di Pe- 
rugia del vedere umiliata l' aborrita città, nè a 
placare gli sdegni bastò la ricchissima preda fatta 
nel sacco, nè l' incendio delle scritture pubbliche 
che tratte dagli archivi avevano alimentato per 
tre notti in sulla piazza un gran falò, che i Brac- 
ceschi fecero a dimostrazione di selvaggia alle- 
grezza in così gran lutto degli infelicissimi cittadini. 
Non bastò la violazione delle chiese e dei mona- 
steri, ne V aver messe le mani violenti sulle vergini 
consacrate al Signore, nè l' aver trascinati sui loro 
mercati i miseri prigionieri, vendendovi a quindici 
ducati le fanciulle, condannate così a venire in 
balìa di turpi compratori. Vollero tentare un' ul- 
timo colpo, che avrebbe tolto ad Assisi ogni 
speranza di rilevarsi da così gran caduta. Pertanto 
fecero essi molta istanza a papa Eugenio per otte- 
nere licenza di trasferire a Perugia le venerande 
ossa del patriarca serafico, allegando che in Pe- 

') Cristofani. Storia d'Assisi, lib. iv, pag. 57-58. 



25^ SECOLO XV. 



rugia sarebbero come in più sicuro luogo, meglio 
custodite. E qui si potè vedere, quanto ragione- 
vole fosse stata la precauzione di frate Elia, nel 
nascondere così gelosamente ad ogni sguardo 
quelle sacre spoglie. Parve al pontefice esorbi- 
tante la dimanda de' suoi dilettissimi figliuoli, e 
rispose di non poterli far di ciò contenti, perchè 
il togliere ad Assisi le ossa di S. Francesco sa- 
rebbe stato un voler condurre gli Assisani all'ul- 
tima disperazione e spingere la città loro ad una 
intera rovina. 



CAPITOLO VII. 
Nuova fabbrica dietro il coro del sotterraneo. 

Dai libri delle spese rilevasi, che l' anno 1446, in 
cui T entrata della fossa di S. Maria degli Angeli 
fruttò dall'agosto al dicembre fiorini 2205, s'at- 
tese a costruire un nuovo corpo di fabbrica dietro 
l' absida del sotterraneo. Costò questo lavoro 
fiorini d' oro 1909, e vi furono adoperati scalpel- 
lini e muratori di Perugia e di Città di Castello : 
il che vale a dimostrare la desolazione in cui era 
caduta Assisi dopo l'espugnazione del Piccinino. 
S' attese nel medesimo tempo a parecchi altri 
acconcimi, cioè a rifare cinque archi del campanile 
ed un occhio nella chiesa di sopra, prossimo al- 



CAPITOLO VII. 



257 



l' altare. Troviamo dato alla nuova fabbrica il 
nome cT artnario, nome che ci sonerebbe enim- 
matico, se non venisse ad illustrarlo un passo di 
Giorgio Vasari nella vita di Giotto. Descrivendo 
il biografo aretino un affresco d' esso Giotto, ove 
sono figurate le Stimate di S. Francesco nel sot- 
terraneo, lasciò scritto che quest'opera è sopra 
la porta della sacristia. Or bene, il menzionato 
affresco esiste tuttavia prossimo al lato sinistro 
dell' abside, ed allato all' uscio che metteva alla 
nuova fabbrica, alla quale si diede certo quel 
nome in grazia degli armadi ivi posti per custo- 
dirvi le paramenta i vasi e gli arredi destinati al 
culto divino. Furono le finestre della nuova sa- 
cristia lavorate da maestro Stefano tedesco, che 
le fece per un fiorino al braccio. 



CAPITOLO Vili. 

Bolla di papa Calisto III in favore 
della fabbrica della Basilica di S. Francesco. 

Era già seguita da lunga pezza nell' Ordine 
francescano la divisione dei frati Minori da quelli 
dell' Osservanza. I primi abitando ne' grandi con- 
venti in seno alle città, prendevano da essi nome 
di Conventuali, mentre i secondi si raccoglievano 
nei più piccioli chiostri, edificati in luoghi solitari. 



SECOLO XV. 



Era inevitabile tra queste due già sì diverse aggre 
gazioni, il rallentarsi della concordia primitiva, e 
il rattepidirsi di quella carità, eh' è peculiar ca- 
rattere dell' Istituto minoritico. Ora il chiostro 
di S. Maria degli Angeli era abitato da religiosi 
della stretta Osservanza, i quali pare che preten- 
dessero di ritenere ad esclusivo benefìzio di quel- 
l' insigne santuario tutte le offerte che in denaro 
e in cera vi facevano copiosissime i fedeli nella 
festa del Perdono, e in quelle dell' Annunziazione 
e dell'Assunzione di Maria Vergine: il che sarebbe 
venuto a privare la Basilica francescana della più 
parte di quelle entrate che l'erano necessarie si 
per la splendidezza del culto, come per la con- 
servazione del vasto edilìzio. Volendo pertanto 
impedire questo sconcio, il pontefice Calisto III, 
emanò da Roma addì 15 settembre 1457 una 
bolla, per la quale decretava, che indi innanzi 
tutte le offerte in danaro che si caverebbero dalla 
fossa di S. Maria venissero consegnate al procu- 
ratore del Convento di S. Francesco, per essere 
erogate unicamente nelle spese della manuten- 
zione e delle riparazioni della fabbrica sì delle 
Chiese e sì del Convento d'Assisi, e che detto 
procuratore fosse tenuto ciascun anno di rendere 
stretta ragione di quei denari, non che di qualsiasi 
altra entrata. Solamente assentì Calisto, che dalle 
limosine di queir anno si togliessero quaranta 
ducati a prò della chiesa di Porziuncola, e co- 
mandò strettamente al guardiano di quel Convento 



CAPITOLO Vili. 



259 



di prestare aiuto e favore al Custode di S. Fran 
cesco ogni qual volta a costui fosse piaciuto di 
estrarre dalla fossa predetta il denaro. Quanto 
poi alla cera, comandò il papa> che ducento ses- 
santa libre ne venissero consegnate alla sacristia 
della Basilica. 

E già al medesimo scopo di accrescere l'erario 
della fabbrica avea fin dall'anno 1450 papa Ni- 
colò V comandato con una bolla data di Roma 
addì 15 gennaio, che tutti i denari che essi ave- 
vano annualmente dalle pigioni delle botteghe in 
sulla piazza di S. Francesco nell' occasione del 
Perdono e d' altre festività, e che sino allora erano 
andate a profitto degli Assisani, fossero erogati 
in perpetuo a benefizio dell' opera della Basilica 
e del Convento. 

E nel 1454 il medesimo papa con altra bolla, 
data parimenti di Roma addì 26 di febbraio assol- 
veva i frati Conventuali di S. Francesco dal paga- 
mento di ducento fiorini d' oro di camera, a cui 
gli avea obbligati con un precedente suo breve in 
favore de' religiosi degl'Angeli per la costruzione 
d' un nuovo loro dormitorio. Il comandamento 
era stato fatto per trecento fiorini, e cento n'erano 
già stati pagati; ma non potendo i Conventuali 
privarsi del resto senza rimanere sprovveduti 
del denaro occorrente alle molte riparazioni della 
Chiesa di S. Francesco, quel pontefice benigna- 
mente gli assolse rivocando l'ordine già dato. 



SECOLO XV. 



CAPITOLO IX. 

Il pontificato di Sisto IV. Bolle da esso ema- 
nate in favore della Basilica e del Convento 
di S. Francesco: grandi riparazioni da lui 
fatte fare nel medesimo chiostro: un raro 
privilegio da lui concesso alla medesima Ba- 
silica. 

Finalmeute con l' esaltazione al trono pontificale 
di Sisto IV cominciò per la nostra Basilica un' era 
nuova di vita più rigogliosa. Tutti sanno che Sisto 
nato a Savona d'antica prosapia, fu quasi dall' in- 
fanzia consacrato dalla madre al Patriarca sera- 
fico, e che entrato neh' Ordine in età di nove anni 
vi fu ammaestrato prima nelle lettere, poi nelle 
scienze con tanto suo profitto, che sebben gio- 
vanissimo fu in voce del più dotto che allora fio- 
risse tra i minoriti. Dopo avere insegnato con 
plauso negli studi di Padova, di Bologna, di Pavia, 
di Siena, di Firenze e di Perugia, eletto ministro 
generale della Francescana famiglia, venne da 
Paolo II promosso alla sacra porpora, ed alla 
morte di questo pontefice fu addì 9 agosto del 147 1 
levato sulla cattedra di S. Pietro. Innanzi che pas- 
sasse quell'anno, volse egli il pensiero alla tomba 
del suo glorioso padre, di cui avea portato anco 
il nome: e addì 12 novembre spedì da Roma una 
bolla, di cui è pregio d' opera dar qui V estratto. 



CAPITOLO IX. 



2ÓI 



Gli avevano esposto i frati del S. Convento, che 
l' ampia fabbrica della Basilica e del chiostro era 
per l' ingiuria del tempo così malconcia, che do- 
mandava prontissime e dispendiose riparazioni, e 
che il differirle sarebbe stato a non lungo andare 
causa d' irreparabili rovine. Così gli facevano 
esporre i religiosi che ne avevano la custodia, 
rappresentandogli nel tempo stesso, che i proventi 
e le limosine ordinarie mal potevano bastare a 
tanta spesa. Ora essi proponevano, che se fosse 
conceduto dalla sede apostolica, che i fedecom- 
messi e i legati e qualunque altra disposizione dei 
beni anche immobili insino allora fatta o che indi 
innanzi si facesse in favore del Convento per le 
pitture, per gli altari, per le cappelle, o per i 
frati o per alcuno di loro sì in genere come in 
specie, e così pure le eredità e le successioni ab 
intestato che sarebbero devolute ai frati quivi di- 
moranti, se essi fossero capaci di dette succes- 
sioni, si potessero esigere, ricevere ed avere, e i 
beni indi ottenuti potessero vendersi, ed erogarsene 
il prezzo nella conservazione della fabbrica e negli 
ornamenti della sacristia; si provvederebbe cer- 
tamente al gravissimo sconcio, a cui era ridotto 
il sontuoso edifizio. A questa domanda un' altra 
ne aggiungevano, d' esser cioè privilegiati da qua- 
lunque imposta e gabella, ed avere la conferma- 
zione di tutti i favori, indulti e privilegi conceduti 
dai pontefici ai frati che custodivano il sepolcro 
di S. Francesco. Consentì benignamente Sisto a 



2Ó2 



SECOLO XV. 



così fatte preghiere, dando piena autorità al Sin- 
daco apostolico di percepire qualsiasi legato ed 
eredità, a patto nondimeno, che i beni fossero 
venduti per erogarne il prezzo nelle spese della 
fabbrica e del culto ; e volle altresì che le carni, 
le derrate e qualunque vettovaglia per uso del 
sacro convento, fossero esenti da qualsiasi dazio 
o gabella, minacciando le censure ecclesiastiche 
ai ministri che contraffacessero a^li ordini suoi. 

Poco di poi, cioè addì 13 gennaio dell'anno 
seguente emanò una seconda bolla in favore di 
questo Santuario. Perciocché avendogli i frati 
esposto querela, che i lasciti frequentissimi fatti 
in loro favore si rimanevano inadempiuti per frode 
dei notai o per negligenza degli eredi; Sisto co- 
mandò ai priori de' due monasteri di S. Paolo e 
di S. Masseo di questa città, e al vicario del 
vescovo, che intimassero a tutti i notai delle dio- 
cesi d'Assisi, di Perugia, di Foligno e di Spoleto 
di consegnare ai frati del sacro Convento nel 
termine di un mese, un esemplare di così fatti 
testamenti, sotto pena di scomunica e d'una multa 
di venticinque ducati d' oro da applicarsi alla Ca- 
mera Apostolica. Inoltre volle, che ai medesim 1 
Frati si lasciasse piena balìa di provvedersi d 1 
sale ovunque loro piacesse, e che potessero libe- 
ramente possedere vigne, perchè non patissero 
difetto del vino necessario per la celebrazione 
delle messe, e per l'uso dell' infermeria. 

Ma intanto non si stava pago il zelante ponte- 



CAPTOLO IX. 



263 



fice a queste gratuite dimostrazioni dell'affetto 
eh' egli portava grandissimo all' Ordine e al prin- 
cipale santuario minoritico. Già per opera sua erasi 
posto mano alle grandi riparazioni del convento 
dal lato occidentale, e ce ne fa certa testimonianza 
la lettera seguente diretta dal cardinal Giuliano 
della Rovere nepote del pontefice ai priori del 
Comune d'Assisi, che si conserva inedita nell'Ar- 
chivio segreto d'esso Municipio. 

Fuori'. Spectabilibus Viris Prioribus et Comuni- 
tati Civitatis Assisii Amicis nostris carissimis. 

lui. " Sancti Petri ad Vincula praesb. Cardinalis. 

Dentro: Spectabiles Viri Amici nostri praecipui 
salutem. La santità di nostro Signore perseve- 
rando in la sua devotione verso il glorioso sancto 
Francesco suo advocato : al presente ha deputato 
per compimento della fabbrica incominciata ad 
sancto Francisco vostro de Assisi Ducati papali 
Mille : Li quali sono in Perugia suso el banco di 
quelli dal Fano, et saranno pagati di mano in 
mano per bullcttino del Thesauriero, secondo che 
già è ordinato lì. Et perchè meglio questo desi- 
derio di sua Beatitudine se mandi ad executione, 
vole che per la Comunità vostra si elegga et de- 
puti due Citadini pratichi, intendenti et di bona 
conscientia: Li quali insieme con Maestro Andrea, 
piglino la cura di questa fabrica et dello spendere, 
tenendo ben conto in scriptis : et successive mo- 
strandolo al prefato Thesauriero di Perogia. Si 
che col nome di Dio farete questi deputati, et che 



264 



SECOLO XV. 



si attenda a lavorare utilmente, et con honore 
della sua Santità, che tanto è afTezzionata al decto 
luogo et fabrica. Et di quello ordinerete, subito ne 
date avviso per vostre lettere alla sua Santità, a 
ciò che intenda che sia mandato ad executione, 
quanto esso ha comandato. Li dinari predicti, 
porta lo speciale Marco Casini Citadino di Cesena 
latore della presente. Et bene valete. Romae Vili 
Novembris MCCCCLXXII. 

Chi dalla parte di Perugia s' avvicina ad Assisi, 
vede torreggiare da quel lato il severo edifìzio 
del Convento, e specialmente il braccio dell' in- 
fermeria nuova inalzato per la munificenza d' Egi- 
dio Albornoz. Dalla base di questa fabbrica il 
colle scende con rapido pendio verso la valle; 
e le fondazioni primitive di tal fabbrica non sem- 
bra che fossero assicurate con solidità pari a 
quelle del restante edifìzio, che poggia sul vivo 
della rupe. E già al tempo di Sisto IV corso ap- 
pena un secolo dal suo inalzamento, la fabbrica 
accennava da quel lato a non lontanà rovina. Al 
che provvide la liberalità del pontefice, facendo 
costruire quello sprone "gigantesco che ricinge 
tutta la muraglia dalla banda occidentale: e volle 
che a memoria di tant' opera vi fosse posta l' ima- 
ffine sua intagliata nel sasso, in atto di benedire 
come vi si vede anche ai dì nostri sotto il primo 
arco che prospetta il meriggio. Il Comune d' As- 
sisi consigliato da commendevole zelo, volle con- 
correre a tanta opera, ingiungendo con pubblici 



265 



bandi agli abitatori dei castelli da esso dipen- 
denti di prestar 1' opera loro al trasporto de' ma- 
teriali necessari alla fabbrica, mentre d' altra parte 
il pontefice con un breve gì' infervorava all' im- 
presa, aprendo il tesoro dell' indulgenze a chiun- 
que V avesse aiutata con limosime. Questa vera- 
mente grandissima riparazione costò ben 3100 
ducati d' oro, somministrati a tal fine da Sisto, 
e da lui deposti in Perugia ne' due banchi degli 
Alfani e dei Cavaceppi, d' onde s' estraevano di 
mano in mano, secondo il bisogno per ordine di 
messer Urbano Vigerio vice tesoriere della Ca- 
mera apostolica. In quel tempo furono rinnovate 
le volte inferiori e superiori della stessa infermeria, 
nel colmo delle quali si vedono in più luoghi 
scolpite in travertino le armi della Rovere; e 
furono altresì ricostruiti i due ordini delle logge nel 
chiostro maggiore, eh' è dietro all'absida delle due 
chiese. E qui il Pintelli accoppiando alla magni- 
ficenza l' utilità, costrusse una cisterna così vasta, 
che abbracciando tutta l'area del chiostro, è atta 
a sopperire ne' casi di siccità ai bisogni della nu- 
merosa famiglia solita abitare in questo Convento. 
Il lavoro de' due chiostri fu eseguito l'anno 1476, 
come rilevasi dall' iscrizione seguente scolpita 
sotto V arme di Sisto nel parapetto delle logge 
superiori verso la libreria, che qui riferiamo. 

Inclita sum quercus quondam lustrata triumphis 
Quam Lelli Caesar dederat.... maximus olim 

Et licet oscura fuerim labentibus annis 1474 
Nunc summo quartus decoravit Sixtus honore. 



266 



SECOLO XV. 



Se non che la costruzione dì questo duplice 
chiostro si collega alle modificazioni che lo stesso 
architetto d' ordine di Sisto fece intorno a quel 
tempo nella Basilica inferiore, dove sembra che 
allora venisse collocato intorno all' aitar maggiore 
quel serraglio di colonne e di graticci di ferro, 
che più tardi sconsigliatamente ne furono rimossi. 
Inoltre vi furono costruite le due branche di scale 
che portano al chiostro superiore, avendo cosi 
1' architetto mutate in porte le due antiche finestre 
che nei bracci della croce del sotterraneo guar- 
dano ad occidente. Questa doppia scala con la 
continuazione che è di sopra, fu ordinata per 
ascendere alla Basilica superiore in luogo dell' an- 
tica scala a chiocciola, che girando dentro i due 
torrioni a fianco dell' absida communicava in orì- 
gine non troppo agiatamente fra le due chiese. 
Finalmente furono nel coro del sotterraneo lavo- 
rati i bei sedili a doppio ordine, finiti nell' aprile 
del 147 1. Due furono i maestri, che condussero que- 
sto grandioso lavoro : cioè maestro Apollonio di 
Ripatransone, che ne diede il disegno fin dal 1468, 
e maestro Tommaso d' Antonio fiorentino, il 
quale, come apparisce dai libri di spese eseguì 
t più fini intagli e i lavori di tarsia. A dirigere 
tutti i quali lavori, mandò papa Sisto, come s'è 
detto, Baccio Pintelli, valentissimo architetto fio- 
rentino, il quale se in ogni cosa fece prova del- 
l' ottimo ingegno e gusto suo, vie maggiormente 
lo manifestò nell' imaginare e condurre l' abbellì- 



CAPITOLO IX. 



267 



mento del chiostro predetto. Perciocché 1' ordine 
inferiore fece più solido e severo, e ritraente della 
semplicità medio-evale, laddove foggiò il superiore 
di quella grazia e leggerezza che s' ammira nelle 
antiche opere dei Greci, con capitelli di stile co- 
rintio, ma divisati con varietà maravigliosa di 
fogliami ed altri ornamenti. Fra gli artefici e 
maestri di pietra che vi lavorarono fu non ultimo 
Franceschino Zampa d' Assisi, che insieme con 
Nicolò de' Nepis era stato eletto dai magistrati 
a presedere e vigilare i grandi lavori che in 
S. Francesco si venivano facendo. 

Fra le riparazioni di Sisto è da annoverare an- 
che quella del refettorio maggiore, sala veramente 
magnifica ed ampia eh' è lunga metri 57, 90 larga 
metri 11, 14, e che fu allora abbellita con la co- 
struzione d' una novella volta, e delle nuove mense, 
e delle spalliere elegantemente intagliate di noce. 

Ma perchè col volger degli anni, non si tro 
vasse così gran mole di fabbrica ridotta nuova- 
mente in pericolo di rovina, volle il magnanimo 
pontefice provvedere la chiesa ed il convento di 
tal dote, che potesse cogli annui frutti sommi- 
nistrare il modo opportuno al mantenimento degli 
edifizi. Pertanto con una bolla emanata addì 23 Ot- 
tobre 1476 in Assisi, dove erasi recato in persona, 
soppresse 1' antica Badia di S. Nicolò di Campo- 
lungo nella diocesi nocerina, il cui monastero già 
da gran tempo era stato abbandonato, e i beni 
venivano dati in commenda ora a questo ed ora 



a68 



SECOLO XV. 



a quel prelato. Sisto ne ammensò tutte le pos- 
sessioni al sacro Convento per la conservazione 
della fabbrica, per lo splendore del divin culto e 
per sostentamento dei frati. In questa occasione 
medesima egli fece al Santuario varii preziosi 
doni, tra i quali meritano d' essere specialmente 
ricordati tre superbi tappeti comperati a Venezia 
per ducati d' oro 104, il bellissimo arazzo, ove è 
figurata in alto nostra Donna, nel mezzo S. Fran- 
cesco, ed in basso il medesimo Sisto in abiti pon- 
tificali fiancheggiato da' cardinali suoi nepoti: e 
il paleotto dell' aitar maggiore tutto messo a ma- 
ravigliosi ricami di figure di santi e di personaggi 
illustri. 

Due anni appresso con altra bolla emanata da 
Roma addì 3 di febbraio confermò Sisto al sacro 
Convento la cessione della predetta abbadia con 
tutte le sue dipendenze di chiese e cappelle con 
cura di anime, concedendo al Custode e ai frati 
di S. Francesco facoltà d' eleggere senza interven- 
zione d' autorità episcopale dal proprio seno cap- 
pellani e parrochi da collocarvisi, e facoltà ezian- 
dio di rimuoverli dal loro uffizio. Le parrocchie 
per tal modo tras r erite sotto la giurisdizione del 
S. Convento, furono: S. Pietro nel castello del 
Paradiso, S. Giovanni Battista nel Castello del Pog- 
gio superiore; S. Giovanni Battista nel Castello 
della Pieve, S. Lorenzo nel Castello di Porziano, 
S. Maria di Gualdo sua sussidiaria: alle quali più 
tardi fu aggiunta la parrocchia di S. Margherita 



CAPITOLO rx. 



260 



dentro la città d' Assisi, e quella di S. Giovanni, 
ora trasferita nel Santuario di Rivotorto. 

Un'altra bolla dello stesso pontefice, degna di 
particolar menzione, è quella emanata in Roma 
il 10 decembre del 1475, dalla quale apprendiamo 
che erano già da poco state condotte a fine le 
grandi riparazioni del S. Convento. E volendo 
Sisto fornirlo d' entrate, che bastassero alla con- 
servazione della medesima fabbrica, ordinò, che 
quind' innanzi i priori, il podestà coi loro famigli, 
il maestro di grammatica, il cancelliere, l'avvo- 
cato, il sindaco, gli ambasciatori, i nunzii, i balii 
del Comune d'Assisi, i moderatori dell'orologio, 
i curatori delle fontane, delle mura e degli acque- 
dotti, e qualsiasi altro officiale della stessa città 
avessero a rilasciare per ogni fiorino di loro sa- 
lario un bolognino a prò della fabbrica e della 
Sacristia della Basilica francescana. 

Ma il più segnalato privilegio da Sisto IV con- 
cedutole fu quello di poter nella seconda festa 
di Pentecoste solennizzare la traslazione fatta già 
del Sacro corpo del Serafico patriarca dalla 
chiesa di S. Giorgio alla nuova Basilica il dì 25 di 
maggio 1230, nel qual giorno era quell'anno ca- 
duta la seconda festa di Pentecoste : e negli anni 
seguenti, se n'era celebrata la commemorazione 
insino allora il 25 di detto mese. Ora volle il Pon- 
tefice, che come la festa di Pentecoste varia cia- 
scun anno, così variasse anche quella della tra- 
slazione, concedendo ai prieghi di frate Francesco 



SECOLO XV. 



Sansone, allora general ministro dell'Ordine, l'in- 
dulgenza plenaria a tutti i fedeli, che visitassero 
la Basilica dai vespri del giorno precedente sino 
al tramonto del seguente giorno, e che si reci- 
tassero in detta festa l' uffizio e la messa del 
santo. 

♦ 



CAPITOLO X. 

Il generalato di frate Francesco Sansone : ri- 
parazione dei tetti e delle invetriate dipinte, 
nuovo antiporto alla Basilica inferiore : rin- 
novamento del cimiterio, idea dell* ingrandi- 
mento del S. Convento : nuovo Coro nella 
Basilica superiore. 

Mentre sedeva sulla cattedra di S. Pietro un 
pontefice sì zelante della gloria di S. Francesco 
e dello splendore della Basilica di lui, veniva nel 
1475 chiamato al supremo reggimento dell'Ordine 
minoritico frate Francesco Nani, uomo di grande 
animo, di rara dottrina e di pari virtù, che pro- 
pugnando con validi argomenti 1' Immacolata 
Concezione di Maria Vergine nella presenza di 
Sisto IV, meritò d'esser da lui salutato con que- 
ste memorande parole: Tu es fortissimus Samsoì!, 
soprannome che gli fu poi costantemente dato 
anche dai posteri. Quando la crescente baldanza 



CAPITOLO X. 



2 7 r 



de' turchi cominciava a tenere in sospetto gli stati 
di cristianità, e il pontefice supremo meditava una 
novella crociata contro il comune nemico, frate 
Francesco gli esibiva cinquantamila combattenti 
reclutati nel solo suo Ordine, che senza stipendio 
moverebbero intrepidi sotto il vessillo delle sante 
chiavi, condotti da lui stesso ad affrontare la 
formidabile possanza de' Mussulmani. Nel lungo 
novero dei ministri generali dell' Ordine minori- 
tico, niuno può paragonarsi col nostro Sansone 
nello zelo per la conservazione e pel decoro di 
questa veneranda Basilica. E già vedemmo ad 
istanza di lui concedere papa Sisto qucll' insolito 
privilegio dell' uffizio e della messa propria del 
santo nella festa di sua traslazione il secondo 
giorno di Pentecoste. Ora verremo qui enume- 
rando i non pochi lavori, che per le sollecitudini 
di lui si vennero facendo nella nostra Basilica. 

E primieramente accortosi egli, che i gravissimi 
guasti, a che erano condotti gli antichi affreschi 
della Basilica superiore e delle cappelle sotto- 
stanti, erano cagionati dalle piogge, che dai 
tetti superiori cadendo, spinte dai venti s'infiltra- 
vano nei muri e si versavano rovinosamente 
sulle cappelle medesime, fece con doccie di pie- 
tra sovrapposte alla cornice della chiesa superiore 
inalveare le acque, dando loro uno sbocco per 
mezzo d'acconci canali di rame a ciascuno dei 
torrioni, che la fiancheggiano. E se la più parte 
delle pitture de' due primi secoli sono tuttavia 



SECOLO XV. 



illese, noi lo dobbiamo a questa savia provvisione. 

Tutelata così la conservazione degli ornamenti 
principalissimi della Basilica, volse l' animo il San- 
sone a riparare e proteggere durevolmente le 
invetriate dipinte delle finestre. A tal fine fece 
egli venire da Udine un maestro Valentino, il 
quale dopo averne risarcite le parti mancanti, le 
munì di forti graticci, intessuti di filo di rame. 

Poi con disegno di Baccio Pintelli fece costruire 
il bello antiporto, che protegge l'entrata della 
Basilica inferiore : opera divisata con elegante 
magnificenza, e adorna di pregevoli scolture de- 
corative : Ne fu esecutore un maestro Francesco 
di Pietrasanta, e valse quest'opera scudi ducento 
venticinque d' oro di camera, somministrati dal 
generoso frate, che volle s' incidesse nel fregio la 
scritta seguente: 

Fraicr Franciscus Samson generalis Minorum 
fieri fecit anno Domini MCCCCLXXXVII. 

Finalmente nel 1493 fu messo mano ai riordi- 
namenti del cimiterio, che sorge tra la cappella 
dell'Albornoz, e quella di S. Antonio abate. Era 
esso stato edificato nel secolo XIV, ricoprendone 
i quattro lati con una tettoia sostenuta da pilastri, 
e intorno alle pareti v'erano stati edificati avelli 
di pietra, dividendo con solide cornici l'alto delle 
pareti medesime, probabilmente con l'idea che 
venissero abbelliti di affreschi, a similitudine del 
Campo Santo di Pisa. Ma non avendo avuto ciò 
effetto, e parendo che sarebbe migliore partito 



CAPITOLO X. 



ridurre quel chiostro a doppio ordine di logge, 
ne fu da frate Francesco Sansone commesso il 
ristauro a due Lombardi, che si chiamavano 
maestro Pietro e maestro Ambrogio. Costoro lo 
ridussero alla forma presente, nel che fare gua- 
starono più d' un' antico avello che sull' arca avea 
un tabernacolo o baldacchino sostenuto da due 
colonne. Chi visita la nostra Basilica, condottovi 
da qualche sentimento dell'arte, non n'esce senza 
aver posto piede in questo cimiterio, che nel suo 
genere offre un'assai bella vista, ed empie l'anima 
d' una tristezza profonda e pur soave. Qui dentro 
s'elessero l'ultima dimora tutte le fraternite de'laici, 
e le principali famiglie d'Assisi : e qui dormono 
le ossa di non pochi uomini, che s'illustrarono 
nelle armi, nelle scienze e nelle arti. 

Nè qui si fermò il grande animo di Francesco 
Sansone, perocché meditava una più vasta opera ; 
per la quale si sarebbe venuto a togliere quel- 
l' angolo rientrante, che è neh' edifizio del S. Con- 
vento tra il sud-ovest, dove la fabbrica dell' Al- 
bornoz si congiunge al primitivo Convento. Quivi 
egli s' era deliberato di prolungare i due lati me- 
ridionale ed occidentale, con un nuovo corpo di 
fabbrica, e già nel punto dov'essa aveva a fare- 
angolo, n'erano state gettate le fondamenta, an- 
cora visibili ai dì nostri. Questo magnanimo di- 
segno rilevasi dalla seguente lettera inedita d'esso 
Ministro Generale : 

Fuori. — Magnificis dominis prioribus Inclitae. 

18 



*7< 



SECOLO XV. 



Civitatis Assisii dominis et benefactoribus meis 
singularissimis. 

Dentro. — Magnifici Signori priori et benefa- 
ctori mei singularissimi debita commendatione 
premissa. Quanto più penso de far bene ad quel 
sacro Convento vostro et nostro de sancto Fran- 
cisco dasisi: tanto più me fanno indisposito li 
sciochi et ribaldi : ecco che questi dì prossimi 
passati, cioè la prima domenica de quatragesima 
la sera de po lavemaria el nostro maestro Valen- 
tino maestro delle finestre de vetro et delle ra- 
mate fo assaxinato in cammera sua dove lavorava 
in convento nostro et rubatogli dalberto de' dotti 
et cesare figliuolo de ieronimo spetiale et toltogli 
quaranta sei ducati d'oro, et uno gioppone et uno 
paro de calse et una pecza di pannolino et alcune 
altre cose, el quale neanco non se sarebbe facto 
nella selva de baccano, la qual cosa so eh' è in 
massima displacentia vostra : et cede in gran preiu- 
dicio de quel povero maestro. Onde sappiate che 
se non si rendono quelle cose integramente a 
questo povero maestro Valentino non farro riqua- 
drar il convento come intendiva fare la ricolenda 
memoria del cardinale gilio, cioè tirare el calcio 
al torione che fo fondato dal dicto cardinale et 
tirare ledificio ad laltro muro eh' è inverso la 
infermeria, la qual cosa non si po far senza gran- 
dissima spesa: della qual cosa ad questi dì pas- 
sati no scripto per el reverendo padre ministro 
della provincia vostra, custode passato, alla excel- 



CAPITOLO X. 



275 



lentia dello illustrissimo duca nostro de orbino et 
al sou ziu magnifico che se dignino de prestarci 
li soi ingegneri, che venghino ad squadrà la spesa 
del decto edificio, ad ciò che corno el tempo sera 
comodo, che ve si possa mandar per li denari ad 
li maestri ad lavorare : la qual cosa delibero de 
non farla si non si rendono li denari ad questo 
povero maestro Valentino ad ciò che possa sicu- 
ramente riauto el suo che stato tolto, lavorar et 
finir lopera in cepta delle ramate et racconciar 
le finestre de vetro rocte. Non altro nisi quod 
ieliciter valeant magni ficentie vestre. 

Yiterbii secunda martii 1496 
Harundem vestrarum magnificentiarum 

servitor generalis minorum 
indignus propria manu. 

Forse a chi legge la precedente lettera, cadrà 
in pensiero, che la cittadinanza d'Assisi fosse ge- 
neralmente avversa alla famiglia del S. Convento, 
dove due ribaldi si facevano lecito di manomet- 
tere un pacifico artista. Ma noi siamo lieti d'aver 
tanto in mano, da poter giustificare il buon popolo 
d'x^ssisi, affezzionatissimo sempre all' ordine mino- 
ritico, e specialmente i magistrati di quell' illustre 
città, che in ogni tempo si diedero sollecita cura 
della conservazione e dello splendore della fran- 
cescana Basilica. Infatti, essendo morto il frate cu- 
stode della sacristia, dove erano accumulate tante 
ricchezze, i priori del popolo, dubitando della si- 



SECOLO XV. 



curezza di quei tesori, ne fecero subito avvisato 
il ministro generale : e questi mandava loro in 
risposta la lettera seguente. 

Fuori. — Magnificis Dominis Prioribus Civitatis 
Assisii dominis et benefactoribus meis praecipuis. 

Dentro. — Magnifici domini priores et benefa- 
ctores debitam commendationem. Ho ricevute le 
vostre lettere et molto mi duole del caso occorso 
al nostro frate Federico che con tanta diligenza, 
con tanta fidelità et integrità et sollecitudine à 
governato quella vostra et nostra Sacrestia del 
sacro Convento de Assisi : et perchè non avesse 
ad intervenire mancamento alcuno non essendo 
chi con amore et diligentia avesse a governare 
tanto luogo, le vostre signorie ànno fatto bene a 
darmene aviso acciò che opportunamente io prov- 
vedessi a tanta necessità, dove io ho pensato et 
fatto disegno di dare questa cura al nostro reve- 
rendo maestro Giovanni, perchè sta continuo in 
Convento et è zelante dellonore et dellutile del 
Convento et della sacrestia, maxime che lui abbia 
attendere alle chose di maggiore importanza et 
ògli dato in sua compagnia el veneto frate Gero- 
nimo che è homo robusto et diligente et potrà 
durare la faticha et chosì gli ho instituiti et man- 
dato le mie lettere patente di tale institutione, et 
spero in Dio et ne meriti del nostro patriarca 
san Francesco che io arò fatto buona electione. 
Raccomandovi el Convento vostro et i frati, offe- 
rendo me et loffitio mio et tutto lordine a bene- 



CAPITOLO X. 



277 



placito delle SS. VV. magnifiche. Que feliciter ad 
vota valeant. 
Rome VII februarii MCCCCLXXXVIII 
Earundem vestrarum magnificentiarum. 

Servitor generalis minorum 
propria manu 

Ripigliando ora la serie interrotta delle opere di 
quest' uomo insigne, compiute nella Basilica d'As- 
sisi, rimane da dire dei magnifici seggi corali, da 
lui fatti fare nella Basilica superiore. Pertanto 
addì 5 agosto dell'anno 1491 egli stipulò formale 
contratto per questo grandioso lavoro con mae- 
stro Domenico da San Severino nella Marca, il 
quale era meritamente in fama di valentissimo 
artefice, sì nell'intaglio, come nella tarsia. Il 
prezzo pattuito fu di settecento settanta ducati 
d'oro larghi di camera, e il lavoro costò ben 
dieci anni al maestro, benché egli avesse seco in 
aiuto Nicolò, suo minor fratello, Pierantonio e 
Francesco Acciaccaferro, e Giovanni di Pieria- 
copo, tutti Sanseverinati, 1' ultimo de' quali intorno 
al 1520 intagliò lo stupendo coro del Duomo d'As- 
sisi. E diffìcile concepire una giusta idea dell' am- 
piezza e bellezza di questi seggi, a chi non li abbia 
veduti. Perciocché essi occupavano non solamente 
il giro dell' absida, ma uscendone si spiegavano 
in linea retta sui due lati prossimi de' bracci della 
crociera, occupandone eziandio le due pareti prin- 
cipali, su cui s'aprono i due maggiori finestroni 



SECOLO XV. 



della Basilica. È esso divisato in doppio ordine 
di stalli, sino alle porte che riescono sul chiostro 
di Sisto IV: il rimanente ò un solo ordine; e 
tutto quanto contiene ben centodue sedili. Da 
tanta vastità era lieve l'inferire, esser questo un 
coro destinato non tanto alle quotidiane salmodie, 
quanto ai capitoli generali dell' Ordine. L' arte ma- 
ravigliosa, che maestro Domenico v'adoperò, non 
si manifesta tanto nell'elegante venustà ch'era 
dote comune d' ogni opera di quel fortunato secolo, 
quanto nell'aver saputo far armonizzare il nuovo 
coro col carattere architettonico della vecchia Ba- 
silica. Gli stalli dell' Ordine superiore divisi l'uno 
dall'altro per mezzo di bene imaginati fianchi, 
sono distinti ciascuno in due specchi, superiore e 
inferiore. I trentotto specchi superiori contengono 
tarsie di figure bellissime, che arieggiano il fare 
della scuola umbra e più specialmente quello di 
Nicolò di Liberatore. I due più prossimi al trono 
papale presentano l'arcangelo Gabriele e la Ver- 
gine annunziata, poi seguitano dall' un lato e dal- 
l' altro gli uomini più insigni dell' Ordine minori- 
tico per virtù e dottrina e per le dignità a cui 
furono promossi : e tra questi ultimi vi si veggono 
papa Sisto IV e lo stesso frate Francesco San- 
sone che elevando la mano destra sembra addi- 
tare altrui quest'opera mirabile. Gli specchi infe- 
riori sono tutti messi a tarsia; e di tarsia sono 
lavorati anche gli specchi principali dei seggi sotto 
.ai finestroni, dove però in luogo di figure si veg- 



CAPITOLO X. 



a 7 q 



gono armadii con istromenti di varie arti, pro- 
spettive di edifizi ed altre legiadre bizzarrie. Ogni 
stallo è incoronato da un nicchio dipinto d'az- 
zurro e listato d' oro, ed è sormontato da una vaga 
cuspide che ha nel centro un rosone di finissimo 
intaglio, e tra cuspide e cuspide sorgono altret- 
tante guglie sottili, finimento che lega perfetta- 
mente questo coro con l' architettura archiacuta 
del tempio. Ai lati delle porte che mettono alla 
scala del chiostro, vi si legge questa memoria. 

M. F. Samson Generalis fieri curavit 

DOMINICl'S DE SANCTO SEVERINO ME FECIT MCCCCCI. 



CAPITOLO XI. 

Il reliquiario 
del camoscio del Serafico Patriarca. 

Gareggiando i Frati Minori di zelo e liberalità 
col loro ministro generale e col romano pontefice, 
vollero anch'essi lasciare alla posterità un dure- 
vole monumento nel bellissimo reliquiario, dove- 
si custodisce il brano di pelle di camoscio, che il 
serafico padre era solito portare sulla miracolosa 
piaga del suo petto. E perchè questo insigne 
lavoro d'orificeria, fu commesso a due maestri 
dell' Umbria, piacemi riportar qui la scritta, onde 
ne fu stipulato il contratto: 



280 



SECOLO XV. 



Al nome de Dio et della gloriosa sempre ver- 
gine Maria et de san Francesco et de tucti li 
santi de vita eterna. 

Sia noto et manifesto a tucti come oggi in 
questo dì sei del mese de giugno 1479 el vene- 
rabile patre maestro Francesco da Force costodio 
del sacro Convento de san Francesco de Assisi 
cum presentia et voluntà delli altri frati del prefato 
Convento, li nomi delli quale sono poi expressi, 
et etiam de li spectabili huomini ciò è Francesco 
de Filippuccio, et Gironimo de Bartolomeo pro- 
curatori del prefato Convento et Giovanni de 
Agnolo et Francesco del Soldano operai d' esso 
Convento volendo per honore et gloria del pa- 
triarca san Francesco fare uno tabernacolo conde- 
cente et degno dove se allochi el camoscio quale 
san Francesco portava alla piaga del costato, 
fanno contractazione et pacto, con maestro Ga- 
sparrino d Antonio de Ruberto da Fuligno et mae- 
stro Alexandro de sei* Giovanp cittadino de 

Assisi, li quali maestri promettono convengono 
et pacto fanno de lavorar et far el dicto taberna- 
culo ad uso de buono maestro et secondo el 
desegno de maestro Alexandro dal piede in su, 
cioè el piede sia secondo el desegno de maestro 
Gasparrino, cun questo che sieno tenuti de fare 
dui angeli, li quali tengano el decto camoscio 
dentro a quello cristallo et inorare el dicto taber- 
naculo in certi luochi convenienti, secondo parerà 
al li elicti maestri, secondo se rechiede in simili 



CAPITOLO XI. 



lavorìi. Et li nominati conventori promettono alli 
dìcti maestri dar tucto l' argento et oro che biso- 
gnarà per lo dicto lavoro et per loro provvisione 
et maesterio promettono dare et pagare fiorini 
6 a bolognini 40 per fiorino per Ciascuna libra : el 
quale tabernaculo sia de peso de libre nove o 
circa; et li dicti maestri siano tenuti per tucto el 
mese de septembre proximo da venire averlo for- 
nito alla pena de ducati diece d' oro alla parte che 
non observasse da pagarse alla parte che obser- 
varà. Et questa scripta o facta io Francesco de 
Soldano soprascripto, et o scripto questa scriptura 
de volontà et comandamento delle parte de mia 
propria mano. Et così li soprascripti maestri se 
soscriveranno de loro propria mano per varia- 
zione della presente scripta. Et etiam Giovanfran- 
cesco de Iacomo e Io. Francesco de Benedetto, 
de Assisi se soscriveranno de loro propria mano 
testimoni ad questo. 

Io Gasparre d'Antonio de Ruberto horefice de 
Foligno so contento et confermo quanto in questa 
scripta se contiene affede de ciò de mano p. p. 

Et io Alexandro de ser Giovanni Pietro sopra 
scripto me chiamo contento alla sopra scripta, 
consento in essa, et affede de ciò de mano propria. 

Et ego Io. Franciscus quondam domini Iacobi 
praedictis omnibus internai ac pp. m. subscripsi. 

Et ego Io. Franciscus Ta... benedicti omnibus 
praedictis interfui etc. 



SECOLO XV. 



CAPITOLO XII. 

Spigolatura nel libro di spese dal i486 al 1487. 

In questo che fu periodo così splendido per le 
arti nostre, fa maraviglia il vedere così rare nella 
nostra Basilica le opere di pittura. Ed era pur 
questa l'età in cui fiorirono Matteo da Gualdo, 
Ottaviano Nelli da Gubbio, Nicolò di Liberatore e 
Pietro Mesastri di Foligno, Pietro Vannucci, Lo- 
renzo di Fiorenzo e Bernardino Pinturicchio nella 
prossima Perugia, e in Assisi medesima quell'An- 
drea di Luigi, che scartando anco quanto ne scrisse 
il V asari, fu tal dipintore, che ben si meritò il so- 
prannome d'Ingegno. Ora come mai in tanta copia 
d'artefici eccellenti, tanta penuria d'opere pitto- 
riche? Sarebbe impossibile spiegarlo senza ricor- 
rere alla storia di questa città, la quale appunto 
nello scorcio dei secolo presente fu più che mai 
straziata dai furori delle guerre intestine, e noi 
tra breve ne vedremo estendersi i deplorabili ef- 
fetti sulla chiesa stessa e sul Convento di S. Fran- 
cesco. Nondimeno d'Ottaviano Nelli troviamo qui 
il beli' affresco, che è a man sinistra dell'atrio del 
sotterraneo soprala pila dell'acqua benedetta : 
dove 1' artista eugubino figurò nostra Donna 
seduta tra varii santi col divin Figliuolo sulle gi- 
nocchia, arieggiando il volto della Vergine di 
quella mestizia soave che invano si cercherebbe 



CAPITOLO SII. 



nelle tavole e negli affreschi delle altre scuole 
d'-Italia. E similmente di Nicolò di Liberatore si 
conservava nella cappella della Maddalena sino 
al secolo XVII una tela a tempera, che poi andò 
perduta. Ecco le uniche pitture che di quel tempo 
si fecero in S. Francesco. 

D'una venuta di Pietro Perugino in Assisi tro- 
viamo fatto ricordo nel detto libro di spese 
anno i486 dove leggesi: 

Die IX espendit procurator in ova prò magistro 
Petro de Castro Plebis pinctore solid. 3. 

Ma breve ne fu la dimora, e certo il Perugino 
non vi condusse lavoro alcuno, benché più d'una 
guida gli abbia attribuito la tavola del Crocifisso, 
eh' è nella cappella di S. Antonio abate, e che è 
invece opera del suo discepolo Tiberio di Diotal- 
levi d'Assisi. 

Pochi dì appresso leggiamo nel medesimo libro 
le note seguenti: 

Die XIII de mense novembri expendit (procu- 
rator) in carnibus prò receptione magistri Thomae, 
magistri organorum prò mane et sero solid. 5. 

Die XXVIII (eiusdem mensis) expendit in car- 
nibus prò receptione magistri organorum solid. 2. 

Nulla aggiungiamo a questa notizia, riserban- 
doci di trattare a miglior luogo di quanto con- 
cerne l'arte musicale, che in questo chiostro ebbe 
una lunga e fioritissima scuola. 

Nel settembre dell'anno seguente una nota di 
pagamento ci fa sapere che in Assisi v'era chi 



284 



SECOLO XV. 



esercitava l' arte figulina e fabbricava orci e tondi e 
stoviglie con vernici invetriate; eccone le parole: 

Die VI mensis semptembris solvit (procurator) 
magistro Cristophano figlilo prò brocchis, vasis, 
scudellis et scudellinis libras XI solid. 17, den. 6. 

Il medesimo artista fece pel sacro Convento 
parecchie armi di papa Sisto, lavorate a colori, 
che furono poste nel chiostro e in altri luoghi 
ristaurati da quel pontefice. 

Ancora da questo libro apprendiamo, che i 
Conti, poi duchi d' Urbino avevano il patronato 
della cappella di S. Antonio da Padova, e che 
erano soliti perciò di mandare ogni anno in re- 
galo al Convento 800 libre di sale, oltre il neces- 
sario alle spese del divin culto. Seguì questa 
cessione l'anno 1474, essendosi estinta in Assisi 
la casa Lelli che n'era stata patrona sin dal 1360. 
Similmente apparisce dallo stesso libro, che il 
Convento già possedea nelle vicinanze della città 
vigne ed oliveti; pur convien credere che non 
bastassero i frutti di tali possessioni al manteni- 
mento della famiglia religiosa, rilevandosi dal 
medesimo libro, che v'erano tuttavia parecchi 
laici destinati alla questua per la città e pel con- 
tado. Finalmente da esso apparisce il numero dei 
frati, che d'ordinario dimoravano allora nel Con- 
vento, specialmente dalle note dei danari, che il 
procuratore assegnava a ciascuno per le tonache. 
Nel maggio del 1487, abbiamo la nota seguente : 



2S 5 



Die XII maii — Tunicac fratrum. 
In primis solvit procurator reverendo patri cu- 
todi prò tunica sua lib. 20 

Solvit prò tunica predicatorum lib. 35 

Solvit magistro Iohanni prò tunica sua lib. 15 
Solvit fratri Francisco Pallaratii prò tu- 
nica lib. 10 
Solvit fratri Antonio prò tunica sua lib. 15 
Solvit fratri Ieronimo prò tunica sua lib. io 
Solvit fratri Petro de Asisio prò tu- 
nica sua lib. 10 
Solvit fratri Petro Francigine prò tu- 
nica sua lib. io 
Solvit fratri Iohanni Piccoli prò tu- 
nica sua lib. jo 
Solvit fratri Galeotto studenti prò tu- 
nica sua lib. IO 
Solvit fratri Bonaventurae prò tunica sua lib. 10 
Solvit fratri Martino ungaro prò tunica sua lib. io 
Solvit fratri Francischino prò comple- 
mento suae tunicae lib. 5 
Solvit fratri Bernardino prò complemento 

suae tunicae lib, 5 

Solvit fratri francisco de Narnia prò com- 
plemento suae tunicae lib. 10 
Solvit fratri Angelo prò tunica sua lib. 30 



286 



SECOLO XV. 



CAPITOLO XIIL 

La Basilica di S. Francesco profanata 
dai Baglioni. 

La sera del dì 14 novembre dell' anno 1497 
seguiva in Assisi lo scoppio d' una delle tante 
congiure che infamarono le contrade d'Italia in 
sullo scorcio del secolo XV. Senonchè, mentre 
altrove i pugnali dei congiurati si dirizzavano ai 
petti degli oppressori delle antiche libertà comu- 
nali, qui erano assassini compri da un partito, che 
intendeva disfarsi di temuti rivali. Accennammo 
già, come Assisi fosse divisa in parti guelfa e 
ghibellina, e come fosse quella capitanata dai 
Nepis, questa dai Fiumi. Saliti gli ultimi a gran 
potenza pel favore degli Sforza e dei Feltreschi 
non potevano più rassegnarsi a patir la compa- 
gnia de' vecchi loro avversari, i quali alla lor volta 
s' appoggiavano ai Baglioni, con cui s' erano testé 
congiunti di parentado. Il conte Iacopo pertanto 
che dei Fiumi era il principale, entrato in segrete 
pratiche coi priori del popolo, i quali per la più 
parte erano di sua fazione, fece da essi invitare 
i Nepis ad una cena, ordinata, come essi dicevano, 
in palagio affine di conciliare gli animi e levar 
via per sempre la discordia dalla città. Tennero 
questi l' invito, ma posto che ebbero piede nelle 
prime stanze, vi furono assaliti da tre sicarii, ed 



CAPITOLO XIII. 2,8 7 



Averardo e Federigo caddero passati da più colpi. 
Ma Galeotto, il terzo dei Nepis, giunse con gran 
fatica a salvarsi, e tra il rumore che già s' era 
levato per ogni contrada, uscitosene d' Assisi, si 
si rifugiò alla Bastia, dove allora per caso trova- 
vansi Giampaolo e Carlo Baglioni. Costoro, levate 
incontanente quante milizie poterono da Bettona 
e da Spello, quella notte medesima corsero ad 
Assisi, deliberati di vendicare l' uccisione degli 
amici loro. Vi giunsero improvvisi sull' alba, si 
diedero a correre la città dalla piazza maggiore 
sino a S. Francesco, sforzando usci, irrompendo 
nelle case, rubando, stuprando, uccidendo. Nè di 
ciò paghi, avendo risaputo, che molti al primo 
romore s' erano riparati nella veneranda Basilica, 
tirati da sete di sangue e di preda, ne spezzarono 
le porte, e senza rispetto alcuno al luogo santo, 
misero le mani sugi' infelici ivi ricoverati chiu- 
dendoli nelle volte del medesimo convento. Ciò 
che toccò patire a questi miseri lo dica l' irrefra- 
gabile documento che qui riportiamo. Esso è un 
memoriale diretto dai medesimi frati di S. Fran- 
cesco a Guidobaldo duca d' Urbino. Noi non fac- 
ciamo che tradurlo fedelmente dal latino originale. 

« Serenissimo principe ed eccellentissimo duca, 
benefattore e protettore unico. Già corrono tre 
anni, dacché la povera città di S. Francesco, de- 
votissima alla tua serenità, è talmente oppressa, 
che appena abbiamo cuore di recarci alla chiesa 
di S. Maria per la vicinanza dei nemici, che 



288 



SECOLO XV. 



fanno scorrerie, e che spesso ci assaliscono ; e 
tanta è la loro ferocia, che sono in ciò ribelli 
persino ai comandamenti del sommo pontefice, e 
pertinaci nella loro fellonia hanno appiccato il 
fuoco alle porte della città ed a quelle eziandio 
della Basilica di S. Francesco, nè hanno avuto 
orrore di trucidare uomini, di cuocerne le carni 
e di darle a mangiare ai parenti che tenevano 
chiusi nelle prigioni, delitto tanto enorme, che 
non solo i cristiani, ma anche gì' infedeli e i turchi 
giudicherebbero la più gran nefandezza che dar 
si possa, come la serenissima maestà vostra potrà 
chiaramente intendere da messer Giulio, vescovo 
e cardinale d' Ostia, protettore nostro, dei tra- 
vagli e delle inquietudini nostre informatissimo. 
Ecc. » 

Così i Baglioni sotto colore di vendicare i do- 
mestici torti, non dubitavano d' oltraggiare Iddio 
e i santi, non perdonando neppure a questo San- 
tuario, che vedemmo rispettato nell'orrendo sacco 
del Piccinino. 



CAPITOLO XIV. 

Il nuovo oratorio del Terz' Ordine. 

La magnificenza di papa Sisto e la liberalità 
del Sansone destarono la gara nei fratelli del so- 



CAPITOLO XIV. 



289 



dalizio del terz' Ordine, che vedemmo già fin dai 
primordii fondato in questa Basilica. Essi non ave- 
vano insino a questi tempi proprio altare o cap^ 
pella nel gran santuario ; onde per non lasciarsi 
vincere di larghezza dai Frati Minori, deliberarono 
d'edificare a loro spese un oratorio contiguo al 
Convento rimpetto all'entrata della chiesa sot- 
terranea. E siccome fioriva allora in Assisi un 
valente architetto e scultore, nominato France- 
schino Zampa, a lui ne commisero il disegno e la 
cura d'edificarlo. Riuscì l'opera non indegna del 
gran monumento a cui sorge vicina, come ancora 
ne fa bella testimonianza la facciata ricca d'ele- 
ganti sculture decorative e divisata a doppia porta 
con pilastri ed architrave sormontato da un arco, 
sotto il quale è figurato in basso rilievo san Ber- 
nardino messo in mezzo a due angeli genuflessi 
in devoto atto d' adorazione. I candelabri che ab- 
belliscono i tre pilastri, e gli ornamenti del fregio 
nell'architrave arieggiano il fare del Sansovino, e 
mostrano che lo scultore assisano non era punto 
indietro agli eccellenti suoi contemporanei. Si fece 
lo Zampa aiutare in quest'opera da un suo con- 
cittadino, chiamato Girolamo di Bartolomeo. Essi 
vi lasciarono inciso il proprio nome così: Fran- 
cischino Zampa et Ieronimo quondam Bartolomei 
auctoribus assisinatibus anno 1488. 

Poco di poi fu l'oratorio ornato d'affreschi da 
Tiberio d'Assisi; ma essendo, come si vedrà a 
suo luogo, stato disfatto l'interno dell'oratorio 

T 9 



SECOLO XV. 



medesimo, non ne restano che pochi frammenti, 
la cui bellezza ci rende vie più dolorosa una tal 
perdita. 

Nè qui s' arrestò la pietà dei fratelli del Terz'Or- 
dine, perchè addì 18 di gennaio del 15 16 i sindachi 
d'essa fraternità con atto rogato da ser Filippo 
Baciucci nella sacristia della chiesa inferiore di 
S. Francesco, allogavano la tavola del loro altare 
a maestro Giovanni, detto lo Spagna, pel prezzo 
convenuto di fiorini cento, obbligandosi il maestro 
di dar finita la dipintura innanzi alla festa del 
Perdono d'Agosto, acciocché la moltitudine dei 
pellegrini accorrenti in Assisi in quel tempo, po- 
tesse vederla già collocata in siili' altare. Rispose 
da suo pari lo Spagna alle promesse e il dì 15 lu- 
glio di quell'anno consegnava quella stupenda 
tavola, che oggi s' ammira nella cappella del Bat- 
tista nella basilica inferiore. Quivi egli figurò in 
ricco trono Maria Vergine seduta col putto ignudo 
sulle ginocchia materne e due angeli sospesi a 
volo nell'aria, ed in basso i SS. Francesco, Chiara, 
Antonio da Padova, Bernardino da Siena, Lodo- 
vico re di Francia, Elisabetta regina d'Ungheria 
e Caterina vergine e martire. La perfezione del 
disegno e la vivezza del colorito che in quest'opera 
non si loderebbero abbastanza, pongono lo Spa- 
gna primo dopo Raffaello nella lunga schiera dei 
discepoli del Perugino. 



SECOLO XVI 



CAPITOLO I. 



Dissidii tra i frati di S. Francesco 
e quei della Porziuncola. 

A. QUALCHE tempo si venivano racco- 
gliendo in più gruppi i zelatori della ri- 
gida osservanza della regola, che sotto 
i varii nomi di Amadei, di Careni e d' evangelici 
organandosi a poco a poco, erano giunti ad 
avere propri ministri e ad abitare per lo più 
ne' conventi di contado. Non ultimo ad essere 
da costoro occupato fu quello di S. Maria degli 
Angeli, o della Porziuncola, divenuto meritamente 
famoso in tutta cristianità per la singolare in- 
dulgenza del Perdono, che il serafico patriarca 
aveva per intercessione di Maria Vergine im- 
petrata da Cristo a tutti coloro che contriti e 
confessi visitano quella chiesa il secondo giorno 
d' agosto. Ora dimorando quivi i frati osservanti, 
era quasi inevitabile qualche dissapore intorno 
alla divisione delle limosine di denari e di cera, 




294 



secolo xvr. 



che vi si offerivano in gran copia dai fedeli, e 
parte delle quali era per più decreti de' pontefici 
devoluta alla Basilica francescana. I denari per 
antica consuetudine si gittavano dagli offerenti 
nell' angusto presbiterio della cappella di Porziun- 
cola, il quale separato dal rimanente della chie- 
setta per mezzo d' un solido serraglio di ferro, 
non era accessibile se non ai religiosi custodi di 
quel santuario. E venendo il giorno in cui s' ave- 
vano a partire le limosine tra i frati di S. Fran- 
cesco e quelli di S. Maria, si ratinavano i denari 
sparsi qua e là con una scopa facendoli cadere 
tutti in una fossa ivi a tale effetto preparata : poi 
se ne faceva il novero e la divisione. Le cose 
erano procedute di piena concordia, finché uno 
fu lo spirito e conforme la maniera del vivere in 
ambedue i conventi. Ma fin dalla metà del se- 
colo XV erano sorti gravi lamenti dei frati di 
S. Francesco querelandosi essi, che i paramenti 
e i vasi preziosi, necessari al culto, i quali in 
Santa Maria erano offerti dai devoti, non veni- 
vano più consegnati, come una volta alla sacri- 
stia di S. Francesco: e che tali offerte spesso 
venivano ricusate dai religiosi della Porziuncola, 
come a loro non punto necessarie, e che essi com- 
mutavano i voti e le immagini offerte di metalli 
preziosi in cose diverse, di cui abbisognasse o il 
loro o qualche altro convento: che non si asse- 
gnava alla sacristia di S. Francesco l' intera por- 
zione della cera offerta, nè più s adoperava la 



CAPITOLO I. 



295 



scopa a radunar le monete nella fossa, onde pa- 
recchie facilmente ne erano sottratte. Per simili 
querele, che giunsero fino in corte di Roma, 
l'anno 1457 a ddì 8 febbraio il cardinale di S. Croce 
emanava d' ordine del papa un decreto, diretto 
al guardiano e al sacrista della Porziuncola; mi- 
nacciandoli della scomunica, se mai più ind' in- 
nanzi dessero cagione a somiglianti richiami ai 
frati di S. Francesco. Vieppiù s' inacerbirono gli 
umori, allorché papa Leone X ebbe conceduto 
agli osservanti il privilegio del generalato di tutto 
l'Ordine minoritico: e nel 15 15 seguì nell'occa- 
sione del Perdono un deplorabile conflitto tra i 
Conventuali di S. Francesco e gli osservanti di 
S. Maria degli Angeli, conflitto, che si rinnovò 
1' anno seguente con ammirazione non mediocre 
dei popoli accorsi in questo santuario da ogni 
contrada di cristianità. Il che fu cagione che quel 
pontefice a fine di cessare nuove turbolenze, vietò 
la processione solita farsi dalle due famiglie riu- 
nite di quei conventi all' aprirsi dell' indulgenza 
predetta. Durò questo divieto insino all'anno 1526, 
nel quale Clemente VII con un breve dato di 
Roma ai 18 di luglio volle che si ripigliasse V an- 
tico costume. Noi avremmo avuto ben caro il 
non avere ad incontrare sul nostro cammino cosa 
men che gloriosa all' Ordine, di cui professiamo 
la santa regola. Ma non abbiamo potuto sottrarci 
all' obbligo solenne, che stringe lo storico ad es- 
sere espositore imparziale degli errori e delle de- 



"20Ò 



SECOLO XVt. 



bolezze, a cui soggiace l' umana natura, come 
delle opere virtuose e commendevoli, che rivelano 
nell' uomo l' imagine di Dio. Compiangiamo gli 
altrui trascorsi ed impariamo a guardarcene. An- 
che questo non è l' ultimo frutto che si colga 
dalla meditazione del passato. 



CAPITOLO II. 

Notizie della prima metà del secolo 
decimosesto. 

Assai scarsa messe di notizie ci forniscono i 
libri e le scritture della prima metà del cinque- 
cento. Fosse quella stanchezza che d'ordinario 
sopravviene ad un' insolita operosità, o fosse so- 
spetto di avere a perdere il possesso del santua- 
rio, sospetto che trapela da più d'un documento; 
certo è che in questi primi decennii poco o nulla 
si fece qui di memorabile. Ecco ciò che di men 
frivolo se ne raccoglie. 

Nel 153 1 da un consiglio de' frati, congregato 
in sacristia dal P. Custode addì 24 maggio, si 
rileva che già il convento, abbastanza fornito di 
possessioni e d' entrate, aveva un procuratore 
eletto nel seno stesso della famiglia, e che era 
di quel tempo un frate Egidio di Francesco. A 
così fatti consigli erano riferite fin le cose di mi- 



CAPITOLO II. 



nor momento. Moriva ad esempio uno de' frati? 
Il consiglio deliberava a chi dovesse assegnar- 
sene la cella: d' onde apparisce, che almeno i più 
cospicui per le sostenute dignità erano alloggiati 
non più ne' grandi dormitorii, bensì in camere lor 
proprie. 

Nel 1535 essendo nata differenza tra i maestri 
della provincia e il custode del S. Convento, i 
frati raccolti in consiglio addì 14 agosto delibe- 
rarono e conchiusero di volere con tutte le forze 
difendere e conservare i privilegi e la liberta d'esso 
Sacro Convento, facendosi essi forti delle bolle 
d' esenzioni concedute dai romani Pontefici. 

Lo stesso dì per unanime deliberazione fu con- 
ceduta alle fraternite di S. Gregorio e di S. Stefano, 
le più cospicue della città, la cappella di S. Lo- 
dovico ed alcuni sepolcri nel campo santo della 
Basilica, avendo promesso gli uomini di quei so- 
dalizi di far dipingere a proprie spese la cappella 
suddetta. Se non che tale promessa ebbe più tardi 
il suo adempimento. 

L'anno 1537 addì 18 giugno il ministro generale 
frate Lorenzo Spada bolognese fece espresso 
comandamento, che i paramenti sacri, ornati di 
perle o di gemme venissero ind' innanzi custoditi 
nella cassa delle tre chiavi. Similmente ordinò, 
che se alcuno offrisse argento od oro, od anelli 
o statue di metallo prezioso si registrassero tali 
offerte in un libro a posta nella presenza del do- 
natore e di due frati. 



2<)3 



SECOLO xv r. 



L'anno seguente giungeva al custode di S. Fran- 
cesco questa lettera da Perugia. 

« Reverende pater Custos cum commendatione 
filiali salutem. Hogi al vinti hore sò stato in pa- 
lazzo del revmo legato per una difìferentia o lite 
che ie tra questo Convento e il sig. Tesauriero, 
e trovandomi la in camera dell'auditore messer 
Pierfilippo, al quale è commessa la nostra causa, 
presente il prefato Tesauriero e il mio compagno 
frate Buono da Perosa, disse il prefato auditore: 
Guardiano, avertove che avertiate li vostri supe- 
riori che perderete el Convento d'Assise. E vedete 
che io non parlo da ciancie. Et sine vera scientia. 
Per tanto me debito d'avere expedito el presente 
latore frate Tommaso, cum scrivere a V. P. Revma 
per tenervi avisato. Io ve mando un poco de pane. 
Pregarò Dio vel lassi mangiare in pace. Et a V. P. 
Revma. ex corde me raccomando et a quella 
bascio la mano. Perugia 29 luglio 1538. E. V. P.R, 

filius et servitor 
F. FRANCISCUS DE CINGULO 
Guardianus. » 

Addì 7 d' ottobre di queir anno un' altra minac- 
cia mise lo scompiglio nei frati del S. Convento. 
Seppero essi che papa Paolo III aveva in animo 
di togliere dalla loro sacristia tutte le croci, i 
calici, i candelieri, i turriboli e i reliquiarii preziosi. 
Atterritine i frati, s'adunarono in capitolo, e quivi 
dopo varia consultazione frate Rufino d' Assisi 



2 oo 



s'offerse presto d' ire a Roma a fine di scongiurare 
la tempesta. Pur poi prevalse V opinione contraria, 
che s'avesse, a scanso di spese, ad eleggere in 
Roma un procuratore, che operasse in corte del 
papa acciocché la minaccia non 'avesse effetto. E 
i comuni voti furono per quella volta esauditi. 

L'anno 1543 addì 20 novembre «Fu proposto 
dal revdo. P. Custode sopra la Badia de Valfa- 
brica, che messer Cecco Benzi la voleva dare al 
Convento si glie la daria legalmente ; fu risposto 
per li predicti patri et frati se cercasse de averla. » 
Questa pratica non sortì l'effetto desiderato: e la 
Badia di Valfabrica venne poco di poi ceduta alla 
chiesa cattedrale. 

« 1547 — 20 novembris. — Foro congregati li 
padri soprascripti dal sopra nominato P. Custode 
(M. Antonio da Plaranico) e fo determinato si 
desse al maestro di grammatica fiorini otto per 
suo stipendio, acciò insegnasse a li no vidi, e più 
a. beneplacito del P. Custode portandosi bene. El 
quale maestro è fratello de frate Venancio, nostro 
d'Assisi e chiamasi maestro Francesco d' Evan- 
gelista. » 

L'anno 1548 furono rinnovati tutti i pavimenti 
del Sacro Convento. 



SECOLO XVI. 



CAPITOLO III. 
Le nuove porte all' ingresso del sotterraneo. 

Da qualche anno sentivano i frati desiderio di 
apporre imposte più decenti alla doppia porta 
della chiesa inferiore, che è sotto al portico di 
Baccio Pintelli : e nel 1546 passando da Assisi 
addì 16 aprile maestro Ottaviano da Messina, 
eletto vescovo di Monopoli, aveva lasciato per 
tale effetto una limosina di trenta scudi d' oro. 
Per questo aiuto agevolato l'adempimento di così 
giusto desiderio, i frati allogarono il lavoro a mae- 
stro Nicolò da Gubbio, valente intagliatore che 
rispose degnamente alla fiducia de' committenti. 
Perchè, se fu suo anche il disegno, l'artista v'ap- 
parisce dotato d'un gusto eccellente, avendo sa- 
puto armonizzare il bello stile del suo tempo col 
carattere generale delle scolture architettoniche 
ed ornamentali di quell'antica facciata: ed è qui 
bello riferire tradotto fedelmente dal latino origi- 
nale il consiglio tenuto dai PP. del S. Convento 
il giorno 21 di luglio, quando già condotto a fine 
il lavoro, non restava che metterlo in opera : 

« Congregati i PP. del Convento secondo il co- 
stume alla presenza del Custode, frate Giovanni 
da Cervia, per fare le ragioni ad utilità ed orna- 
mento del Convento neh' apporre la porta di legno 
al portico marmoreo della nostra Chiesa, presenti 



CAPITOLO III. 



tutti e ciascuno, fu chiamato maestro Nicolò di 
Ugolino cittadino di Gubbio, artefice e maestro 
della predetta porta, secondo lo stromento e il 
disegno fattone e a lui dato, accolto ed accettato, 
perchè dicesse che cosa intendesse che s'avesse 
a fare nel S. Convento, essendo già la porta di 
legno al suo compimento, e che cosa intendesse 
dire conforme all'istromento. 

Il detto maestro Nicolò espose e chiese al Re- 
verendo P. Custode e a ciascuno de' frati, che la 
porta essendo già finita, intendeva egli di porla 
al suo luogo; ma v'è una gelosissima difficoltà, 
se cioè s'abbia a tagliare alcun che dell'imposta 
di legno perchè aderisca perfettamente, ovvero 
se si abbia a levar via parte dell'antico capitello. 
Decidano essi adunque detta questione : altrimenti 
egli non porrebbe in opera il lavoro nè potrebbe 
esigere il resto in sua mercede. 

Il P. Custode consulta il parere degli adunati. 

Il Reverendo maestro P. M. Alessandro vecchio 
d'Assisi rispose in una parola, che si tagli l'im- 
posta di legno. 

Il Reverendo maestro Alessandro Leoni rispose, 
che conosciuta e considerata la volontà della let- 
tera del Reverendissimo sig. Legato, vi si richiede, 
come apparisce dalla copia a noi consegnata dal- 
l' Illustrissimo governatore d'Assisi, che nient' altro 
si faccia, se non tagliare la porta di pietra e la- 
sciare intatta l'imposta a maggiore ornamento 
della chiesa. 



3 02 



SECOLO XVI. 



Il venerabile frate Gregorio d'Assisi risponde, 
che considerato, come altra volta si tagliò parte 
delle pietre per mettere in opera imposte che 
non erano nè del valore, nè della bellezza di 
queste, perciò intende e vuole che si tagli vie più 
l'ornamento di pietra, perchè possa mettersi a 
suo luogo questa porta bellissima. 

Da ultimo il Reverendo P. Custode del S. Con- 
vento accettò ed approvò i giudizi e le opinioni 
di questo consiglio, approvando nondimeno e 
lodando l'opinione e il consiglio della maggior 
parte, aggiungendo che si scriva per mezzo del 
Governatore al signor vice legato, perchè egli sia 
fatto certo della mente e volontà del S. Convento 
e lo preghi caldamente, che in difesa della sacra 
casa nostra si degni provvedere e mandare, ov- 
vero consultare due periti veridici, i quali appro- 
vino la deliberazione del S. Convento per poter 
rispondere ai calunniatori e maldicenti. 

E così fu risposto al prefato maestro Nicolò. 

Frate ALESSANDRO LEONI d'Assisi 

Scrittore del S. Convento. » 

Alla ragionevole provvisione del Custode se- 
guitò un ottimo effetto, perciocché d'ordine del 
vice legato che n'avea chiesto consiglio ad uomini 
pratichi dell'arte, fu vietato di nulla togliere alle 
antiche scolture: e così restò intatto il bel lavoro 
del secolo XIV. 



CAPTOLO IV. 303 



CAPITOLO IV. 
Fondazione della Cappella di santa Elisabetta. 

In un consiglio de' padri adunatosi il dì 24 set- 
tembre 155 1 nella presenza del vicario generale, 
maestro Giulio di Piacenza, tra le molte proposte 
che vi si fecero, una fu, che quei padri, i quali 
fossero investiti d'alcun benefizio, fossero tenuti 
di conferire al Convento una qualche parte dei 
frutti di loro benefizi. 

Addì 7 d'ottobre di quello stesso anno messer 
Galeazzo Filippucci, gentiluomo assisiano per sod- 
disfare ad legato del cavaliere Capogrossi, suo- 
cero suo, che voleva si facesse una cappella in 
S. Francesco e s'investissero cento scudi in beni 
stabili, pregò il capitolo de' frati, che volessero 
concedergli la cappella di S. Elisabetta: ed egli 
in nome della donna sua, figlia del prefato cava- 
liere e di donna Carmenta moglie del medesimo, 
sborserebbe il detto denaro, togliendone una pic- 
cola parte per far dipingere la cona dell' altare 
d'essa cappella, non alterando nè movendo in essa 
cosa alcuna senza gran considerazione e senza il 
consentimento dei detti padri. 

Fu conceduta a tale effetto la cappella di S. Mar- 
tino, dove fortunatamente non si fece alterazione 
alcuna. Ed oggi vi si cercherebbe invano la tavola 
che il Filippucci fe' dipingere per quell'altare, es- 



SECOLO XV r. 



sendo stata un secolo appresso surrogata da un 
quadro a olio della scuola di Ciro Ferri. 

In un altro consiglio adunato addì 4 dicem- 
bre 1560 fu deliberato di pagare alcune terre che 
il Convento avea comperate da Pietro Rossi, con 
gli argenti della sacristia, che più non servivano 
al divin culto, a condizione che le rendite annue 
di quelle terre si erogassero in comperare arredi 
e paramenti o qualunque altra cosa si richiedesse 
o fosse utile al culto. 

Per tal modo saviamente si provvedeva a render 
fruttifero ciò che di per sè non era più buono a 
verun uso. 



CAPITOLO V. 

Le opere del Doni in S. Francesco. 

Fioriva già da parecchi anni in Assisi un pit- 
tore di tutta quella eccellenza che era possibile 
mentre l'arte oggimai declinava per l'improvvida 
smania dell'imitazione dei sommi maestri, singo- 
larmente di Raffaello e di Michelangelo. Era costui 
Dono dei Doni, di nobil sangue, di onorati co- 
stumi, di maniere oltremodo cortesi, che nato in 
sul principio del 500, era cresciuto nella scuola 
de discepoli di Pietro, e fin dal 1530 operava in 
patria e fuori. Noi di questo insigne artista, che 



CAPITOLO V. 



molto s' adoperò alla conservazione delle antiche 
opere d'Arte della Basilica, non diremo se non 
quanto strettamente si riferisce al nostro tema. 

E primieramente, come altrove s' accennò, pel- 
le sollecitudini ed istanze di Dono, s'indussero i 
frati a far riparare le inventriate dipinte della Ba- 
silica ; e fu Dono che propose loro a tale uopo 
un maestro Nardo, di nazione francese. Ecco 
quanto ci resta nei documenti del nostro archivio 
di questo importante ristauro, cominciato nel 
maggio, e compiuto nell'agosto del 1562.. 

« Furono cavati di cassa fiorini dieci et dacti 
al baccelliero Iacomo per andare a trovare gli 
stimatori et maestri periti delle invitriate racconce 
da Mastro Nardo franzese dove trovar si potevano. » 

« Conto della fabbrica delle invitriate fatte per 
mastro Nardo franzese nell'anno 1562. 

In prima fu speso fiorini undeci et baiocchi vin- 
titre per conto delle invitriate, in diverse cose 
come appare per una lista venuta dal P. Custode 
et dalli PP. Computisti. 

E più furono spesi fiorini vintinove et baiocchi 
cinque per le medesime invitriate, in tavole, ferri, 
muratori et lavoratori et far ponti, si come fu 
veduto per una lista veduta dal P. Custode et 
dai PP. Computisti. 

E più furono dati per mano del procuratore dei 
Convento fiorini dugento cinquanta sei al sopra- 
detto mastro Nardo per sua fatica, si come fu 
stimato per periti maestri nell'arte et calculato 

'IO 



306 



SECOLO XVI. 



alla presentia di mastro Galieno sindico, del P. Cu- 
stode et di tutti i PP. del Convento. » 

La prima volta, che Dono fu chiamato a dipin- 
gere in S. Francesco, fu l'anno 1564, quando già 
tutta l'Umbria era piena del suo nome e delle 
sue opere. In un consiglio de'PP. raccolto il 18 di 
giugno frate Gregorio Perna assisano, custode 
del S. Convento propose modestamente, esservi 
persona che avrebbe fatto dipingere nel primo 
chiostro a sue spese le storie della vita di S. Fran- 
cesco, purché il Convento provvedesse alla spesa 
dell'intonaco alle volte e alle lunette. Il generoso 
che di suo penserebbe al resto, era appunto il 
buon custode. La proposta, com' era da credere, 
fu accolta lietamente, e Dono ancor più lieto di 
lasciare qualche opera sua in quel solenne monu- 
mento, s'accinse al lavoro. E qui siami lecito al- 
legarne la descrizione che ne lasciò lo storico 
d'Assisi altre volte citato, tanto più che per essere 
alcune storie ai dì nostri affatto perdute, non mi 
sarebbe altrimenti possibile indovinarne il sog- 
getto. 

« Facendosi Dono dal canto dei portici eh' è 
dalla banda di tramontana, vi figurò la nascita del 
santo; quando nel pregar che facea dinanzi al 
Crocifisso di S. Damiano, udì voce che gli coman- 
dava di riparar la chiesa cadente; quando in sogno 
gli è mostrato da Cristo un palagio ornato di 
scudi e bandiere crocesignate: la rinunzia eh' egli 
fè di tutti gli averi al padre suo dinanzi a Guido 



CAPITOLO V. 



vescovo che ne copre la nudità ; appresso quando 
Innocenzo III vede nel sonno Francesco sostenere 
il Laterano ; indi Onorio III che approva la regola 
dei frati minori; poi S. Francesco tratto in aria 
sur un carro di fuoco nella presenza de' suoi di- 
scepoli ; finalmente quando frate Leone orando 
con esso lui nella Porziuncola vede in ispirito il 
seggio glorioso apparecchiatogli in cielo. Con- 
dusse Dono queste nove storie a fresco, monocro- 
mate di giallo e d'azzurro, frapponendo a eia 
scuna in un tondo ad ogni peduccio della volta 
il ritratto di qualche illustre minorità, dove si 
scorgono arie di teste sì vive, e tanta limpidezza 
di colore, che meglio non si vede nella viva na- 
tura. Poi continuando l'opera nel lato del portico 
inferiore, eh' è a ponente, vi figurò l'anno mede- 
simo, il santo che caccia i diavoli d'Arezzo ; quando 
venuto innanzi al soldano di Babilonia si proferisce 
pronto alla prova del fuoco per chiarirlo della 
verità del V angelo ; il medesimo ratto in estasi 
nella selva prossima alla Porziuncola; l'istituzione 
della rappresentazione del presepio nell'eremo di 
Greccio ; poi quando Francesco disseta un vian- 
dante facendo scaturire acqua da una rupe; e 
quando predica agli uccelli ; la morte del duca di 
Celano predettagli dal santo ; finalmente quando 
egli ragiona dinanzi al papa e alla curia di Roma. 
Nelle quali storie si vede farsi migliore la maniera 
dell'artefice. Nella parte poi eh' è a mezzodì, fece 
r apparizione di S. Francesco nel capitolo d'Arli ; 



308 



SECOLO xvr. 



il miracolo delle Stimate ; appresso quando egli a 
tre compagni mostra le piaghe impresse in lui da 
Cristo; la benedizione ch'ei dà morendo alla pa- 
tria sua; e quando è, in sul trapassare, visitato da 
Giacoma, nobilissima donna degli Orsini ; il beato 
transito di lui da questa vita ; poi quando Giro- 
lamo, cavaliere assisano, dubitando della verità 
delle Stimate, vede e tocca le piaghe del morto 
corpo ; e quando è portato al monastero di S. Da- 
miano. Rimasa per non so qual cagione interrotta 
l' opera delle logge superiori, venne egli chiamato 
a dipingere in testa al refettorio grande di quel 
Convento un Calvario, che per vastità e terribilità 
d'invenzione fu tenuta cosa magnifica. Perciocché 
oltre alla moltitudine delle figure che trae seco 
di necessità quel soggetto, fecevi Dono un paese 
bellissimo all'intorno con fiumi, e selve e rupi 
e la città di Gerusalemme e il cielo abbuiato e 
tempestoso. » Ma questa che era la più grande 
opera a fresco, che fosse nel Sacro Convento, fu 
disfatta nel passato secolo, quando, fu tutto ri- 
messo a nuovo quel superbo salone. 

« Poco di poi, di commissione di frate Camillo 
dei Lizi, fu richiamato il Doni a seguitare i lavori 
delle logge: dove tenendo il modo medesimo dei 
disotto dipinse a chiaro scuro alternamente divi- 
sato di giallo e d'azzurro altrettante storie dei 
fatti di S. Francesco e di S. Chiara, tramezzan- 
dole di medaglie dentrovi le immagini degli uomini 
famosi dell' Ordine per dottrina e santità di vita. 



CAPITOLO V. 



309 



E valendosi nell'esecuzione dell'opera anco di 
Lorenzo suo figliuolo, vi figurò da prima S. Fran- 
cesco che seguita il Redentore per una aspra e 
stretta via essendo amendue carichi d'una grossa 
croce; allegoria molto propria- e leggiadra, per 
la quale si mostra, che questo miracoloso uomo 
fece in se ritratto della carità, povertà ed umiltà 
di Cristo. Segue poi quando esso santo gittasi 
nudo tra le spine; poi quando è da due angeli 
menato alla Porziuncola. E in quella che se- 
guita, ed è di maravigliosa bellezza, si vede il 
Salvatore a'prieghi della madre sua concedere a 
Francesco l'indulgenza del Perdono; appresso 
figurò quando Papa Onorio approva l' indulgenza 
predetta, che nelle tre prossime storie, è agli 
affollati popoli bandita solennemente prima dal 
santo, poi dai vescovi di Assisi, di Spoleto, di 
Perugia, di Foligno, di Todi, di Gubbio e di No- 
cera. Indi vedesi Francesco muovere incontro alla 
ferocissima lupa di Gubbio da lui ammansata; e 
dove ora è la porta della libreria, Dono figurò 
in sulla piazza di quella città il santo che ferma 
i capitoli della concordia tra la lupa e i cittadini ; 
e quindi il miracolo intervenuto ad un suo com- 
pagno, che volendo raccorre una borsa trovata 
per via, nello stender che facea la mano, vide 
uscirne un dragone. Segue altro miracolo, nel 
quale si scorge il santo sanare ad una femmina 
le mani attratte; poi quando restituisce ad una 
fanciulletta il lume degli occhi; indi quando fa 



SECOLO xvr. 



che si ritrovi il corpo d'un annegato ch'egli ri- 
torna a vita. Appresso si vede Francesco rad- 
drizzare un giovanetto storpio; e nella storia se- 
guente sanare un idropico, e similmente guarire 
un attratto nella presenza d'un vescovo; e il 
richiamare che fece tra i vivi uno rimasto op- 
presso dalla rovina di un muro. Quindi mirasi 
confermare la vocazione d'un novizio, che in 
assai bella attitudine gli sta innanzi ginocchioni; 
appresso è figurato esso santo quando col bacio 
sana ad un uomo di Spoleto una sozza piaga nella 
bocca. Seguita Francesco dinanzi ai priori di 
S. Severino, che cedono un luogo per la stanza 
dei frati, ed egli imprime coli' estremità della fune 
ond'è cinto, la figura di un serafino nella scritta 
della cessione. Seguita il prodigio del pane prov- 
veduto a Francesco ed a' suoi discepoli ; e chiu- 
dono l'ordine delle storie due miracoli di S. Chiara, 
cioè quando ella ributtò dal chiostro di S. Da- 
miaco i soldati di Federigo imperatore che gli 
davano la scalata ; e quando stretta dal pontefice 
a benedire la mensa, fece apparire sui pani che 
v' erano imbanditi, il segno della croce. Fu questo 
lavoro tenuto bellissimo rispetto alle invenzioni, 
dove sono partiti veramente maravigliosi e degni 
di qualsivoglia maestro di quell'età. E certo, 
quando nient' altro avesse il Doni operato, baste- 
rebbe a questo raccomandarne ai posteri il nome ». 

Ma dove questo artefice lasciò più durevole 
monumento della virtù sua, fu il cenacolo clic 



CAPITOLO V. 



l'anno 1575 fu chiamato a dipingere nel refettorio 
minore. Non possiamo dispensarci dal riferirne 
qui la descrizione che ne fa il più volte citato 
storico. 

«Rappresentò egli il solenne momento, che Cristo 
rivela ai discepoli il tradimento apparecchiatogli 
da uno di loro. Sta il Redentore seduto a mensa 
in mezzo a' suoi cari sotto un ricco padiglione di 
porpora; e mentre col braccio destro si stringe 
al seno Giovanni addormentato, leva la sinistra e 
colla faccia composta a serena mestizia, proffe- 
risce le terribili parole. All' intender le quali ve- 
desi il turbamento entrar negli animi di tutti, da 
Giuda in fuori, il quale seduto rimpetto a Cristo 
con cera cupa e disattenta rivolgesi verso i ri- 
guardanti. L'affetto che gli altri signoreggia si 
manifesta in guise diverse per gii atti di ciasche- 
duno; e Pietro con risoluto piglio e quasiché sde- 
gnato in udir così vile perfidia par chè renda certo 
il maestro suo, com'egli sia deliberato di non 
partirsene insino alla morte. Intanto Iacopo che 
dall'altra banda siede allato al Salvatore, recan- 
dosi con significazione d' alta maraviglia le mani 
al petto sembra domandargli se di lui possa es- 
sergli entrato in mente il sospetto di tanto co- 
darda scelleratezza. Negli altri più lontani è un 
interrogare, un rispondersi pieno di tanta sollici- 
tudine e di sì fatto spavento, che altrimenti non 
si vedrebbe nella natura viva. Nè al magistero, 
onde sono ritratte le passioni, cedono punto le 



312 



SECOLO XVI. 



altre parti di quest'opera mirabile, essendo le 
arie delle teste acconciamente variate e tutte no- 
bili ed attrattive, se ne togli solamente quella di 
Giuda, la quale ancorché naturalmente bellissima, 
rivela per l' aggrottar dei fieri occhi la disonesta 
bruttezza della fraude ch'egli cova nell'animo e 
che il fa inaccessibile al commovimento univer- 
sale. Bellissime sono altresì le vesti e ottima- 
mente piegate, nè l'opportuna distribuzione dei 
lumi e delle ombre lascia cosa alcuna a deside- 
rare in quest'opera ». 

In quell' anno medesimo ad istanza de' frati, che 
ai battuti di S. Stefano avevano conceduta la 
cappella di S. Ludovico, a condizione che la fra- 
ternità la facesse dipingere, fu al Doni allegato 
pel prezzo di scudi 400 anche questo grandioso 
lavoro. Onde messosi egli all' opera, colorì nelle 
quattro vele della volta le quattro Sibille e i 
quattro profeti maggiori con putti ignudi che re- 
cano in alcune cartelle le loro predizioni. Nella 
qual cosa 1' artista fece tal prova della virtù sua, 
che i posteri la credettero a torto opera di quel- 
1' Andrea di Luigi, che se si vuol credere a Giorgio 
Vasari, nella scuola di Pietro contrastò il primato 
al giovinetto Sanzio e fu soprannominato l' In- 
gegno. Ma il vero si è, che quella cappella sino 
al maggio del 1573 non era dipinta: e ciò risulta 
dal seguente consiglio: 

« Alli 12 de maggio 1573 furono congregati li 
Revdi maestri et padri del S. Convento dal Revdo 



CAPITOLO V. 



Custode, in sacristia dopo il celebrar della messa; 
et il Revdo Custode propose, come gli huomini 
della fraternità di S. Stefano volevano far de- 
pingere la cappella di Santo Ludovico a loro 
spesa, come appare per consiglio : et perchè non 
hanno tutto il bisogno, desiderano che li padri 
ci concorrano con sessanta fiorini in questa forma, 
cioè, che essi gli abbiano da scontare nell' ufFi- 
ziatura della cappella e fraternità, che sono do- 
dici fiorini 1' anno, computandoci peranco li due 
anni decorsi del 71 e 72, non avendo mai dato 
niente, a tal che noi riavremmo da servire il 73, 
74 e 75 appunto per iscontar tutti i fiorini 60. 

« Il partito piacque a tutti e non solo a voce, 
ma anche a ballotte segrete fu vinto e passato 
con condizione che si solleciti, e che da un lato 
ci sia santo Ludovico per non perdere il nome 
e la memoria di quello ill.mo Cardinal Gentile di 
Montefiore che la fece, e che habbiano da far 
le loro solite funzioni et ofiizi come sono tenuti 
per contratto, e dar le solite elemosine e pietanze 
per la festa di S. Stefano e per il dì dei morti. » 

Compiuta eh' ebbe dunque il Doni la pittura 
della volta, dipinse nel lato destro la storia della 
disputa, dove nella grande aula della sinagoga 
figurò in alto il diacono Stefano, che tra la mol- 
titudine de' giudei espone le scritture sante, espri- 
mendo assai propriamente nel volto di quel diacono 
la sicurezza, che suole accompagnare gli apostoli 
confortati dallo spirito di Dio t e nelle facce dei 



SECOLO XVI. 



dottori e degli scribi lo stupore e l' ira del ve- 
dersi confondere. Neil' ultima figura a man destra 
di questo affresco, Dono volle lasciarci il proprio 
ritratto, come vi si vede ancora, vestito di bigio 
e già notabilmente avanzato d' età e d' un' aria 
di volto tra il grave e 1' affabile. Sull' arco, che 
mette alla nave, fece poi la cacciata del santo da 
Gerusalemme, dove il santo, preceduto da una 
schiera di fanciulli, si vede furiosamente sospinto 
da' giudei fuori della porta di Gerusalemme, per 
essere condotto al luogo del supplizio. Finalmente 
nella parete sinistra si mira l' invitto diacono ginoc- 
chioni in mezzo a un vasto campo e con gli occhi 
levati verso il cielo, mentre la crudel moltitudine 
a dritta e a manca vien lanciando sassi contro 
di lui. Sul canto destro il giovane Saulo custo- 
disce le vesti dei lapidatori e sta notando l' in- 
trepidezza del martire. Intanto sul suo capo si 
sono aperti i cieli, e wStefano contempla Cristo 
sedente alla destra del padre nella gloria dell' em- 
pireo, donde calasi a volo un putto bellissimo, 
che presenta al santo diacono la palma della 
vittoria. 

Le descritte istorie furono dal Doni eseguite 
negli anni 1574 e 75, cioè quando era egli già 
vecchio; ed è maraviglia che in quell'età, in cui 
gli artefici o smettono di lavorare, od appari- 
scono inferiori a se stessi egli riuscisse a far cose 
di tanta eccellenza. E qui dobbiamo correggere 
un errore dello storico d'Assisi, il quale scrisse, 



CAPITOLO V. 



3*5 



essere stato il cenacolo del refettorio minore 
V ultimo lavoro del Doni ; laddove dal confronto 
delle date appare manifesto che il cenacolo era 
già compiuto nel 1573, cioè in quell'anno appunto 
in cui i frati di S. Francesco cedendo alla frater- 
nità di S. Stefano le limosine di cinque anni coo- 
peravano alla deliberazione della dipintura di 
questa cappella. Ma v'è un'altra ragione e di 
maggiore evidenza, che mostra la posteriorità di 
questi affreschi; l'essere cioè rimasto incompiuto 
nella parte inferiore delle pareti della cappella 
di S. Stefano l'ornamento pittorico a cagione 
della morte dell'artista, seguita il 17 giugno 
del 1575. Ecco perchè vi si cercherebbe invano 
l' imagine di S. Lodovico, alla quale il pittore avea 
riserbato uno degli scompartimenti inferiori. 



CAPITOLO VI. 

Salutari effetti della riforma iniziata dal 
sacro concilio tridentino. 

I buoni effetti cagionati dalle savie delibera- 
zioni del concilio di Trento non tardarono a ri- 
conoscersi nel gran Convento di S. Francesco, e 
il lettore potrà rilevarli dall'esame dei documenti 
che noi verremo esponendo nel presente capitolo. 
Primo ad offrircisi è quello delle dimostrazioni 



SECOLO xvr. 



d' allegrezza seguite qui quando Felice Peretti, già 
ministro generale, fu promosso agli onori della 
porpora. 

« ijyo a dì 24. di maggio. 

Congregati li Revdi PP. del S. Convento in Sa- 
crista dopo desinare, il Revdo P. Commissario 
propose, che avendo la religione avuto questa 
felice nova della creatione di Monsig. Illmo e 
Revmo Montalto, ben saria empio chi non se 
rallegrasse et non mostrasse l' allegrezza con se- 
gni esteriori. Et ancorché tutta la religione lo 
debba fare, particolarmente lo deve fare questo 
S. Convento, si per esser capo, et si anco perchè 
Sua Signoria Illma è padre della S. Casa, et ral- 
legrarsi et mostrar manifesta l' allegrezza con par- 
ticolari segni d'amorevolezza coll'ufriziarlo perso- 
nalmente et con particolari ricognizioni ; et che 
si determini per loro P. Revde la ricognizione et 
chi la deve portare. Sopra de questo furono fatti 
molti discorsi et ragionamenti, nondimeno alla 
fine fu fatta questa determinazione, che Monsig. 
Illmo Montalto si visiti in nome della S. Casa et 
si recognosca et a questo effetto furono eletti il 
P. Commissario et il P. M. Sisto con ordine che 
visitino sua S. Illma e la recognoschino del pre- 
sente della valuta di cinquanta scudi. » 

Questa deliberazione, eseguita qualche mese 
appresso, fu gratissima a quell'austero e severo 



CAPITOLO vr. 



Z l 7 



porporato, e n'è testimonio la lettera seguente 
da lui stesso indirizzata ai nostri Padri. 

« Revdi miei Carissimi. 

Ho veduto volentieri il P. F. Cristoforo tanto 
maggiormente per amor vostro, ai quali non so- 
lamente come a uomini di cotesta casa, a cui sono 
afTezionatissimo, ma anco in particolare desidero 
fare ogni piacere. Ho conosciuto il buono animo 
vostro et ve ne ringrazio insieme et l'onor della 
casa mi starà sempre a cuore. Piaccia a Dio 
darmi occasione ch'io possa mostrarlo con l'opera 
et se conoscerete che io sia buono a cosa alcuna 
per suo benefizio, mi farete piacere a darmene 
avviso con che mi vi orTero et raccomando alle 
vostre orazioni. Che Dio vi faccia salvi. 

Pi Roma li io di marzo 1 571 . 

Vostro amorevole di cuore 
IL CARDINALE DE MONTALTO. » 

« 7570 addi 20 di giugno. 

Fu tenuto capitolo dal P. Custode Francesco 
Balestracelo da Piacenza, il quale, presenti i sin- 
dachi del Convento, lesse alquanti capitoli da lui 
scritti sul buon governo della infermeria e spe- 
zieria del S. Convento. 



SKCOl.O XVI. 



Addì 3 luglio per deliberazione del capitolo fu 
chiamato Dono dei Doni a dipingere nella facciata 
del S. Convento, dove era l'arma di Leone X, gli 
stemmi del cardinal Montalto, del pontefice Si- 
sto IV, del cardinal protettore e del papa allora 
sedente. 

Addì 5 luglio il Revdo. P. M. Balestracelo da 
Piacentia regente et commissario del Revdo P. Ge- 
nerale in questo S. Convento dopo desinare con- 
vocò in Sacristia tutti li padri del Convento et 
ser Giovammaria Confidato sindico, et Gioacchino 
Melula nostro procuratore per trattar seco cose 
pertinenti alla S. Casa, et quivi propose le infra 
scritte cose : 

1° Il gran danno che patono i lochi del S. Con- 
vento, poi che si vede piover per tutto e non 
farvisi provvisione alcuna ; che si determini quel 
tanto che si dovrà fare ; al che fu risposto che ci 
si dia rimedio ; et perchè, nè il Convento nè li 
superiori sieno imputati di negligentia, si trovi un 
lombardo e gli si dia la cura di tutti li tetti tanto 
della Chiesa quanto del Convento, tutto con sa- 
lario conveniente. Così fu eletto Maestro Piero 
con provvisioni di dodici fiorini l'anno ec. 

Addì ió de luglio. Congregati li Padri, il Revdo. 
P. Custode tenne discorso sopra l'intimazione 
venuta da S. S. sopra li beni delle chiese, occu- 
pati, et particolarmente sopra li beni che ci ten- 
gono occupati li heredi, del Conte Cesare de 
Fluminibus con dire che questa è un' occasione da 



CAPITOLO VI. 



non perdere. Al che fu risposto, che se recercasse 
con ogni istantia et particulariter con li detti 
heredi si cercasse con ogni urbanità, et che si ha 
a negotiar questo fatto con messer Sperello ec. » 

V'era insomma sollecitudine d'ammendare la 
negligenza passata e questo amore del bene co- 
mune mostra chiaramente che tacevano in cia- 
scuno i rispetti della privata utilità. 



CAPITOLO VII. 

Il nuovo tabernacolo del Sacramento. 

Fin dal novembre del 1565 messer Ottaviano 
arcivescovo di Palermo scriveva al custode di 
S. Francesco, che intendea fare a sue spese un 
tabernacolo per l' aitar maggiore del sotterraneo 
a fine di custodirvi degnamente il corpo di Cristo: 
cercassero i padri un artefice idoneo ; egli se ne 
.starebbe alla loro elezione. Fiorivano allora nella 
vicina Perugia due grandi artisti, Galeazzo Alessi 
architetto, e Vincenzo Danti scultore. Su costoro 
posero l'occhio i frati del S. Convento, deliberati 
d'averne dal primo il disegno e di allogarne al 
secondo il lavoro. Ed è bello vedere con quanta 
riverenza venissero in quell' età riguardati i cultori 
delle Arti gentili. 



320 



SECOLO xvr. 



« 1570 addi 26 de novembre. 

Il Revdo P. Custode, dopo che fu desinato, et 
rese le gratie et levate le tavole, chiamò a con- 
siglio in un lato del refettorio tutti li maestri et 
padri del S. Convento et dichiarò et notificò come 
era venuto messer Galeazzo architettore per dar 
fine all' opera del tabernacolo del santissimo corpo 
di Cristo. N. S. pregando con lungo discorso loro 
P. Revde. che si spogliassino d'ogni passione et 
solo attendessino di far cosa laudevole qual fussi 
in onore di Dio et satisfazione de tutti, et che vo- 
lessino determinar quel che si dovesse fare. Im- 
perciocché la mente sua è buona, nè intende far 
altro, se non quello che sarà beneplacito delle 
loro P. Revde. 

Fu risposto da tutti uno per uno vivo vocis 
oraculo et con allegrezza, con dir di tutti che 
gioivano sommamente della venuta di quest'uomo ; 
et acciò si dicessi cosa degna de loro, che in tutto 
e per tutto se remettono liberamente a tutto 
quello facessi et dicessi messer Galeazzo, nè altro 
vogliono, se non quello giudicassi Sua Signoria, 
con speranza ferma che egli non faria se non cosa 
degna di lui. 

E 1' aspettazione non fu delusa. Il taberna- 
colo per eleganza e ricchezza d' invenzione e pel 
magistero onde fu eseguito dal Dante, riuscì bel- 
lissimo ; e tale sarà pur sempre giudicato da 
chiunque sappia pregiare il buono di qualunque 



CAPITOLO VII. 



3 2I 



età, non ostante l'ingiusta sentenza di chi a' dì 
nostri lo volle rimosso dal luogo suo e confinato 
nel più oscuro angolo della Basilica. 

In questo stesso consiglio ilP.M. Vittoriano d'As- 
sisi protestò di donare al S. Convento cinquanta 
scudi d' oro eh' egli avea prestati pel dono fatto al 
cardinal Montalto, e poiché era già morto T arcive- 
scovo palermitano, promise di fare del suo la 
spesa del nuovo tabernacolo e di voler riparare 
tutte le chiese dipendenti dal S. Convento. 

Lo stesso giorno dopo vespro. 

In sagristia di nuovo si congregarono tutti li 
Padri per espedire il sopraddetto negozio, dove 
anche intervennero li nostri signori sindici, cioè 
messer Gallieno Vigilante, messer Pomponio Bo- 
nacquisti, messer Cesare et messer Gianmaria 
Confidati et il molto magnifico messer Galeazzo, 
et fu fatto un lungo discorso sopra questo ne- 
gozio del tabernacolo ; et di nuovo confermarono 
li padri quanto di sopra si era detto ; conferma- 
rono cioè che in tutto e per tutto si rimettevano 
a S. S. et che non volevano giudicare nè fare 
altro se non tutto quello che giudicava et faceva 
S. S. Et questo istesso fu confermato dalli signori 
sindichi, ecc. 

Addì 8 del gennaio seguente « Il Revdo P. Cu- 
stode congregati in sacristia i Padri e li quattro 
Sigg. Sindici del Convento, propose come era 
venato messer Galeazzo architettore con li desegni 

2 1 



322 



SSCOLO XVI. 



del tarbenacolo et che loro determinassino quel 
tanto gli paressi. Fu risposto a una voce: tutti 
confermavano quello che fu ordinato nel capitolo 
fatto addì 26 novembre 1570, et che hora essendo 
venuto S. S. con li desegni, se facesse 1' elezione 
del desegno secondo il giudizio di Sua Sig. et che 
fatta 1' elezione, si facessi anco il contratto nella 
persona di S. Sig. acciò che S. S. avessi 1' honore 
del tutto ». 

Così per V ottima scelta dell' artefice, e per 
la ragionevole fiducia, che in lui posero i padri, 
riuscì il nuovo tabernacolo degno di chi l' ideò, 
di chi 1' eseguì, e del luogo ove fu collocato. 



CAPITOLO Vili. 

Gli ultimi anni del secolo XVI. 

Poco di memorabile offre lo scorcio del cinque- 
cento. Ecco in brevi tratti quel che ce ne serbarono 
le scritture locali. L' anno 1583 troviamo ricordata 
la prima volta la fraternità dell' immacolata Con- 
cezione, che aveva il proprio altare dove è l' ima- 
gine di nostra Donna dipinta da Giovanni Ci- 
mabue nel sotterraneo. Addi 2 gennaio dell' anno 
predetto venne essa aggregata con diploma del 
cardinale Alessandro Farnese all' archiconfrater- 
nita dello stesso titolo, fondata in Roma nella 
Basilica di S. Lorenzo in Damaso e fatta parte- 



CAPITOLO Vili. 



cipe di tutte le concessioni di papa Paolo III, 
confermate poi da Giulio III. 

Intorno a quel tempo fu fatto al medesimo al- 
tare un dossale di legno intagliato e messo ad 
oro con la statua di terra cotta dell' Immacolata; 
che furono i primi saggi delle appendici barocche, 
che lungo il secolo seguente si vennero appic- 
cando agli altari della chiesa inferiore. 

L' anno precedente il cardinale Guastavillani 
scriveva addì 21 aprile da Roma al vescovo di 
Assisi, Gio. Battista Brugnatelli da Bibbiena, fa- 
cendogli sapere che il pontefice annuendo al- 
l' istanza del Custode di S. Francesco, aveva con- 
cesso facoltà d' ascoltar confessioni al tempo del 
Perdono a tutti i frati che accorrevano al S. Con- 
vento, dappoi che il numero de' sacerdoti della 
città era scarso rispetto alla moltitudine de' po- 
poli che vi traevano in detta occasione. 

Due anni appresso ad intercessione del mede- 
simo cardinale Roma piegavasi ad una più sin- 
goiar domanda: che cioè potessero le gentildonne 
essere alloggiate al tempo del medesimo Perdono 
nella foresteria del S. Convento. Ecco la lettera 
con che se ne dava avviso al P. Custode: 

c Molto Revdo Padre. Ho supplicato N. S. se- 
condo il desiderio vostro a contentarsi, che le 
signore et gentildonne che verranno a cotesta 
devozione così al tempo del perdono d' Agosto 
come negli altri tra 1' anno per l' incomodità che 
è costì delle hosterie, possino alloggiare et per- 



3 *4 



SECOLO XVI. 



nottare ancora nella infermeria et foresteria di 
cotesto Convento, senza in corso di scomunica 
e censura alcuna così per le donne, come per li 
padri. Di che essendosi S. S. contentata benigna- 
mente, quando però sia vero che detti luoghi 
sieno fuori della clausura et che quando vi sa- 
ranno le donne, non vi capitino frati; ho voluto 
farglielo sapere acciò stiasi sicuro, che in quello, 
che posso fare servigio a cotesto Convento, lo 
farò volentieri et per fine mi vi raccomando di 
cuore 

Di Roma li XXX di luglio 1584 

IL CARD. GUASTA VILLANI. » 

Più degna di nota è l' istituzione dell' archicon- 
fraternita de' cordiglieri, fatta allo aitar maggiore 
del nostro santo dal pontefice Sisto V con bolla 
data di Roma addì 18 novembre 1585. Nella qual 
bolla Sisto concesse indulgenza plenaria a tutti 
coloro sì maschi come femmine il dì dell' entrata 
loro in quel sodalizio e nel punto della morte, 
nonché tutti i privilegi e le indulgenze concedute 
dai romani pontefici all' archiconfraternita dei 
gonfalone di nostra Donna in S. Lucia di Roma, 
e le spirituali prerogative prodigate dalla sede 
apostolica all' Ordine minoritico. 

L' anno seguente poi con altra bolla data si- 
milmente di Roma addì 9 maggio approvò l' isti- 
tuzione fattane già dal ministro generale de' Mi- 



CAPITOLO Vili. 



325 



nori Conventuali, dichiarando 1' archiconfraternita 
d' Assisi prima di quante altre se ne fossero fon- 
date o di poi se ne fonderebbero nelle chiese non 
pur dei Conventuali, ma anche dei Cappuccini e 
degli Osservanti. 

Oltre a queste provvisioni spirituali, parve quel 
papa darsi anco pensiero di fornire d' alcun nuovo 
provento la famiglia de' Conventuali d'Assisi. Ma 
o non ebbe altrimenti effetto la cosa o fu qual- 
che largizione temporanea. Di tal mente di Sisto V 
fa testimonio la seguente lettera del suo pronipote. 

« Revdi Padri — La Santità di N. S. si ricorda 
di voi e vi porta affezione ed ha dato ordine al 
S. Cardinal Gaetano Camerlengo che le parli per 
trovare via et modo di provvedere alle vostre 
necessità. Voi potrete far dire una parola dal 
Vostro procuratore a S. S. lllma. Et intanto pre- 
gate Dio per la lunga e felice vita di S. Beati- 
tudine. 

Di Roma alli 3 di dicembre del 1588 

ALESSANDRO CARD. MONTALTO. » 

All'anno 1597 una lettera del Cardinal Cusano 
protettore dell'Ordine, rivela il lento e faticoso 
lavorio della riforma incominciata, ma non com- 
piuta nel seno della famiglia minoritica. Scriveva 
egli da Roma al ministro Provinciale residente in 
Perugia che la cagione, che aveva mosso il sommo 
pontefice a vietare che si ricevessero novizi, era 



SECOLO xvr. 



stata perchè si trovassero alcuni luoghi dove si 
osservasse la vita comune, levati via tutti gli 
abusi introdotti contro l'osservanza regolare ed 
i decreti del S. Concilio. Et ivi si facessino i No- 
vizi, di donde poi passassero dopo la professione 
negli altri Conventi del medesimo loro istituto, e 
così pian piano senza strepito si ristorasse quella 
Religione così insigne donde son nate l'altre os- 
servanze. Et ancorché il P. Generale abbia per 
ciò con laudabil zelo et prudenza fatti molti de- 
creti et molti ordini opportuni ricevuti dai padri 
ministri di cotesta provincia, tuttavia non se ne 
vede ancora la executione. Tornava quindi a pres- 
sare pel pronto adempimento di quegli ordini, 
minacciando l'intervenzione dell'autorità pontifi- 
cia, se mai si perseverasse a frapporre indugi: e 
comandava che si desse pubblica lettura a quella 
lettera in ogni convento a fine di confortare i 
buoni nel loro proposito e di piegare i renitenti 
a più sano consiglio. 

Una laguna nelle deliberazioni del S. Convento 
ci impedisce di conoscere l'effetto di così giusta 
ammonizione. 

1597 addì 15 dicembre il Revdo, P. Custode 
fece radunare in cancelleria tutti i Revdi. Maestri 
ed altri PP. del S. Convento deputati, et ragionò 
della cappella di S. Maria Maddalena se doves- 
sero concederla al signor Gio. Battista Castelli 
da Terni, volendo S. S. farla accomodare ; et per 
quanto se ne ricercava fu concluso che se li do- 
vesse dare non essendoci impedimento. 



CAPITOLO Vili. 



3 2 7 



Ma d' assai breve durata fu tale concessione, per- 
chè l'anno 1599 Federico Cesi, duca d'Acquasparta 
scriveva in questi termini ai frati del S. Convento. 

« Molto Revdi. Padri. > 

Io tengo la medesima volontà circa la cappella 
detta della Maddalena in cotesta S. Chiesa e 
quella del S. Francesco che ho altre volte signi- 
ficato alle PP. VV. dimodoché in risposta della 
loro non posso dir altro se non che io l'accetto 
per mia e la farò riconoscere per tale tuttavolta 
che n' arò la concessione in buona forma, per 
la quale mando M. Felice portatore di questa. Le 
prego a continuar la memoria di me nelle loro 
horazioni et hora in particolare raccomando li 
miei figli, li quali stanno in buona parte mal di- 
sposti. Offerendomeli per fine di tutto cuore. 
Di Roma li 10 d'agosto 1599 

come fratello 
F. DUCA D'ACQUASPARTA. » 

Manco male che le riparazioni e gli ordinamenti 
fattivi dai nuovi padroni non riuscirono menoma- 
mente a danno dell' antico. Eppure in quel secolo 
il disprezzo del medio-evo giva del pari con l'ido- 
latria delle Arti italo-greche ; e il Vasari, biografo 
e panegirista di Giotto e dei giotteschi, faceva in 
S. Croce di Firenze dar di bianco sui loro dipinti, 
e alle pareti da essi istoriate appoggiava senza 
scrupolo i dossali de' suoi nuovi altari. 



SECOLO XVII 



capitolo r. 



Primi rapporti tra la Spagna 
e il S. Convento. 



D UN secolo scaduto, e che pur tentava 
rilevarsi, un altro ne succede, in cui si 
compie, per quanto il consentivano le 
condizioni mutate, quella ristaurazione morale: 
tantoché in questo medesimo santuario vedremo 
tr.a breve fiorire uno de' più splendidi luminari, 
di cui si onori la famiglia dei Minori Conventuali: 
dico Giuseppe da Copertino, mirabile pe' suoi 
rapimenti e scritto nel numero dei santi. Ma in 
tanto le Arti più che mai si pervertivano, mentre 
insieme cresceva la voglia dell' adoperarle a sfog- 
gio di magnificenza e a decoro di culto divino: 
onde la più parte delle vecchie basiliche si tra- 
sformava, si travestiva, tanto perdendo dell' au- 
gusta severità primitiva, quanto acquistavano di 
fucata appariscenza. Sicché è da ringraziar Dio 



33 2 



SECOLO XVII. 



che mentre i più venerandi Templi d' Italia erano 
così piamente manomessi, la Basilica francescana, 
salvo ben poche e lievi aggiunte, andasse immune 
da quel deplorabile naufragio. 

Ora noi nel proseguire la storia del glorioso 
monumento accorgendoci della scaduta impor- 
tanza delle cose che ci restano a narrare, sorvo- 
leremo su questo e su due secoli seguenti con assai 
maggior rapidità che fatto abbiamo insino ad ora. 

Ripigliando pertanto la narrazione interrotta, 
ci si fa prima innanzi una pratica tra i frati del 
S. Convento e Filippo III re di Spagna, condotta 
da un operoso lor confratello, Filippo di Vigevano. 
Costui propostosi di volgere a profìtto del nostro 
Santuario la pietà e munificenza di quel monarca, 
non dubitò di recarsi in persona a Toledo; e colà 
seppe così efficacemente adoperarsi, che ottenne 
dal re lo splendido regalo di quattromila ducati 
da cavarsi dalle gabelle del reame di Napoli. Noi 
qui rechiamo il diploma, che se ne conserva nel 
nostro archivio. 

« Don Filippo per la gratia di Dio re di Ca 
stiglia, d'Aragona, delle due Sicilie, di Ierusalem, 
di Portogallo, di Navarra, di Granata, di Toledo, 
di Valentia, di Galitia, di Maiorica, di Siviglia, di 
Sardegna, di Cordova, di Corsica ecc. all' illustris- 
simo Don Fernando de Castro conte di Cenies, 
nostro viceré, luogotenente e capitano generale 
del regno di Napoli salute e dilezione. 

Havendo rispetto alla molta religione et attac- 



CAPITOLO I. 



333 



caraento, con che vivono il guardiano e i frati 
ilei Beato S. Francesco d'Assisi et che riguardo 
al molto numero dei religiosi, che stanziano et 
concorrono in quella santa casa della detta et 
altre religioni, a visitare il corpo del beato glo- 
rioso santo, gli occorrono molte spese et patir 
molte necessità ; ho reputato bene in aiuto et 
commodo di quella, et per la fabbrica del dormi- 
torio nuovo, che desiderano fare nel detto moni- 
sterio per maggior commodità dei religiosi, che 
ivi accorrono nel tempo del Giubileo, di far loro 
gratia et mercede, per via d'elemosina, di quattro 
mila ducati per una volta tanto, sopra V entrata 
de' vini et legumi di cotesto regno. Per tanto per 
tenore delle presenti, di mia certa scientia, deli- 
beratatione et volontà et per la mia autorità ve 
ingiungo et comando che prendiate et diate opera, 
che a detto guardiano, frati et convento del detto 
monasterio di S. Francesco d'Assisi, o al loro 
legittimo procuratore si paghino et soddisfacino 
li detti 4000 ducati, de' quali, come ho detto, gli 
ne ho fatto gratia per via d'elemosina per una 
volta tanto : et per avere a servire detto danaro 
per cosa di tanta pietà et per servizio di Nostro 
Signore, io lo havrò molto accetto da voi; che 
così si mandi ad esecuzione. 

Di Toledo ai 28 di marzo 1000. 

YO EL RE Fi » 

Grati i Padri del S. Convento al loro interces- 
sore, nel capitolo tenuto addì 10 novembre 1600 



334 



SECOLO XVII. 



deliberarono che Frate Filippo non solo fosse 
ristorato delle spese per loro sostenute, ma fosse 
altresì dichiarato e riconosciuto Padre del S. Con- 
vento. Ebbero però da passare parecchi mesi ed 
anni prima che s'ottenesse la limosina predetta. 
Il dì 15 ottobre del 1602 il Custode era avvisato 
per lettera da messer Marino di Celano, che se 
i padri si contentavano di perdere cinquecento 
scudi, un gentiluomo s'obbligherebbe di far pa- 
gare i tremila: e la dura condizione fu accettata. 
Contuttociò addì 9 febbraio 1609 la somma si 
aspettava ancora. 

Nondimeno in un consiglio del 17 aprile del- 
l' anno precedente apparisce già cominciata la 
fabbrica del nuovo dormitorio, cioè della foresteria 
nuova, la quale fu ideata e condotta con insolita 
magnificenza, e vi si fecero dal lato di mezzodì 
appartamenti che anche oggi possono dirsi molto 
belli ed agiatissimi. E ben si vede quivi l'effetto 
della deliberazione presa in un consiglio de' padri 
il 18 giugno 1605, che quella fabbrica fosse fatta 
col giudizio d' uomini periti, massime per li abbel- 
limenti e prospettive del salone detto il palazzo. 



CAPITOLO IL 

Il nuovo reliquiario del Santo Velo 
e l'altare delle reliquie. 

Il velo di Nostra Donna, principalissima tra le 
sacre reliquie della Basilica francescana, venne 



capitolo ir. 



335 



custodito per più secoli in un cofanetto d' avorio, 
tutto intagliato a graziose figurine. Ma non appa- 
gandosi di questo cimelio il fastoso 600 si pensò 
di provvedere all' uopo un' urna di prezioso me- 
tallo. In un consiglio del 2 giugno 1603 leggiamo: 
«Attesoché la granduchessa di Toscana abbia 
fatto scrivere al Padre Custode che ella vuol fare 
il tabernacolo del Sacro Velo et pregato le si 
mandino i modelli; fu concluso che si scrivesse al 
P. Custode di S. Croce di Fiorenza, e poi si man- 
dasse uno a posta. » Ciò non ostante, rimasta senza 
effetto la cosa, l' anno seguente fu questo pio 
divisamento adempiuto da un' altra nobilissima 
donna. Addì ultimo di luglio 1604, il P. Custode 
propose in capitolo, se si doveva concedere alla 
111. ma et Ecc.ma madonna Camilla Peretti la cap- 
pella di santo Stanislao acciò la faccia adornare 
e fabbricare per collocarvi il Sacro Velo di Maria 
Vergine et l'altre sacre reliquie. 

Fu concluso da tutti a viva voce, non gli si 
habbia a dare, perchè detta cappella è in posses- 
sione dei signori Sperelli, che attualmente la fanno 
omziare sì bene, ma che gli si concedesse un'al- 
tra cappella. 

E le si concesse in effetto quella di S. Gio. 
Battista, dove con tutta la buona intenzione di 
migliorare l' adornamento della chiesa, fece quella 
signora innalzare un dossale di marmo sul gran- 
dioso affresco della crocifissione di Pietro Caval- 
lini, che fu il maggiore dei vandalismi commessi 
qui a danno dell'arte in quello sciagurato secolo. 



3 3 6 



SECOLO XVII. 



CAPITOLO III. 

Tentativi per ritrovare il sepolcro 
di S. Francesco. 

Non ostante le mille testimonianze degli storici 
c delle stesse bolle papali, da cui rilevasi chiara- 
mente, essere stato il corpo del S. Patriarca se- 
polto sotto l'aitar maggiore del sotterraneo, erasi 
levato intorno a ciò qualche dubbio da chi per 
astio amava far le viste di discredere quello di 
che niuno dubitava. 

Mosso da questa cagione il custode del S. Con- 
vento, aveva all'insaputa di tutti, cominciato a 
tentar qualche scavo nella fiducia di sbugiardare 
col fatto i contraddittori. Ma la cosa non potè 
condursi così celatamente, che non ne giungesse 
qualche sentore in corte di Roma : e il cardinal 
Borghese d'ordine del sommo pontefice spediva 
al Custode la seguente lettera: 

« Molto Revdo. P. Custode. 

Nostro Signore ha inteso con suo dispiacere 
che si fosse incominciale a cavare costì per tro- 
vare il luoco dove riposa il corpo di S. France- 
sco: e come vuole che ogni persona se ne astenga 
da qui innanzi, ancorché si esibissero brevi par- 
ticolari con i quali si concedesse licenza di cavar 
Reliquie etiam insigni et in qualsivoglia luogo 



CAPITOLO III. 



337 



murato, quando non si facesse espressa menzione 
del corpo di S. Francesco ; così ha dato commis- 
sione a me di fare intendere la sua mente a V. R. 
anzi di commettere a lei stessa in nome suo, ne 
faccia un'assoluta proibizione ai frati del Convento 
sotto gravissime pene ; e sappiano tutti, che quelle 
lettere sole hanno da valere, che saranno firmate 
di mano di Sua Santità et con la condizione 
di sopra. Per osservanza inviolabile di questo re- 
gistrerà V. R. la presente nel libro magistrale del 
Convento, che qui fra tanto prego Iddio che la 
-conservi. 

Di Roma li XYI1I di agosto 1607. 

al piacere di V. R, 
IL CARDINALE BORGHESE.» 



CAPITOLO IV. 
Altre notizie del primo decennio. 

L'anno 1607 P er deliberazione del consiglio 
comunale d' Assisi essendo stata conceduta al 
S. Convento una notabile quantità d'acqua, venne 
da Perugia, mandatovi dal vicelegato papale, 
maestro Valentino Martelli a dirigere la costru- 
zione del nuovo acquedotto, che rifornisce peren- 
nemente le fonti del vasto edifizio. E in tale 
occasione l' architetto medesimo diede il disegno 
della loggia che è all' angolo sud-est della fac- 
ciata della Basilica, da dove si mostra ogni anno 

22 



SECOLO xvn. 



il lunedì di Pentecoste il sacro Velo di Maria 
Vergine alla devota moltitudine. 

In quest' anno ci occorre un bel documento. 
Esso è una lettera di Francesco Maria II della 
Rovere, ultimo duca d' Urbino, con la quale quel- 
l' ottimo principe ringrazia i padri del S. Convento 
dell' allegrezza da essi presa della nascita d' un 
figliuolo : 

« Molto Rcvdo. P. Custode. 

io stimo assai 1' amorevolezza di V. R. e di 
tutti i FP. del S. Convento, vedendo massima- 
mente che si compiacciono d'esercitarla nelle loro 
orazioni per bene della persona et casa mia, la 
quale come è stata sempre affetionata e devota 
a quel sacro luogo, così possono essere sicuri che 
tanto maggiormente sarà per 1' avvenire con la 
grazia che il S. Iddio è restato servito di conce- 
derle della sua conservazione. Frattanto rendo 
grazie alla V. P. e a tutti gli altri Padri del piacere 
che mi scrivono averne preso et prego S. D. Mae- 
stà che a loro ancora conceda ogni soddisfazione; 
alle orazioni de' quali raccomando me stesso et 
questa casa. 

Di Urbino li 18 d'agosto 1507. 

al piacere della P. V. 
IL DUCA D' URBINO. » 

Nè questo è, come vedremo, l' ultimo ricordo 
di quella che potè dirsi la più virtuosa tra le fa- 
miglie principesche d' Italia. 



CAPITOLO IV. 



339 



In un capitolo tenuto addì 15 novembre 1608 il 
Custode propose ai Padri « se si contentavano, che 
si mandasse a Roma a pigliare il pallio dell'altare 
di S. Francesco, fatto da papa Nicolò, quale fu 
dato in mano dell' Eccellentissimo duca d'Acqua- 
sparta per farlo racconciare, e tutti si contenta- 
rono che si mandasse. » S' era dunque conservato 
insino a quel tempo il prezioso arredo, e si prov- 
vedeva tuttavia a conservarlo. Oggi si cercherebbe 
invano un frammento solo de' tanti ricchissimi 
paramenti, donati alla Basilica da cardinali e da 
sommi pontefici nei primi secoli di sua vita ! 

L'anno 1609 per la liberalità di Frate Ignazio 
Vanzini d'Assisi, custode allora nel S. Convento, 
furono chiamati il cavalier Cesare Sermei d'Or- 
vieto, scolare del Nebbia, e Girolamo Martelli 
d'Assisi, valente discepolo del Domenichino a 
dipingere a fresco la cappella di S. Antonio da 
Padova, dove i due artisti condussero insieme due 
storie grandi, e il Martelli altre quattro minori 
della vita e dei miracoli di quel santo, che rispetto 
all'età, riuscirono commendevoli. 



CAPITOLO V. 
Altre notizie sino all'anno 1639. 

Continuava intanto l'opera della riforma disci- 
plinare, e venivano preposti al S. Convento uo- 
mini rigidi, che a poco a poco ne svellevano gli 



SECOLO XVII. 



abusi, e che non di rado spiegavano una salutare 
severità. 

Il Custode, maestro Giandomenico, dava della 
scure nelle radici della mala pianta. Raccolti il 
27 aprile 1613 in sacristia tutti i frati «al capitolo 
della colpa dopo fatta la debita monizione co- 
mandò sotto pena di scomunica, che tutti quelli 
che havevano danari appresso di loro, gli doves- 
sero dare in deposito nello spazio di ventiquattro 
ore, et per l'avvenire nessuno dovesse spendere; 
et tutto quello che loro volessero, lui glie ne 
avria provveduti. » 

Nello stesso anno il vicario generale apostolico 
indirizzava al Custode una lettera, perchè si le- 
vassero via alcuni scandali, soliti occorrere nella 
processione dell' indulgenza d' agosto. 

Otto anni di poi, nei quali niente accadde di 
memorabile, addì 2 di giugno 1621 fu proposto in 
capitolo se si dovea fare l' armadio per il SS. Velo 
della Madonna, e se si doveva pigliare il patto 
con maestro Stefano falegname; fu concluso di 
si e furono deputati sopra di ciò il P. Presidente 
e il P. Deputato del Convento. 

Il lavoro di questo e degli altri due armadi 
della Sacristia del tesoro, commessi a maestro 
Stefano, riuscirono bellissimi, e se v' è sovrabbon- 
danza negli ornamenti d' intaglio, è più all' età, 
che al maestro da darne la colpa. 

Da un altro consiglio, adunato il 19 dello stesso 
mese rilevasi, che v' era chi s' adoperava in Roma 



CAPITOLO V. 



341 



per togliere al Convento la piazza inferiore con 
animo di trasmutarne i portici in botteghe, da 
cui si trarrebbe guadagno non mediocre nelle oc- 
casioni di fiere e mercati. Ma avendo i frati alla 
volta loro fatto valere il proprio diritto, l'altrui 
desiderio restò deluso. 

In un altro capitolo del 3 settembre 1622 fa ca- 
polino la prima volta l' idea di ridipingere l' absida 
del Sotterraneo, dove era uno de' più antichi affre- 
schi di Gaddo fiorentino, il quale a piè d' un gran- 
d' albero di croce v' avea figurato S. Francesco 
con parecchie altre figure di santi. Ma l' opera, 
qual che se ne fosse la cagione, era rimasta im- 
perfetta. Il Sermei, il quale a dispetto del Lanzi, 
che lo fa morto nel 1600, viveva tuttavia ed 
operava, s' era esibito di ricolorire tutta quanta 
la gran nicchia a patto che i frati gli cedessero 
la bottega dei Moriconi ; così chiamavasi una delle 
botteghe sul lato destro di chi sale per la Via 
di Portica alla Piazza grande, la qual bottega la 
tradizione diceva essere stata il fondaco di Pietro 
Bernardone, padre di San Francesco. 

Ma intendendo i frati di cederla solo durante 
la vita dell'artista orvietano, e volendola questi 
invece trasmetterla a' proprii eredi, la pratica si 
restò senza effetto. Ma fu ripigliata sei anni ap- 
presso, quando il 6 ottobre 1628 il custode Barto- 
luccio d'Assisi espose in capitolo « la buona vo- 
lontà, quale haveva monsig. ill.mo Crescenzio 
vescovo di questa Città, di far dipingere a sue 



342 



SECOLO XVII. 



spese per mano del Sig. Orazio Pisani il volto 
della nicchia della nostra chiesa ogni volta che 
vi fusse stato il consenso degli stessi padri, del 
consiglio e del capitolo, col beneplacito anco del 
P. Rev.mo Generale, et se fussero contenti che 
si dipingesse qualche historia, purché fosse del 
P. S. Francesco.... Il che sentito da tutti i padri 
et frati unitamente, nemine prorsus dissidente, non 
solamente si contentarono di quanto di sopra, ma 
risolverono che si dovesse ringraziare S. S. Ill.ma 
di questa oblazione e della divozione che conser- 
vava verso il glorioso padre e dell' affetto parti- 
colare che conservava a questa santa Casa. » 

Questa volta la deliberazione ebbe l'adempi- 
mento, e per la munificenza del vescovo Marcello 
Crescenzi l'anno seguente non il Pisani oscuro 
artista, ma il Sermei, che allora appunto illustra- 
vasi co' suoi copiosi affreschi nel palagio vescovile, 
colorì nell' absida il giudizio finale con ricca in- 
venzione. E veramente in quest'opera v' è quanto 
di buono poteva allora attendersi dall' arte già 
troppo sviata: ed anche ai dì nostri il vasto affresco 
apparirebbe non indegno di lode, se non gli fos- 
sero così vicini le mirabili prove de' pittori trecen- 
tisti. E poiché siamo in sul ragionare del Sermei, 
ricorderemo qui, come « addì 16 d' agosto 1630 
il Rev.do P. M. Mario d'Assisi custode propose 
ai padri, se si contentavano che lui facesse dipin- 
gere il volto della sacristia a sue spese e delle 
sue elemosine dal Sig. Cesare Sermei. Risposero 



CAPITOLO V. 



343 



tutti di sì, e gli resero grazie della carità che 
voleva fare. » E nella dipintura di questa volta 
l' artista volle dimostrarsi non solo buon compo- 
sitore di storie, ma anco prospettivo eccellente; 
perocché vi fece un portico di colonne che scor- 
tano assai felicemente e nello sfondato dell' aria 
che è sul peristilio, figurò 1' entrata trionfale di 
S. Francesco in paradiso. 

Ora rifacendoci all' anno 1623 in un consiglio 
de' padri raccolto ai 14 dicembre, il custode espose 
il desiderio che aveva Francesco Crescenzi ro- 
mano, fratello del vescovo d'Assisi, d'ottenere 
la cappella della Maddalena, che egli la farebbe 
ristorare ed abbellire, dedicandola a S. Bonaven- 
tura: c i padri se ne contentarono, concedendogli 
quivi anco il sepolcro. Per buona sorte gli abbel- 
limenti si ridussero all'unico quadro del S. Dottore, 
tela mediocrissima, che fu allora collocata su quel- 
l'altare. Un altra deliberazione presa nel consiglio 
del 5 ottobre 1625, mostra interrotta quella buona 
intelligenza che ne' primi tempi era costantemente 
passata tra i frati minori e il Comune d'Assisi. 
In esso « il molto Revdo. P. Custode propose, 
che essendo venuto monsig. Vicario generale del- 
l' Illmo. monsig. Cardinal Vescovo di Perugia 
mandato con autorità dalla congregazione dei 
Regolari a visitare le sacre reliquie, et volendo 
a detta visita intervenire il magistrato et altri 
particolari eletti dal Consiglio della città, se si 
contentavano che detto magistrato et huomini en- 



344 



SRCOI.O XVII. 



trassero a detta visita. Fu concluso et risposto 
che in modo alcuno non intervenissero.» 

Nè è da tacere d' una deliberazione presa nel 
Capitolo del di 9 febbraio 1626 di mandare a Ve- 
nezia, a far la cerca della cera. E quindi probabil- 
mente ebbe origine la costumanza di cantare ogni 
anno all'aitar di S. Francesco una messa solenne 
per quella serenissima repubblica ; costumanza che 
durò sino alla pace di Campoformio. 

Tra le molte lettere di principi, che si conser- 
vano nel nostro archivio, non ispiaccia al lettore 
che ne rechiamo qui una della duchessa d'Urbino, 
Livia della Rovere, donna di rare virtù, che seppe 
serbarsi modesta nella prosperità e forte nella 
sventura. Essa ci mostra la singoiar bontà sua 
verso i frati minori d'Assisi: 

« Rcvdo. Padre Custode 

Quando credevo, che i paramenti, che mi portai 
di costà per rinovare il drappo, fossero già riman- 
dati, ho trovato che per dimenticanza de' ministri 
se ne stavano ancora nella mia guardaroba, pe- 
rilchè avendo ordinato, che senza più differire 
s'inviino a cotesta volta, ho voluto accompagnarli 
con questa per iscusare questa tardità et ogni 
altro difetto che si ritrovasse in essi, contuttoché 
si sia usata ogni diligenza in ridurli nel miglior 
termine che sia stato possibile. Sarà con essi anche 
il drappo vecchio, del quale non credo che vi 



CAPITOLO V. 



345 



mancherà occasione di servirvi. Piacciavi pertanto 
di restare in questa parte satisfatti di me. E si 
come non mancherò di tener ricordata a questi 
signori la cappella loro, così siate voi contenti di 
ricordarvi di essi e di me, con l'una e l'altra delle 
case mie nelle vostre orazioni, quali mi racco- 
mando senza fine, desiderandovi da N. S. Iddio 
salute e contento. 

Di Pesaro, 1* ultimo d'aprile del 1621 

Per farli piacere la 

DUCHESSA D'URBINO.» 

Da un' altra lettera del principe Peretti data di 
Roma addì 8 gennaio 1624 rileviamo che egli avea 
donato quattro lampade d'argento da collocarsi 
intorno al sepolcro di S. Francesco, e che per la 
provvisione dell' olio pagava annualmente ai frati 
scudi 30. Il dono medesimo aveva fatto la casa 
degli Aldobrandini, e parecchie lettere di ma- 
donna Olimpia dimostrano che ciascun anno quella 
nobilissima famiglia pagava per tenerle accese 
scudi 31. E così un'altra lampada ardeva peren- 
nemente sulla tomba del Serafico padre per la 
pietà della duchessa Livia della Rovere : e il 
Conti nel suo Asia serafico pubblicato in Foligno 
nel 1663, descrivendo l'altare di S. Francesco, 
dice che ben quindici lampade d'argento v'ar- 
devano di notte e di giorno. Tra le illustri case 
di Roma che in tal modo significavano la propria 



34^ 



SECOLO xvir. 



devozione al santo poverello, non dovette certo 
essere ultima quella dei Barberini ; giacché una let- 
tera del cardinal Francesco, nepote d' Urbano VII! 
allora vivente, data addì 22 maggio 1627 attesta 
che egli accettava per se e per la sua famiglia il 
patronato di esso altare. Non incresca che qui 
alleghiamo intero questo documento : 

« Molto Revdo, P. Custode. 

Ha paternamente accolto e gustato N. S. l'af- 
fetto con che V. P. ha proposto e cotesti mae- 
stri e padri del Capitolo han deliberato d'offerire 
a me la protezione di cotesto Convento, e la de- 
vozione perpetua dell'altare di S. Francesco per 
me e per la casa Barbarina. L'antica devozione, 
della quale e la mia propria verso il detto glorioso 
Patriarca e verso la sua religione, mi rende più 
cara la dimostrazione da loro fattami con questa 
amorevole offerta. Che però io la ricevo e l' ac- 
cetto col beneplacito, che N. S. s' è degnato di 
darmene ; anzi ne ringrazio V. P. e il Capitolo, 
desiderando di poter corrispondere con le opere, 
che mi impone la recezione del suddetto S. Altare 
e la protezione di codesta S. Casa, verso la quale 
non mi mancherà mai una propensa ed affettuosa 
volontà. Mi ha comandato S. B. che in risposta 
della Loro servitù, in questo soggetto io significhi 
a Lei e a tutto 1 Capitolo il suo compiacimento, 
e comunichi loro la sua benedizione come faccio, 



CAPITOLO 7. 



e con raccomandar S. Santità e me stesso alle 
loro orazioni e sacrifizi, saluto di cuore V. P. 
Di Roma, i? maggio 1627 

Affezionati : ss imo di V. P. 
IL CARDINAL BARBERINO. » 

Intorno a questo tempo s'agitò questione tra il 
Convento e il Comune d'Assisi. Nella processione 
del S. Velo dalla Basilica alla Chiesa degli Angeli 
per consuetudine antica i frati portavano l' insigne 
reliquia, e i priori del popolo tenevano il Baldac- 
chino. Questi ultimi pretesero di portare essi il 
venerando cimelio, ed accennarono anco all'in- 
tenzione di custodirne le chiavi. Se non che Roma 
die ragione ai frati : e così per nuove e frivole 
cagioni cresceva il dissidio tra clero e cittadini. 
Però non è maraviglia, che qualche anno appresso 
questi s' ingegnassero di far dispetto al Convento, 
sviandone l'acqua dal nuovo acquedotto: tantoché 
ci volle un comandamento espresso del menzio- 
nato Cardinal Barberini per fargliela rendere. 

L'anno 1637 Filippo IV re di Spagna con un 
diploma dato da Madrid addì 1 ottobre, coman- 
dava al Conte di Monterei, presidente di Stato del 
consiglio nel regno di Napoli, di dare per ognuno 
dei quattro anni prossimi, ai padri del S. Con- 
vento d'Assisi otto quintali di lana della dogana 
di Foggia: dono che continuò poi sino alle ri vol- 
ture di Francia. 



34 8 



SECOLO XVII. 



CAPITOLO VI. 

Conventi e monasteri dipendenti 
dal S. Convento. 

Benché santa Maria degli Angeli, S. Damiano 
e l'eremo delle Carceri, già dipendenti dal S. Con- 
vento fossero passati in altrui mano, gli restavano 
tuttavia altre dipendenze nel Convento di S. Maria 
della Rocca e nel monastero delle terziarie di Pan- 
zo. Era il primo stato fondato nel secolo XIV ; e 
nella sua chiesa, piena di pitture votive del se- 
colo XV s'ammirano parecchi affreschi del tre- 
cento ; tra i quali è principalissimo quello d' una 
nostra Donna sul lato destro della nave, opera 
indubitatamente di Giotto. Nè men ragguardevole 
è la bella tavola del Crocifisso della medesima 
scuola, che ora è collocata dietro l'aitar maggiore. 
Al tempo in cui siamo giunti colla nostra storia, 
il chiostro attiguo era tuttavia sede d'una fami- 
glia religiosa composta de' più zelanti, che vi si 
ritiravano per attendere con più fervore al gran 
negozio dell' eterna loro salute. Il monastero poi 
di S. Angelo di Panzo, presisteva alla fondazione 
degli ordini minoritici : e situato in una costa del 
monte Sùbasio a non gran distanza dalla città, 
era stato asilo alla gloriosa vergine S. Chiara, 
primachè avesse stabile albergo in S. Damiano. 
Vi si professava la regola di S. Benedetto; ma 



CAPTOLO VI. 



349 



non tardò ad introdurvisi la francescana; e quando 
i frequenti rìschi delle guerre di vicinato resero 
pericoloso alle donne l'abitare in luoghi indifesi, 
anco le suore di Panzo si tramutarono dentro il 
ricinto delle mura urbane presso all' antica porta 
che conduceva alla Basilica di S. Francesco. Quivi 
rimasero per più secoli sotto la dipendenza del 
custode e la direzione spirituale de' padri del 
S. Convento. Eccone i ricordi che di questo tempo 
ne troviamo nei libri de' nostri consigli. 

« Anno 1644 addì 16 giugno. Il P. Custode pro- 
pose che sopra la porta di S. Panzo era dipinto 
S. Francesco cappuccino, che però non pare cosa 
dicevole, è gli parea bene di farlo accomodare e 
di far sopra a detta porta l'arme del S. Convento.» 
Difatti il santo apparisce travestito anche oggidì 
dal pennello mediocre di Girolamo Marinelli. 

« Item che dette monache di S. Panzo siano 
tenute per la festa di S. Francesco, dar qualche 
ricognizione al S. Convento, e si concluse che 
dessero una libra e mezzo di cera. 

Addi ultimo di giugno il molto Revdo. P. Cu- 
stode e commissario generale del sacro Convento 
assieme con me fra Bernardo Cancelliere si andò 
al monastero di S. Panzo, ove facemmo la visita, 
e dette monache resero obbedienza al P. Custode, 
conforme la consuetudine. » 



SECOLO XVII. 



CAPITOLO VII. 
Il santuario di Rivotorto. 

Lungo l' antica via, che attraversando la vasta 
e deliziosa valle dell' Umbria, va da Perugia a 
Foligno, sorge a non molta distanza dalla Por- 
ziuncola uno dei precipui santuari dell' istituto mi- 
noritico. Esso porta il nome di S. Maria di Ri- 
votorto, ed ivi al tempo del serafico patriarca 
sorgeva un povero e cadente tugurio, nel quale 
si ridusse il santo insieme co' suoi primi discepoli, 
Bernardo da Quintavalle e Pietro Cattaneo. Quivi 
ispirato da Dio dettò la prima regola de' frati Mi- 
nori, e qui similmente riparò, poiché fu tornato 
con l' approvazione di papa Innocenzo III da 
Roma. Qui fu veduto di notte da' suoi discepoli, 
mentre erasi recato per predicare, secondo il suo 
costume, nel Duomo d'Assisi, apparir d' improv- 
viso sopra un carro di fuoco. Nè se ne partì se 
non quando le importune parole d' un villano, 
l' indussero a trasferirsi presso a santa Maria de- 
gli Angeli. Ora questo luogo, santificato dalla 
dimora e dai prodigi del santo patriarca, erasi 
rimasto pressoché dimenticato, insino al 1586. In 
quell'anno i minori Conventuali del Sacro Con- 
vento con savio e pietoso consiglio deliberarono 
di rivendicarlo dall' indegna oscurità, e comincia- 
rono dal comperare quel tratto di terreno, ove 



CAPITOLO VII. 



la tradizione additava tuttavia l'antico abitacolo 
del santo poverello, e dove per memoria e a ri- 
verenza di lui sorgeva un' antico tabernacolo, in 
cui era figurata la beata Vergine, e che contras- 
segnavasi col nome di maestà di Scic cardo. Poi vi 
si cominciò a costruire una chiesa, la cui edifica- 
zione procedette lentissima, tantoché non fu com-, 
piuta prima del 1640. In essa venne rinchiuso il 
venerando abituro dei primi Minoriti e intorno vi 
furono poste alcune tele ad olio del Sermei, che 
vi figurò i fatti mirabili ivi seguiti. 

Poco appresso, cioè nel 1645 ^ Michelangelo 
Catalani, assistente dell'Ordine, benedisse le fon- 
damenta d' un attiguo chiostro e vi collocò di 
sua mano la prima pietra. 



CAPITOLO Vili. 

Dimora di S. Giuseppe da Copertino 
nel S. Convento. 

In questo mezzo fioriva nella religiosa famiglia 
dei Minori Conventuali, quell' insigne luminare di 
santità, che fu Giuseppe da Copertino. Nato egli 
in quella terra l'anno 1603 di onesta famiglia po- 
polana ed entrato prima a diciassette anni tra i 
cappuccini e poi tra i Conventuali, cominciò di 
buon'ora a far maravigliare il mondo con gli 
estatici suoi rapimenti. Da Roma, dove erasi re- 



352 



SECOLO XVII. 



cato per volontà del ministro generale, venne egli 
in Assisi V ultimo giorno d' aprile del 1639. Non 
accade dire che la prima cosa egli volò a pro- 
strarsi dinanzi alla tomba del suo gran padre, e 
rapito alla magnificenza degli ornamenti, che vi 
brillavano, proruppe in queste parole : Padre santo, 
voi in vita avete amato tanto la povertà, e adesso 
ve ne state in mezzo agli argenti, ai broccati e a 
tanti ricchi ornamenti! Era quivi custode a quel 
tempo fra Antonio di S. Mauro, uomo d' animo 
e di modi rigido e severo, che Dio aveva scelto 
ne' suoi consigli, perchè nelle tribolazioni s' ani- 
nasse la virtù del suo servo. Prese costui a guardar 
fra Giuseppe prima con alterezza, poi con di- 
sprezzo, da ultimo non s' astenne dal minacciarlo 
aspramente: di che il beato pigliava eroicamente 
cagione di vie più umiliarsi lietamente innanzi al 
Cielo e agli uomini. Poi crescendo ed incalzandosi 
le molestie e le tribolazioni, Giuseppe fu posto 
alla più dura delle prove, con cui l'Altissimo tenta 
i suoi eletti. Perocché caduto in aridità di spirito, 
non provava più dolcezza alcuna interiore, e nel- 
l' orare stesso e nella celebrazione del sacrifizio 
incruento sentivasi come sopraffatto da invincibile 
stupidità. Presto vi s' aggiunsero tetre malinconie, 
ed ostinate tentazioni dello spirito impuro; e in- 
tanto il Custode non si rimaneva dal gridarlo 
pubblicamente ipocrita e dal punirlo di supposte 
tragressioni della regolare disciplina. E chi sa fino 
a che punto sarebbesi costui lasciato andare, se 



CAPITOLO Ylir. 



333 



due frati dabbene, informatone il ministro generale, 
non lo avessero indotto a togliere il santo dalla 
giurisdizione del Custode, affidandolo alla tutela 
del maestro Bonaventura suo conterraneo, presi- 
dente in quel chiostro. Cominciò allora per que- 
st'anima un nuovo martirio. La memoria dei giorni 
sereni, passati nel primo convento della Grottella, 
gli dava continuo struggimento; nè parevagli di 
poter vivere lontano da un' imagine a lui caris- 
sima della Vergine, colà dipinta. Ed ecco un bel 
dì il Catalani, vescovo d' Isernia, presentargli in 
Assisi una copia fedele di quell' imagine. Questa 
subita apparizione, accompagnata da un estatico 
rapimento, bastò a cangiargli questo Convento in 
un paradiso. 

Reduce in Assisi dopo breve dimora in Roma, 
vi viene ricevuto da grandi e popolo con esultanza 
trionfale. Adunatisi i cittadini a consiglio e pcr 
unanime consentimento gli vien conferita la cit- 
tadinanza. All' annunzio ei tripudia perchè può 
dirsi finalmente concittadino di S. Francesco, e 
per gioia va rapito in estasi fino a toccare il sof- 
fitto della stanza. Da indi in poi i suoi ratti più 
non si contano, dubitando i biografi se più fosse 
il tempo che stette sospeso nell' aria, ovver quello 
eh' ei posò in terra. E qui similmente al maestro 
fra Roberto dei Nuti, patrizio assisano, e molto 
suo domestico, rivelò, nel punto stesso che se- 
guiva, la morte di papa Urbano Vili, risaputasi 
qua due giorni appresso. 

23 



354 



secolo xvrr. 



E in Assisi veniva per vederlo e udirlo il prin- 
cipe Casimiro, prima cardinale, poi re di Polonia; 
e allo stesso fine vi si recarono il principe Zo- 
moski e il principe Alessandro Zubomiski con la 
donna sua, ai quali due ultimi egli predisse che 
tornati in patria sarebbero dopo dodici anni d' in- 
fecondo matrimonio, consolati d' un figliuolo. E 
qua frequenti gli giungevano le lettere e le visite 
dei Cardinali, Facchinetti, Ludovisio, Caraffa, Ra- 
paccioli, Donghi, Pallotta, Verospi, Palusi, Sac- 
chetti e Odescalchi, che a lui per consiglio, per 
consolazione o per aiuto spirituale facevano ricorso. 
Ma sopra tutte memorabile è la visita di Giovali 
Federigo, duca di Brunswich, luterano, che illu- 
minato dai miracoli e dalle esortazioni del beato, 
abiurò lo scisma e tornò in grembo alla chiesa. 
Durò quattordici anni la dimora dell'estatico da 
Copertino nel sacro Convento, dove le camere dei 
noviziato vecchio da lui abitate, si conservano 
tuttavia con somma religione e riverenza. 

CAPITOLO IX. 

Maria, infanta di Savoia due volte venuta 
in Assisi e quivi sepolta. 

Dell' antica nobiltà e de' fasti moltiplici di Casa 
Savoia ha ragionato gran numero di scrittori. A 
noi basterà ricordar qui di volo le accoglienze 



CAPITOLO IX. 



355 



oneste e liete, onde S. Francesco fu da quei ge- 
nerosi e piissimi principi onorato quando traversò 
le Alpi e la profetica benedizione onde ei li con- 
solò partendosene, e lasciando loro per memoria 
una manica della povera sua tonachetta. La devo- 
zione verso il santo Patriarca, ereditaria in quel- 
V illustre casa, rifiorì massimamente a questi tempi 
nell'infanta Maria figlia del duca Carlo Emma- 
nuele e sorella di Vittorio Amedeo. Rendutasi 
ella terziaria francescana in giovane età, ed avan- 
zandosi ogni dì più nella perfezione cristiana pro- 
movendo l'apostolato cattolico ne' paesi infetti 
d'eresia e di scisma, largheggiando di soccorsi e 
di umani uffizi co' poverelli e pellegrinando a'più 
insigni santuari d' Italia, si recò due volte in As- 
sisi trattavi da due ardenti desiderii, l'uno di 
venerare gli avanzi mortali del serafico padre, 
l'altro di conoscerne in fra Giuseppe l'immagine 
vivente. E qui assistendo alla messa da lui cele- 
brata, lo vide ratto in estasi dopo la consacra- 
zione dell'Ostia: qui nella sacristia inferiore ebbe 
la consolazione di desinar seco e di trattenervisi 
più giorni in lunghi ragionamenti di spirito. E 
quelle due grandi anime si strinsero di purissimo 
affetto e la pia principessa scriveva all'umile frate: 
« Io voglio provedervi di tutte le cose che vi 
bisognano, senza che alcun' altro abbia da pensare 
a Voi, onde manifestatemi confidentemente tutti 
li vostri bisogni. » E il santo le rispondeva per 
lettera: « Vi prego per le viscere di Gesù Cristo 



35 6 



SECOLO XVII. 



che mi lasciate stare nella mia solita povertà, che 
è il maggior tesoro che io possa avere. » E bra- 
mando ella d' averne un ricordo, recò un giorno 
una sottoveste nuova, e glie la fece indossare per 
comandamento del Custode, dal quale ottenne con 
giubilo l'altra sino allora portata in dosso dal 
santo. Ed anco alla sacristia della Basilica fece 
ella ricchi presenti e tuttavia dura il paleotto di 
tela d' oro, da lei regalato per l'altare di S. Fran- 
cesco dov'è nel mezzo l'arma de' reali di Savoia. 

E da ultimo, venendo a morte in Roma l' anno 
1656, lasciò per testamento, che il corpo suo ve- 
nisse trasferito nella Basilica d'Assisi: e quivi fu 
sepolto dinanzi all'altare di S. Giovanni evange- 
lista, dove tra gli stemmi di Savoia, fatti di tarsia 
di marmi nel pavimento leggesi in una lapide di 
porfido il seguente epitaffio. 

MARIA CAROLI EMMANUELIS DUCIS ET CATHARINAE HISPAN. IN- 
FANTIS S. FRANCISCI TERTIUM ORDINEM VESTE MORIBUS VIRTUTIBUS 
PROFESSA VITAE ASPERITATE CONTINENTI A CONVERTENDI HAERETI — 
tOS STUDIO SACRIS PEREGRINATIONIBUS ALENDIS PAUPERIBUS TEM— 
PUS ORNANDIS MAGNAM SANCTIMONIAE FAMAM CONSECUTA, DECESSIT 
ROMAE, A. D. MDCLVI. ATQUE HIC UBI SEPULCR1 LOCUM SIBI DE—" 
LEGIT CONDITA EST. 

In un capitolo raccolto addì 2 luglio 1659 il 
molto Revdo. P. Custode espose ai Padri, come 
li mille e cinquecento scudi lasciati dalla B. M. 
della serenissima infanta di Savoia stanno deposi- 
tati nel monte di pietà di Roma, e che però non 



CAPITOLO IX. 



357 



era bene per il S. Convento, il tenerli tanto tempo 
infruttiferi. Con questa somma avea la principessa 
stabilito un legato d'una messa quotidiana, che 
si celebra ancora in S. Francesco. Altro legato 
somigliante fece nel 1665 D. Pietro d' Aragona, 
ambasciatore di Spagna presso la S. Sede. 



CAPITOLO X. 
Altre memorie del rimanente secolo XVII. 

Fra i privilegi del S. Convento v'era anco l'esen- 
zione dalle imposte sulle possessioni e dalle ga- 
belle sugli animali : e così avevano i frati proprio 
macello, nò pagavano il quattrino delle carni. Con 
tutto ciò i gabellieri della città sotto pretesto 
che non avessero i frati assegnato alcuni animali, 
l'anno 1647 avevano fatto toglier di prepotenza un 
cavallo e un giumento ad uno de' loro lavoratori. 
Se ne dolsero in Roma i frati, e il Cardinal Pan- 
fili comandò al governatore, che li facesse restituir 
loro subitamente. 

L'anno 1655 Assisi e il santuario di S. Fran- 
cesco furono onorati da una visita di Cristina 
regina di Svezia. Ecco in qual modo ne parla il 
diario del Convento di S. Damiano. 

« Alli 13 di dicembre 1655 in Assisi arrivò la 
regina di Svezia, accompagnata da quattro Nunzi 
mandati dal papa con V imbasciatori dell' impe- 



35» 



secolo xvir. 



ratore e del re di Spagna e d'altri re cattolici, 
dove le milizie da piedi e a cavallo furori prese 
a Foligno, come anco le compagnie di Perugia. 
Fu ricevuta sotto il baldacchino dal Cardinale e 
Magistrati nella chiesa di S. Francesco, dove il 
signor Cardinale Paolo Emilio Rondinini vescovo 
di questa città fece bellissime spese in vestire 
dodici palafrenieri e otto paggi con tre carrozze 
da sei, con musiche bellissime e suo apparato. Il 
palazzo del signor Giacobetti e l'altri in tuttala 
strada grande di S. Francesco, tutti li palazzi 
furono accomodati, per dare ricevimento. Nel 
S. Convento s'erano preparati cento cinquanta 
letti, dove veramente era cosa bella da vedere la 
comitiva del seguito e i paggi dei gentiluomini. » 

« La regina si chiama Cristina d'anni 29, dot- 
tissima e scrive undici lingue ; è piccola ma gra- 
ziosa. Disse la messa l'arcivescovo di Ravenna, 
con l' assistenza delli quattro Nunzi, delli amba- 
sciatori, dell' Eminentissimo cardinal Rondinini, 
del maestro di cerimonie del papa, con gran no- 
biltà sì della città, come forastera. » Nè a far com- 
piuta la solennità di tali accoglienze, mancarono 
i doni delle muse. Gio. Antonio Bini, gentiluomo 
assisano, cantò il lieto avvenimento in istile ar- 
cadico. 

Quando Cristina pose piede nella Basilica tro- 
vava già tutta dipinta a fresco la nave traversale 
rimpetto alle due porte. Sino dal 1646 il Martelli 
e il Sermei erano stati chiamati ad istoriarla. Con- 



CAPITOLO X. 



359 



dusse il primo tutti gli affreschi delle pareti, dove 
nella soavità del comporre, nella correzione del 
disegnare e nella morbidezza del colorire, non 
ismentì la fama di valente allievo del Domeni- 
chino. L'altro condusse la gloria del santo sull'arco 
principale, e il Dio Padre nella volta. In questa 
occasione si corse pericolo di perdere un bel 
monumento di scoltura ornamentale. Sulla parete 
a man destra è collocato il bel sepolcro di Nicolò 
Specchi, eccellente fisico e medico d'Assisi, che 
fu archiatra d'Eugenio IV e di Nicolò V, e che 
morì l'anno 1479. Ora avendosi a dipingere quella 
parete, vi fu chi propose di levarne via 1' avello 
dello Specchi: e nel consiglio dei frati addì 17 di 
marzo il P. Custode «propose che con l'occasione 
di rifare il cielo e la facciata davanti alla cappella 
di S. Bastiano, se parea bene levar quel deposito 
dalla muraglia. Si rimise la cosa al P. Custode » : 
e questi avutone consiglio col Martelli, ne fu di- 
stolto, affermando il pittore, ch'ei troverebbe un 
partito da giustificarne la conservazione. E il par- 
tito fu di dipingere sotto al baldacchino di pietra 
la Circoncisione di Cristo, che oggi è quasi in 
tutto perduta: E poiché s'è fatto parola della 
nuova cappella di S. Sebastiano, è da sapere che 
per la pia munificenza di Valerio e Ortensia Paci, 
cittadini di Assisi, fu essa abbellita di due storie 
a fresco d'esso santo martire dallo stesso Giro- 
lamo Martelli, e che la tela ad olio dell'altare con 
l'effìgie d'esso santo venne allogata a Giacomo 



360 



SECOLO XVII. 



Giorgetti, gentiluomo anch' egli d' Assisi, che 
aveva in Roma imparato pittura dal Lanfranco, 
ed architettura e statuaria dal Bernini. 

In questo periodo di tempo furono numerosi 
i lasciti di persone devote a favore della Basilica 
francescana, e non solo ne troviamo fatti in As- 
sisi e nei dintorni, ma anco in città molte remote ; 
dimodoché il S. Convento crebbe di censi e di 
possessioni. Nè lasceremo di notare, che nel 1647 
era già compiuta sotto alla foresteria, l'infermeria 
nuova, e che perciò fu disfatto 1' oratorio di 
S. Bernardino, dove avea sede il terz' Ordine dei 
laici, ai quali in ammenda, fu conceduta la cap- 
pella di S. Caterina nella chiesa inferiore. 

L'anno 1655 addì 18 di maggio « il P. Custode 
congregati i Padri del consiglio espose come l'Ec- 
cellentissima signora Principessa di Radzivil vo- 
leva lasciare un' obbligo perpetuo d' una messa la 
-settimana suffragando l'anima del signor Principe 

Sigismondo Carlo suo fratello ivi sepolto La 

medesima signora Duchessa proponeva ancora di 
fare un quadro all'altare di S. Martino, onde la 
cappella si chiamasse di S. Stanislao. Il che fu 
consentito. » 

« Ai 21 d'agosto dello stesso anno il P. Ro- 
berto Nuti (confessore e biografo del santo da 
Copertino) al presente Custode del S. Convento, 
propose ai padri del Consiglio di richiamare i 
religiosi dalle nostre cure, e di porre in loro luogo 
sacerdoti regolari nominati dal Consiglio » ottima 



CAPTO!. O X. 



3Ò1 



provvisione per assicurare l' osservanza della di- 
sciplina religiosa. 

Addì ultimo del mese di settembre « congre- 
gati gì' infrascritti padri, propose il Vice-Custode, 
come il signor Cardinal Rondinini vescovo di que- 
sta città, aveva pensato di far cappella (cioè di 
celebrar messa e vespro solenne) il giorno di 
S. Francesco, e volea condur seco il clero per 
assisterlo. Fu risoluto, che se il signor Cardinale 
volea far cappella, i padri nostri l' assisterebbero, 
come facevano agli Eminentissimi Facchinetti, e 
Rapaccioli, perchè non era decente che il clero e 
i canonici facessero atto alcuno di giurisdizione 
nella nostra chiesa. » 

Nell'anno seguente troviamo la prima memoria 
della chiesetta di S. Francesco piccolo, cioè del 
luogo ove la tradizione dice nato il serafico pa- 
triarca, trasformato di stalla in oratorio. Addì 
24 d'agosto 1654 si fece una convenzione tra i Pa- 
dri del S. Convento e il signor Francesco Maria 
Bini possessore della casa sovrastante all'oratorio 
per le corde delle campane d'essa chiesina. Che 
però ella fosse consacrata molto prima al divin 
culto, è manifesto dalla struttura esterna dell'arco 
e della porta, sulla quale a caratteri del secolo XV 
si .legge: 

Hic futi bovis et asini stabulimi in quo natus 
est Franciscus mundi speculimi. 

E intorno a quel tempo il Marinelli sotto all'arco 
predetto dipinse la figura del santo patriarca, ed 



SECOLO XVII. 



allora si cominciò forse il lodevole costume della 
processione, che i frati Conventuali fanno a que- 
sto santuario accompagnati da grandissimo nu- 
mero di pellegrini la vigilia del Perdono di S. Ma- 
ria degli Angeli. 

« Addì 18 settembre 1659, coli' occasione che il 
molto Revdo. P. Custode fece render conto delle 
entrate, fè leggere una lettera del molto Revdo. 
P. Procuratore del Sacro Convento, la quale si- 
gnifica che il P. Revmo. Generale ha già inco- 
minciato a motivare e dato fuora le scritture per 
ricuperare la cappella degli Angeli ; e bisognando 
qualche spesa, s'insinuasse ai Padri, quali tutti 
d'accordo acconsentirono che il P. F. Giuseppe 
Sauli Procuratore del S. Convento in Roma, con- 
segnasse l'entrate de' luoghi de' monti per questo 
effetto, e si facessero le spese necessarie. » 

In questi medesimi tempi fu chiamato Giacomo 
Giorgetti a dipingere le pareti della sacristia della 
chiesa inferiore, la cui volta vedemmo già abbel- 
lita d'affreschi da Cesare Sermei. Figurò pertanto 
il Giorgetti nella parete principale le nozze di 
Maria Vergine tra due medaglioni dove effigiò la 
fede e la speranza. In quella a destra rappresentò 
le due storie della nascita e della circoncisione 
di Cristo, che mettono in mezzo il medaglione 
della Carità: e nella parete opposta verso l'en- 
trata fece l'adorazione de' magi, lasciandovi sul 
canto destro il proprio ritratto, e la fuga della 



CAPITOLO X. 



363 



S. Famiglia in Egitto, dove l'artista superò lo 
stesso Lanfranco suo maestro. 

Un altro lavoro di lui rimane nella chiesa infe- 
riore, cioè il macchinoso ornamento eh' ei fece 
nel grosso dell'arco, il quale mette nella cappella 
di S. Stefano. Così anco nel secolo XVII la Ba- 
silica d'Assisi ci offre quello che di meglio seppe 
dare la pittura italiana. 

L'anno 1661 Paolo Cambiucci assisano, ultimo 
di sua famiglia chiamò per testamento erede di 
tutto il suo, l'aitar maggiore della basilica di so- 
pra, con tal condizione, che ad ogni giubileo se- 
ne rinnovassero gli ornamenti. Di che grata la 
famiglia del Sacro Convento ne collocò il ritratto 
ad olio nella sacristia e nel davanzale della fine- 
stra, che è quivi, gli pose V epigrafe seguente : 

PAULUS CAMBIUTIUS ASSISIAS 
FAMILIAE SUAE POSTREMUS 
ALTARE MAIUS SUPERIORIS HUKJS ECCLESIAE 
SIBI FECIT HAEREDEM 
A. D. MDCLXI. 

E subito dopo furono messi agli angoli della 
gradinata d' esso altare i quattro piedestalli, che 
sostenevano altrettante figure d'angeli genuflessi 
in devoto atto d'adorazione, intagliati in legno 
dal Grampini di Foligno, e tutti messi ad oro. E 
al medesimo artista furono commessi gli altri mi- 



3 6 4 



SECOLO XVII. 



nori angeli che vennero collocati sulla trabea- 
zione del serraglio dell'aitar maggiore nel sotter- 
raneo. 

Del resto scarsissime sono le notizie di questo 
ultimo tratto del seicento, di cui ci resta perciò 
ben poco a dire. 

L'anno 1695 il sommo pontefice Innocenzo XII 
emanò da Roma addì 18 d'agosto, una bolla, con 
cui concesse indulgenza plenaria perpetua a tutti 
i fedeli, che in qualsiasi giorno confessi e comu- 
nicati visitano la francescana Basilica, pregando 
Iddio per l'esaltazione di S. Chiesa, per la concor- 
dia de' principi cristiani e per l' estirpazione delle 
eresie; privilegio veramente singolarissimo, e che 
era degno d' essere annunziato ai popoli con quelle 
parole : 

Indulgenti a plenaria perpetua 

che furono a grandi lettere scritte nel fregio della 
porta della Basilica inferiore. 

Abitava allora nel S. Convento il P. Paolo 
Antonio Hintz che nato e cresciuto in seno alla 
riforma, e convertitosi poscia al cattolicismo, vestì 
l'abito dei Conventuali. Fu costui in molta grazia 
di Cosimo III granduca di Toscana, che dal 1696 
al 17 10 gli scrisse 13 lettere, le quali si conser- 
vano nel nostro archivio. Per non essere sover- 
chiamente diffusi, ne alleghiamo per saggio la 
seguente : 



CATITOLO X. 



3 6 5 



« Revdo. Padre 

Godo talmente che V. R. sia così grata alla 
bontà divina delle grazie straordinarie compartite 
alla sua persona, che ella cerchi di rendere a sua 
Divina Maestà il cambio che e più proprio, pro- 
curando d'acquistarle anime. Onde per cooperare 
ad una cosa di tanta gloria del Signore, io son 
pronto a far ricevere nel presidio di Portoferraio 
il nuovo convertito. Ella dunque, come le parrà 
il giovane in grado di poter venire, lo mandi o 
accompagni pur liberamente, conforme le parrà 
meglio, mentre desideroso delle sue orazioni, resto 
nell' augurare a V. R. dal Cielo perfetta conten- 
tezza. 

Di Firenze 15 agosto 1699. 

al piacere di V. R. 
IL GRANDUCA DI TOSCANA.» 

Tre anni prima un tristo caso aveva afflitto i 
PP. del S. Convento. Un bel dì si trovarono man- 
care all'aitar di S. Francesco i candelieri e le 
lampade d'argento. Gli effetti della subita spari- 
zione sono vivamente dipinti in questa lettera del 
cardinal Leandro Colloredo: 

«Revdo. P. Custode 

Con mio estremo dispiacere ho inteso dalla 
lettera di V. R. il sacrilego furto delle 12 lampane 
d'argento che ardono intorno all'altare del sera- 



SECOLO XVII. 



fico padre e dei 6 candelieri simili d'esso altare, 
succeduto nella notte del 16. Ma nel medesimo 
tempo mi sono consolato un poco di sentire, che 
fattesi subito le dovute perquisitioni dalla parte 
della chiesa et del Convento come anco delle 
camere dei Padri, non si fosse trovato ancorché 
minimo indizio d'esser seguito per negligenza o 
per malizia d'alcun religioso; ma di sollievo mag- 
giore mi è stato l' intendere, che fattesi subito le 
più preste diligenze e di notte e di giorno per 
giustificarsi specialmente appresso la Città, che il 
delitto era stato commesso da persona estranea, 
il pubblico et ogni ordine di persone avesse mo- 
strato di compatire un così strano accidente. 
Quello però che più mi è piaciuto delle attesta- 
zioni avutesi per vedere di ritrovare, se sarà pos- 
sibile, i delinquenti, è stato il ricorso fattone al 
Signore Dio et ai suoi santi con le devozioni 
porte comunemente dai Padri, poiché non riu- 
scendo in questa forma, di ricuperarsi il medesimo 
furto, come per altro le voglio sperare, non po- 
tranno a mio parere esser censurati i Padri, di 
non aver fatto tutte le loro parti, e sarà segno 
che Dio vuol forse qualche cosa e da loro e da 
cotesto popolo. 

Roma lì 24 novembre 1696. 

Affino, e sempre Vostro 
L. CARD. COLLOREDO. » 



SECOLO XVIII 



CAPITOLO 1. 



Il P. Giuseppe Antonio Marcheselli e il nuovo 
monastero delle terziarie del Giglio. 



INO dal secolo precedente fervevano im- 
provvide gare di preminenza tra i Minori 
Osservanti di S. Maria degli Angeli e i 
PP. Conventuali di S. Francesco. Custodi entrambi 
di due principalissimi santuarii, resi ogni dì più 
cospicui dai privilegi dei sommi pontefici e dalla 
venerazione dei popoli erano gli uni e gli altri 
quasi inevitabilmente condotti a tutelare se non 
i proprii, gì' interessi del luogo ove abitavano ; 
ed erano viepiù in questo infervorati gli Osser- 
vanti dacché al loro ministro generale era stato 
da Roma conceduto il titolo e il sigillo di mo- 
deratore di tutto l'Ordine francescano. Porgevano 
frequente occasione a ravvivare simili gare le pro- 
cessioni ordinarie e straordinarie della città, dove 
essendo chiamata l'una e l'altra famiglia religiosa, 

24 



SECOLO XVIII. 



sì era sempre in sul contendere della precedenza, 
non senza ammirazione del clero secolare e dei 
laici, i quali favoreggiando, come era naturale, 
gli antichi diritti della Basilica, vedevano con ram- 
marico muover litigi di preminenza coloro, che 
per esser figliuoli dell' eroe dell' umiltà, avrebbero 
dovuto fuggire ogni ombra di gloria mondana. 
Queste differenze rimesse alla sacra congrega- 
zione dei Regolari nel 1690, furono da quel tri- 
bunale decise in favore de' Minori Conventuali, che 
debbono considerarsi più tosto che una famiglia 
della religione minoritica, il clero destinato dai 
papi ad aver cura del culto divino in una Basilica 
non da altri dipendente, che dalla sede apostolica. 

Ed essendosi poi rinnovate e protratte simili ver- 
tenze, vennero da questo archivio cavati i libri dei 
consigli, e mandati a Roma, d'onde più non torna- 
rono. Sicché nella nostra storia occorre una laguna 
dal principio di questo secolo all'anno 1748: la- 
guna che noi compenseremo con una biografia 
del P. F. Giuseppe Antonio Marcheselli, religioso 
di rara dottrina, di più rare virtù, e d' un'operosità 
veramente instancabile nel promuovere la gloria 
di Dio e la salute, delle anime. Nacque egli 
l'anno 1676 in Casal Maggiore di civile e costu- 
mata famiglia, e dalla madre sua, donna piissima, 
ebbe il primo avviamento a quella perfezione, a 
cui il Cielo l'avea predestinato. Vestì nel 1691 l'abito 
de' Conventuali, e compiuto in Bologna l'anno del 
noviziato, passò a Ravenna a studiar filosofia, 



CAPITOLO I. 



37 1 



indi a Ferrara per erudirsi in Divinità, dopo di 
che presi in Roma con somma lode gli esami nel 
Collegio di S. Bonaventura, fu destinato in Assisi. 
Quivi col lume della scienza e più ancora col- 
l'esempio d'una vita illibatissima acquistatosi il 
rispetto e la benevolenza de' padri e dell'intera 
cittadinanza, fu dichiarato figliuolo del S. Con- 
vento, e fu eletto a bandire la divina parola dal 
pulpito della Basilica. Vagheggiava egli in cuor 
suo la fondazione d' una pia casa, dove potessero 
le fanciulle cristiane essere educate a divenire 
buone madri di famiglia, quando Iddio non le 
chiamasse alle dolcezze del chiostro. Un dì men- 
tre egli, secondo il suo costume, ammaestrava 
dal pergamo i fedeli, entrò nella Basilica una 
sconosciuta, che al contegno raccolto e alla mo- 
destia delle vesti s'annunziava per una di quelle 
anime intese a guadagnare l' ardua altezza dell'eroi- 
smo cristiano. Era costei suor Angela Maria del 
Giglio, vicentina, che per vaghezza di darsi tutta 
a vita di spirito e di penitenza, abbandonata la 
patria, recavasi a venerare le ceneri del S. Pa- 
triarca, nel cui terz' Ordine era ella scritta. Tocca 
dalla parola eloquente del predicatore, chiese ed 
ottenne di favellargli : e questi conosciuta ben 
tosto la virtù di lei, s'accorse che Dio gli con- 
duceva innanzi chi l'avrebbe aiutato a porre in 
effetto il suo santo proposito. Correva l'anno 1702 
quando s'incontrarono queste due anime elette. 
Jl P. Marcheselli provvide il luogo alla nuova 



37 2 



SECOLO XVIII. 



fondazione nella contrada di S. Giacomo, dove 
traendo all' odore delle virtù di Suor Angela Ma- 
ria più devote vergini, presto vi si formò una 
congregazione di Terziarie, delle quali il Mar- 
cheselli fu per ispazio di quarant' anni visita- 
tore e direttore spirituale. Quivi la fervente serva 
di Gesù Cristo tenne per fin che visse il carico di 
superiora, dando alle sue buone sorelle continuo 
esempio della più rigida mortificazione, dell'ora- 
zione, della carità ed umiltà più profonda. Le 
quali doti erano in lei tante singolari, che il suo 
direttore le comandò in virtù d'obbedienza, che 
dovesse ella scrivere la propria vita. Obbedì suor 
Angela Maria, ma prima di consegnare lo scritto, 
ne incollò le pagine dimodoché non era possibile 
più leggerne il contenuto. Costretta poi a rifarsi 
da capo, rassegnò le sue memorie al Marcheselli, 
il quale mandolle dopo la morte di lei a Venezia, 
perchè vi fossero stampate ; ma il caso volle che 
nel viaggio si perdessero. Tra le assidue pratiche 
del massimo fervore pervenuta agli anni 78, rese 
placidamente l' anima a Dio ; e l' effìgie di lei fu 
posta nel più onorato luogo del monastero con 
a piedi la seguente iscrizione : 

Mater Soror Angela Maria de Lilio virgo insti- 
tutrix huius domus quam 33 annos, 5 menses, 
1 1 dies summa provvidentia pietate rexit ; tandem 
viribus fracta annos nata 78 menses 8 dies 25. 
In pace requievit die 2 novembris 1736. 

Ma per tornare al Marcheselli, fu egli uomo di 



CAPITOLO I. 



373 



altissima contemplazione e gran maestro di spi- 
rito, intantochè non v' era coscienza travagliata 
da dubbi, che alla parola di lui non si sentisse 
rasserenata. Fu altresì di tanta astinenza e mor- 
tificazione, che solo per brevi istanti e senza spo- 
gliarsi, concedea riposo al corpo stanco, nè d' altro 
cibavasi che d' erbe, mescolando alla minestra 
sostanze che la rendessero spiacevole al gusto. 
Tutto il suo tempo spendeva nel confessionale, 
o nell' assistere i moribondi, o nel dettare opere 
d'argomento sacro. Tra queste, che sono in gran 
numero, meritano special menzione il compendio 
della regola del terz' Ordine di S. Francesco, le 
verità di nostra Santa Fede brevemente dichiarate, 
la vita del B. Andrea Caccio li, la vita della serva 
di Dio, suor Bernardina B onori : la verità sco- 
perta nei tre santuari d'Assisi, uscita in luce col 
nome del canonico Pompeo Bini : il cristiano de- 
voto: il religioso intiepidito: la venerazione ai santi: 
Fila lete e Dia/oro: il mondano sforzato: manuale 
tegularium: il cristia?io santamente occupato: e il 
sacerdote intento alla cura dei moribondi. Coronò 
il Marcheselli queste egregie doti con una pazienza 
e fortezza d'animo veramente esemplare: perocché 
fatto segno per tre anni ad un' ingiusta persecu- 
zione, non solamente non si lasciò mai fuggir di 
bocca il più lieve lamento, ma se alcuno avesse 
preso a consolamelo, ei gli rompeva incontanente 
le parole in bocca. Morì questo servo di Dio il 
giorno 16 maggio 1742, dopo aver benedetto i 



374 secolo xvjri. 



fratelli, che mesti gli facevano corona, e che ad 
istanza di lui presero a recitare il cantico : Nunc 
dimittis\ e quando essi furono giunti alle parole: 
Quia viderunt oca li mei, esso rese a Dio con gioia 
lo spirito intemerato. Trasse V intera città alle 
sue esequie: e le suore Terziarie del Giglio, ne 
posero il ritratto rimpetto a quello della Fonda- 
trice, con la seguente memoria: 

P. Mag. F. IoscpJi Antonius Marcheselli Casalis 
Maioris Sacri Couventus assisiensis filius. Hic do- 
minavi Angclam de Lilio ad liane piam domani 
instituendam suis adJwrtationibus impulit quo facto 
congregationis virginum curam in miniere visita- 
to) is et confessarti statini ab ex or dio: ipso suscepit, 
easque postea quoad vixit hoc est 4.0 circiter anno- 
rum spatio in via Domini perpetuo laudabiliter et 
sancte excoluit. Obiit Assisii die 16 maii, anno ae- 
tatis suae 6y incJioato, diuturnis consumptus studiis, 
laboribus et abstinentiis. Eius corpus etiam post 
viginti et duas horas morte delapsas flexibile ad- 
nwdum et eius caro tenerrima apparuit. 



CAPITOLO IL 
Munificenza del granduca Cosimo III. 

Abbiamo già fatta menzione, al chiudersi del 
precedente secolo, di questo principe letterato e 
pacifico. Ora ci occorre di menzionarne due atti 
che ne attestano la pietà e la munificenza. 



CAPITOLO II. 



375 



L' anno 171 5 rimase funesto nella memoria dei 
popoli per una grave e quasi universale carestia, 
dalla quale non andò immune Y Umbria, Assisi 
e il S. Convento. Ora due lettere di Cosimo at- 
testano aver egli in quella penuria fatta ai PP. Con- 
ventuali di S. Francesco una limosina di dugento 
cinquanta scudi. Neil' anno seguente poi addì 
6 maggio ad imitazione dell' infanta di Savoia e 
di D. Pedro di Spagna costituì un legato di due- 
mila quattrocento scudi coli' obbligo d' una messa 
quotidiana all' altare privilegiato di S. Francesco. 
Era in quel tempo custode un P. Menichelli, uomo 
di singoiar prudenza e pietà, al quale per essersi 
molto adoperato in benefizio della basilica, i suoi 
confratelli posero nella sacristia della chiesa su- 
periore, sotto al ritratto una lapide commemo- 
rativa. 



CAPITOLO in. 

Decreto d' una speciale congregazione 
intorno alla processione della Porziuncola. 

Nel luglio del 1720 il P. Guardiano di S. Maria 
degli Angeli presentò al sommo pontefice un me- 
moriale, in cui esponeva alcuni disordini occorrenti 
nell'antica processione che il dì del Perdono si fa- 
ceva dalla Basilica di S. Francesco a quel santuario. 
Ed avendo Clemente XI eletta una speciale congre- 



376 



SECOLO XVIII. 



gazione per esaminare e decidere su tale materia, 
Prospero Lambertini, solenne canonista, che allora 
era Avvocato Concistoriale e Segretario della Con- 
gregazione del Concilio, perorò la causa dei Minori 
Conventuali di S. Francesco, sui quali si facea 
ricadere la colpa di quegli scandali. Nel suo di- 
scorso, che fu pubblicato in Foligno, il valente 
avvocato ragionò innanzi tutto dell' origine di 
quella famosa indulgenza; poi della solenne pro- 
cessione che si fa il primo giorno d' agosto, della 
sua antichità, necessità e convenienza: quindi 
dell' ordine che in essa si teneva, e che noi rife- 
riamo con le parole medesime del Lambertini : 

« Nel primo giorno d' agosto, venticinque coppie 
dei Padri Minori Osservanti dalla chiesa e convento 
degli Angeli sogliono dipartirsi per andare alla 
chiesa di S. Francesco de' Minori Conventuali 
posta in Assisi, e V arrivo suol essere verso le 
ore sedici: sono essi ricevuti dal P. Custode prò 
tempore e da molti altri Padri Minori Conven- 
tuali con ogni dimostrazione di umanità e di stima 
e a suono di campane. Dopo un breve intervallo 
di tempo si dà principio alla processione, che è 
composta ordinariamente, dei Conventuali, dei 
Minori Osservanti, dei Riformati e dei Cappuccini, 
e 1' ordine della processione è il seguente : Avanti 
a tutti, e quasi in figura di condottieri della pro- 
cessione, vanno in coppia il P. Custode del Con- 
vento d' Assisi e il P. Guardiano del convento 
degli Angeli, il primo a destra e il secondo a si- 



CAPITOLO III. 



377 



nistra. Segue dappoi la prima croce, che è quella 
de' Padri Minori Osservanti, sotto la quale vanno 
i medesimi Padri e i Riformati, dopo i quali segue 
la croce de' Minori Conventuali, sotto la quale 
vanno i medesimi Padri e i Cappuccini; e per 
mettere ogni possibile riparo alla confusione e al 
disordine, subito che è partita la processione, 
si serrano le porte della città d' Assisi, e non si 
permette al popolo d' uscire, se non dopo che si 
può probabilmente credere, che essa sia avanzata ; 
altrimenti unendosi il popolo che è in Assisi, con 
quello che è vicino alla Madonna degli Angeli, 
il tumulto sarebbe inevitabile. Avvicinandosi la 
processione alla chiesa della Madonna degli An- 
geli e quando da essa è distante la terza parte 
d' un miglio incirca, è incontrata dal capitano 
della fiera, che conduce seco un certo numero di 
soldati, restando il numero maggiore nella piazza 
dinanzi alla chiesa per trattenere il gran concorso 
de' forastieri che sono venuti per prendere 1' in- 
dulgenza e che stanno nel campo detto delle 
Stuore e nelle strade contigue, e ciò per tenere 
libera la porta della chiesa dalla gran folla delle 
genti : e postosi il capitano co' soldati avanti al 
P. Custode del Convento d'Assisi e al P. Guar- 
diano del Convento degli Angeli, segue in questo 
modo la processione sino alla porta della chiesa. 
Sono le porte di questa chiesa chiuse e dentro 
non v' è alcuno ; le chiavi se ne consegnano a 
monsig. Governatore di Perugia e ad altri signori 



57* 



SECOLO xviir. 



dei principali d' Assisi ; ed ai lati della porta mag- 
giore vi sono due steccati con milizie. » 

Fin qui il Lambertini, il quale seguendo a dire 
delle precauzioni solite usarsi, perchè in tanta 
moltitudine di popoli non accadessero sciagure, 
accenna gli ordini che ogni anno si davano dal 
Segretario della Consulta al governatore di Pe- 
rugia perchè si costruissero gli steccati a fine 
d' impedire che la gente irrompesse impetuosa- 
mente nella chiesa: perchè si vietasse il portare 
armi a chicchessia, e si togliessero le aste alle 
croci. Del quale ultimo provvedimento era stato 
cagione l' eccidio di non pochi infelici, seguito nel 
1701, i quali urtati dall'onda del popolo che ave- 
vano alle spalle, ed impediti d' inoltrarsi da un 
asta di croce eh' era loro dinanzi, cadendo a terra 
vi rimasero schiacciati e sepolti. Vietate le armi 
da fuoco, vi si armarono i soldati prima di ran- 
delli, poi d' alabarde, perchè assai popolani e ma- 
riuoli armandosi anch' essi di bastoni, gli attra- 
versavano tra la gente, cagionando così cadute 
e morti. Con tali precauzioni il più delle volte le 
cose procedevano con perfetto ordine e con tutta 
pace. E qui il Lambertini allega a testimonio non 
poche lettere dei governatori perugini e dei ve- 
scovi d'Assisi, i quali attestavano, come non ostante 
il numero grandissimo delle genti, la processione 
si fosse fatta senza disordine alcuno. Per così cal- 
zante difesa la Congregazione, rigettato il memo- 



CAPITOLO Iti. 



riale, decretò che niente s' innovasse nella proces- 
sione del Perdono di S. Maria degli Angeli. 



CAPITOLO IV. 

Ottimo ordinamento della famiglia religiosa 
e dell' amministrazione del sacro Convento. 



Il primo libro de' consigli, cominciato i' anno 1748' 
sotto il custodiato del P. Maestro Alessandro 
Gio. Battista Costanzi di Torino e scritto dall' in- 
faticabile P. M. Ubaldo Tebaldi, attesta che in 
quel tempo si giunse al perfetto organamento della 
famiglia religiosa del S. Convento ed all'ottima 
amministrazione di quella dote, che aumentatasi 
notabilmente nel secolo XVII, toccò il grado del 
massimo ingrandimento nel XVIII. Quindici erano 
gli uffizi, ne' quali era saviamente compartita la 
multiplice azienda: Un commissario della sacristia, 
un commissario della fabbrica, un commissario 
dell'infermeria e speziera, un commissario della 
foresteria, un commissario del celliere, un bi- 
bliotecario, un claviculario, un archivista, un can- 
celliere, un esattore, uno spenditore, due fattori 
di campagna, un depositario, un sacristano ed 
un visitatore delle terziarie. Questa distinzione 
d' uffizi importava anco la destinazione speciale 



3 8o 



SECOLO XVIII. 



de' varii cespiti delle entrate : onde le rendite 
venivano a serbarsi in altrettante casse, quanti 
erano i titoli delle speciali amministrazioni di 
ciascuno offizio; e per tal modo soddisfacevasi 
anco al sacro dovere d' erogare il frutto annuo dei 
lasciti secondo la mente dei donatori. Nè tardò 
guari a vedersene il frutto. Perciocché tra i varii 
officiali fervea l' onesta gara di riordinare e miglio- 
rare il più che si potesse la propria amministra- 
zione. E fu questo il tempo in cui per opera di 
Lodovico Lipsin e di Ubaldo Tebaldi si diede 
assetto al ricchissimo e prezioso archivio, dove le 
numerose pergamene prima sciolte e disperse, 
furono raccolte e con sapiente acume ordinate 
in più serie di volumi. E fu questo veramente be- 
nefizio inestimabile non tanto perchè s' assicurava 
così vie meglio la conservazione di documenti 
importantissimi alla storia, ma anco perchè se ne 
rendeva agli studiosi molto più agevole l'esame. 



CAPITOLO V. 
Cose memorabili seguite dal 1747 al 1754. 

Passiamo in rapida rassegna ciò che di più no- 
tabile offrono i consigli del S. Convento. 

«Addì 15 agosto 1748 venne ordine dal P. Mi- 
nistro Generale che intervenendo il dì delle Stimate 
in S. Francesco il vescovo e i canonici del duomo 



CAPITOLO V. 



3 8l 



per la solita processione, nel presentar loro i 
cuscini si facesse la protesta da rinnovarsi ogni 
volta, finché non si decidesse dal sommo ponte- 
fice intorno ai privilegi della Basilica. Da ciò ap- 
parisce che già s' agitavano in Roma le questioni 
di preminenza, che indussero il Lambertini ad 
emanare, come vedremo tra breve, la famosa co- 
stituzione, con cui dichiarò S. Francesco Basilica 
patriarcale e cappella pontificia. 

Segue data ai 10 d'ottobre un' attestazione giu- 
ridica di due canonici del duomo d'Assisi, Gian- 
nandrea Cilleni, e Anton Francesco Egidii e del 
patrizio Rinaldo Sbaraglini, i quali depongono 
che la mattina della festa del serafico patriarca, 
aver cantato nella Basilica la messa pontificale 
mons. Giacomo Cingari vescovo di Gubbio, assistito 
da soli religiosi, e che eragli stata apparecchiata 
nna sedia col postergale senza trono sopra due soli 
gradini. 

Addì 26 marzo 1749 apparisce dai consigli già 
eretto il nuovo trono papale nella Basilica infe- 
riore: e in detto giorno si deliberò di provvedere 
all' ornamento di esso, che fu fatto di damasco 
pei dì feriali, e di lamina d'oro pei dì festivi. 

Addì 15 aprile fu data commissione al procura- 
tore del Convento di riscuotere dal monte di pietà 
di Roma 5755 scudi ivi deposti, spettanti alle 
questue fatte nel Perù dal P. M. Pasqualucci, per 
impiegarli nella stessa città in luoghi di monti o 
in censi di luoghi pii. 



SKCOLO XVIII. 



Addì 19 aprile si deliberò di fare i nuovi con- 
fessionali di polito e durevole lavoro di noce, che 
sono lungo la nave del sotterraneo, e che furono 
poco di poi assegnati ai penitenzieri delle varie 
nazioni europee. 

Addi 7 maggio si tenne un consiglio, in cui il 
P. Custode, attese le molte obbligazioni che ha 
questa Basilica coi Padri del Santuario di Padova, 
propose che si scrivesse una lettera di condo- 
glianza per l' incendio del famoso tempio del no- 
stro S. Antonio, accaduto la notte susseguente 
al dì 28 marzo, avendo apportato un danno di 
circa ducento mila ducati, e d' offrire a quei padri 
il nostro aiuto secondo il potere di questa sacra 
casa. » 

«La vigilia di Pentecoste del corrente anno 1749 
si apparò il trono pontificio della nostra chiesa 
superiore con un ornato di lama d' oro : ricca- 
mente e preziosamente fornito e fregiato con due 
bellissime armi d'oro di S. Beatitudine e con un 
ritratto naturalissimo di nostro Signore felicemente 
regnante. Il dì seguente essendosi fatta la solita 
processione, e posto uno strato invece dei cuscini 
pel reverendissimo Capitolo, sopra l' infimo gra- 
dino dell'aitar maggiore dalla parte del pulpito di 
pietra, e un altro simile dalla parte dell'organo, 
i signori Canonici per riguardo del trono ponti- 
ficio vi si inginocchiarono con ogni tranquillità. 
Monsignor vescovo e il magistrato non v' inter- 
vennero, vi fu però un concorso straordinario di 



CAPITOLO V. 



nobiltà e di popolo forestiero venuto per la fun- 
zione del S. Velo. » 

« Addì 16 giugno verso le ore 23 giunse in 
Assisi sua Eccellenza la signora Principessa Lam- 
bertini, consorte del signor Principe Egano Lam- 
bertini, nipote di nostro signore Benedetto XIV, 
e andò ad alloggiare in casa Sperelli colla signora 
Donna Lucrezia sua figlia. Al suo ingresso in 
città sonarono tutte le campane. La mattina 
seguente circa le ore 16 venne a visitare la nostra 
Basilica, accompagnata e servita da monsignore 
Vescovo. Entrò per la porta della chiesa supe- 
riore, dove fu ad incontrarla e riceverla coi reli- 
giosi il P. Custode del S. Convento, il quale a 
S. E. solamente presentò colle proprie mani lo 
spargolo.... Osservò di passaggio l'architettura e 
le antiche pitture e il trono pontificio riccamente 
ornato col ritratto del sommo pontefice : poi scese 
nella chiesa inferiore e volle genuflettere sull' ul- 
timo gradino dell' altare del S. Padre. Intanto i 
musici cantavano l'antifona Salve Sancte Pater. » 

In settembre si rinnovarono proteste al ve- 
scovo, al Capitolo e ai magistrati nell' occasione 
della festa delle Stimate: e addì 2 ottobre il mini- 
stro generale Calvi venne a far la visita del S. Con- 
vento per averne avuto l' autorità dal papa, e con 
savi ordinamenti provvide alla regolare ammini- 
strazione dei legati, specialmente de' due altari 
grandi e della Biblioteca. 

Nel prossimo dicembre solennizzando secondo 



3$4 



secolo xvnr. 



il costume i PP. Collegiali, e Baccellieri con 
un' accademia la festa dell' Immacolata, e volendo 
essi distribuire in tale occasione un sonetto a 
stampa, monsig. Ringhieri, allora vescovo d'As- 
sisi, ne vietò la pubblicazione in grazia di queste 
parole : Sacra pontificia Basilica. Ma trionfarono i 
Francescani, che ottenutane facoltà dal Palazzo 
Apostolico, lo fecero stampare proprio in Assisi. 
Ne crebbero i dissapori e l'anno seguente sì il 
Vescovo e sì i magistrati ricusarono d'intervenire 
alla processione del S. Velo, e gli ultimi per la 
prima volta omisero di mandare i trombetti nella 
Sagra della Basilica. Ma peggio intervenne il dì 
del Corpus Domini, che entrata la processione 
del Duomo nella Basilica inferiore, dove per con- 
suetudine si posa sull' aitar maggiore il Venerabile, 
il priore Sermattei, ch'era pur vicario del Ve- 
scovo, e che recava l'Eucaristia sotto il baldac- 
chino portato dai frati, giunto che fu presso al 
trono papale, retrocedette tra la calca del popolo 
che lo seguiva; « affronto (sono parole del Tebaldi) 
pubblico, fatto per la terza volta al sepolcro del 
S. Padre, da non sopportarsi per la quarta volta 
da' suoi figli. » 

La domenica seguente, giorno destinato alla 
processione della Basilica, i Magistrati, al solito 
negarono perfino di mandarvi le loro trombe. « Il 
che risaputosi dalla plebe, s'unirono molti arti- 
giani e accompagnarono la processione dal prin- 
cipio sino alla fine con infiniti spari d'archibugi 



CA PTOI-O v. 



5*5 



e nella piazza della città vi fu un solennissimo 
sparo di mortari ; e così fu dalla plebe sovrab- 
bondantemente supplito all'onore mancato delle 
trombe ; e vi fu un concorso sì grande di popolo, 
che mai si è veduta una funzione così solenne. » 
Anche questa volta il buon senso erasi rifiugiato 
tra il popolo minuto. 

Il dì 7 giugno 1750 entrò custode il P. Lodo- 
vico Lipsin stato ministro della provincia di Liegi, 
che sei anni appresso pubblicava in Assisi co' bei 
tipi d'Andrea Sgariglia la sua Compendiosa historia 
vitae seraphici patris Franósa in formiam dialogi 
prò clariori intelligentia et -firmari vernili descri- 
ptarum memoria in gratiam franciscanae iuventu- 
tis, dedicandola ad illnstrissimam ac scrapliicam 
cìvi tate in Assisiensem. Il quale atto è certo indizio 
dell'animo mite e buono e dell'indole conciliativa 
di lui. E quale mostravasi verso Assisi, mostrassi 
pochi dì appresso verso il P. Molina, ministro 
generale degli Osservanti, recatosi a venerare il 
corpo di S. Francesco. Volle il Lipsin accoglierlo 
a suono di campane, e farsegli incontro sulle porte 
della Basilica recitandogli in latino un bellissimo 
complimento ed elogio, al quale il Molina rispose 
con pari cortesia. E celebrato ch'ebbe la messa 
sulla tomba del Serafico padre, assistito e servito 
da sacerdoti e novizi conventuali, fu da ultimo 
condotto nell'appartamento pontificio, ove si im- 
bandì a lui e al suo numeroso seguito il cioc- 
colattc. 



25 



3 86 



secolo xvrir. 



Al 1750 troviamo la seguente memoria. 

In quest'anno, V indulgenza della Madonna degli 
Angeli non v' è stata se non per i defunti, tut- 
toché il guardiano di quel Convento supplicasse 
con un memoriale al sommo pontefice, che si 
degnasse eccettuare dalla sospensione di tutte le 
altre l' indulgenza plenaria conceduta a quel san- 
tuario il 2 agosto. 

E addì 2 ottobre si diede dal P. Custode la 
permissione al Sig. Conte Cilleni Nepis capitano 
del Perdono, di far appendere per l' imminente 
solennità del S. Padre dal muro delle scale tra 
le due piazze, il tormento della corda per terrore 
de' soli rei di latrocinio. Quanto alla solennità di 
tal festa, ne troviamo la seguente memoria : « Fu 
fatta una musica strepitosissima: fra stromenti e 
cantanti oltrepassarono i musici al numero di cin- 
quanta. Fra questi vi fu il celebre D. Antonio 
Vandini, violoncello dell'arca di Padova: il famoso 
violinista Tessarini e molti altri virtuosi de' primi 
di Italia, e vi fu un concorso straordinario di fo- 
restieri. » 

Neil' ottava di tal festa i religiosi accoglievano 
tra loro il cardinale Spinelli, che celebrata la 
messa all' altare del santo, si mescolò con essi nel 
coro alla recitazione delle ore canoniche. 

Al cominciare del gennaio 175 1 fu smessa l'an- 
tica usanza d' invitare alle processioni della Basi- 
lica il vescovo, i magistrati e i loro trombetti: 
e ai 17 dello stesso mese, in cui cclebravasi la 



CAPITOLO V. 



387 



festa di S. Antonio abate nella cappella a lui sa- 
cra, apprendiamo che in quel giorno per antica 
consuetudine recavasi a S. Francesco una nume- 
rosa cavalcata di cittadini, che s' eleggevano un 
capo, chiamato principe o signore. 

Addì 1 maggio 175 1 fu celebrato il capitolo 
provinciale, in cui, venne eletto ministro il P. Cu- 
rioni milanese, inquisitore d' Istria con giubilo e 
luminarie della città, che in lui sapeva d' acquistare 
un promotore caldissimo della beatificazione di 
F. Giuseppe da Copertino: e addì 14 dello stesso 
mese s' aprirono qui i Concorsi della Religione, 
dove 251 furono gli esaminati. 

Nella processione del Corpus Domini di que- 
st' anno si rinnovò sotto gli occhi del ministro 
Generale Calvi la scena dei tre anni precedenti. 
Il vescovo Ringhieri giunto col Venerabile al 
trono pontificio, invece di procedere sino all'altare, 
retrocedette tra il bisbiglio e l'ammirazione del 
popolo. Quindi mosse lamento in Roma dell' ere- 
zione di quel trono, che a lui pareva una dimi- 
nuzione dei diritti episcopali. Ma papa Bene- 
detto XIV rispose: Noi ci ricordiamo benissimo 
d aver dato, anni sono, ordine espresso, che s' alzi 
il nostro trono nella Basilica de' Minori Conven- 
tuali d'Assisi a noi soli soggetta. E la Congrega 
zione del Concilio rigettò il memoriale del Rin- 
ghieri. Poco appresso nelle fiere del Perdono 
nacque dissidio tra il S. Convento e la nobiltà, 
che pretendeva potesse il capitano del campo di 



3 88 



SECOLO XVIII. 



S. Francesco esercitare, senza licenza de' frati, 
l' antica giurisdizione nelle due piazze innalzandovi 
lo strumento della tortura a terrore de' ribaldi, e 
chiudendoli nelle prigioni del Convento. 

D' altra parte i frati allegavano il privilegio d' im- 
munità in que' luoghi, conceduta loro da papa Cle- 
mente XII, e anche in ciò trionfarono. Seguivano 
in quel mese terribili e quasi continui terremoti, 
che obbligarono i religiosi a rifugiarsi la notte 
sotto capanne rizzate nelle due piazze. 

Addì 2 del settembre seguente visitava la Ba- 
silica Sua Altezza Reale Eminentissima, il Cardi- 
nale Enrico Benedetto Stuardo, duca di Yorch, 
secondogenito di Giacomo III re d' Inghilterra, 
l' ultimo de' quali era pur venuto a visitare la 
tomba di S. Francesco l'anno 1747. 

Intanto continuavano ad agitarsi in Roma, presso 
la Congregazione de' Riti le questioni mosse contro 
gli usi e privilegi della Basilica fino dal 1747 dal 
vescovo Ottavio de' Conti Ringhieri, il quale spesso 
sottilizzando e non di rado trascorrendo ad affer- 
mazioni gratuite, sosteneva che i privilegi conce- 
duti da Gregorio IX erano stati revocati da lui 
stesso nella bolla Speravinms hactenus, e che le 
altre bolle di Nicolò IV, d' Innocenzo IV, di 
Clemente IV e di Sisto IV erano apocrife e di 
niun valore. Chiedeva quindi, che al vescovo d'As- 
sisi fosse lecito d' esercitare in S. Francesco qual- 
siasi diritto episcopale e d'avervi sì egli, come il 
capitolo, tutti gli onori, che loro convenivano 



CAPITOLO V. 



38Q 



nelle altre chiese. Se non che Benedetto XIV, 
facendo erìgere, come notammo, il trono papale 
anche nella Basilica inferióre e prescrivervi un 
ceremoniale da monsignor Gamberucci, veniva così 
a troncare ogni questione e a dar la vittoria ai 
Frati Minori: e questi alla lor volta stando alle 
prescrizioni del ceremoniale dovevano rifiutare al 
Ringhieri gli onori eh' egli pretendea d' avere in 
grazia della sua dignità. Ma il vescovo non si 
smarrì per questo, e tirati alla sua parte i canonici 
del Duomo e i magistrati della città, tornò all'as- 
salto, facendo presentare dal suo cerimoniere 
Niccolò Rossi un memoriale alla Congregazione 
de' Sacri Riti, in cui chiedeva che si prescrivesse 
nella Basilica francescana l'osservanza del cere- 
moniale comune de' vescovi: e col favore d' Ignazio 
Reali, primo cerimoniere del pontefice, avrebbe 
senza fallo ottenuto l' intento suo, se il ministro 
Generale Calvi non vi si fosse a tempo attraver- 
sato. Perocché avuto egli sentore, che stava per 
emanarsi una decretale, che avrebbe decisa la 
controversia secondo la forma del diritto cano- 
nico, cioè a favore del vescovo, corse inconta- 
nente ai piedi di sua santità, e tanto disse, che 
lo persuase di richiamare a sè l' esame della causa. 

In questo mezzo però la religiosa famiglia di 
S. Francesco trovavasi in un pelago d' angustie 
e di timori sì per gli oltraggi provati e le tribo- 
lazioni sofferte (sono parole del Tebaldi) e sì ancora 
per i timori, le diffidenze e i sospetti interni. Ma 



39<> 



SECOLO XVIII. 



questi giorni di battaglia precorrevano ed affret- 
tavano il dì del definitivo trionfo. 



CAPITOLO VI. 

La celebre costituzione di Benedetto XIV, con 
cui S. Francesco si dichiara Basilica Pa- 
triarcale e Cappella Papale. 

La costituzione emanata da papa Lambertini 
venne a porre il colmo ai privilegi che per cinque 
secoli i romani pontefici avevano prodigati alla 
Basilica francescana: e questa concessione vera- 
mente singolare levò il santuario d'Assisi all'al- 
tezza medesima delle maggiori Basiliche di Roma : 
onore non conceduto a verun' altra chiesa del 
mondo. Dicono che quel pontefice stesse da prima 
in forse tra questa d'Assisi e quella di Loreto: ed 
è certo che i suoi bolognesi perorarono perchè 
tal concessione si facesse alla tomba di S. Dome- 
nico. Ma presto prevalse il patriarca serafico nel 
giudizio e nell' animo di quel papa, nella cui fami- 
glia n' era antico ed ereditario il culto, ricordando 
egli stesso nella sua costituzione, che i Lamber- 
tini, vivente tuttavia il santo, avevano costruito 
e donato in Bologna il primo Convento ai frati 
minori, e che la famiglia sua in una fierissima 
pestilenza era scampata dalla distruzione : cui 



CAPITOLO VI. 



molte altre soggiacquero, per l' intercessione di 
S. Francesco. 

A toglier dunque di mezzo le cagioni delle 
lunghe dispute tra i Conventuali e il vescovo, 
addì 24 marzo 1754 emanò una lunga bolla, in 
cui, ricordate le onorificenze dei suoi predecessori 
concedute al sacro luogo, soggetto immediata- 
mente fin dall'origine alla S. Sede, dichiarato capo 
di tutto l' Ordine minoritico, e dato in perpetua 
custodia ai frati Minori, consacrato solennemente 
da Innocenzo IV, dichiarato esente da qualsiasi 
interdetto ed illustrato dalle frequenti visite e 
dimore de' sommi pontefici, i quali vi collocarono 
il loro archivio, ed alcuni v'elessero il sepolcro, 
ergendovi anche la doppia cattedra pontificale, 
concedendogli l'indulgenza plenaria perpetua, ed 
istituendovi penitenzieri con ampie facoltà d' assol- 
vere e commutare i voti ; rinnova e conferma tutti 
gli anteriori privilegi, lo dichiara esente da ogni 
giurisdizione ordinaria e delegata, accogliendolo 
sotto l' immediato potere della sede apostolica ed 
erigendo la chiesa di S. Francesco in Basilica 
patriarcale e Cappella pontifìcia. Per virtù di tale 
costituzione venne a confermarsi ai PP. Conven- 
tuali la perpetua custodia della Basilica con l' ob- 
bligo dell'annuo canone d'una libbra di cera da 
offrirsi da essi alla camera la vigilia di S. Pietro. 
E così venne riserbato ai papi il trono eretto in 
ambedue le chiese e quella parte del doppio altare, 
che riguarda il trono, non concedendovisi se non 



SECOLO XVI ir. 



in certe feste la celebrazione della messa grande : 
e fu prescritta l'osservanza d'un nuovo cerimo- 
niale, compilato d'ordine d'esso papa, e pubbli- 
cato lo stesso anno in Roma co' tipi del Saio- 
moni. 



CAPITOLO VII. 

Il culto della musica in S. Francesco d'Assisi. 

Fu notato da più d'un biografo, come l'anima 
gentile di Francesco, disposta mirabilmente a sen- 
tire ogni genere di bellezza creata, da cui risaliva 
alla contemplazione dell'eterna, fosse aperta alle 
attrattive dell' armonia, e come egli però si dilet- 
tasse del poetare e del modulare la voce al canto. 
Non è quindi maraviglia, se da lui ereditassero i 
Frati Minori l' amore della musica, che ha tanta 
potenza negli animi umani, e che la religione con 
sacra facendola ministra del culto esteriore nelle 
chiese e nelle basiliche. Nè è da stupire, se mentre 
le arti concorrevano a fargli così splendida sepol- 
tura, la musica eziandio non fu lenta ad onorarne 
la tomba. 11 più antico documento ce ne offre la 
leggenda di S. Chiara, scritta tra il 1253 e il 1255, 
là dove si narra, che impedita quella piissima 
donna per le infermità, che la tribolavano, dall' as- 
sistere al matutino cantato dalle suore la notte 



CAPITOLO VII. 



393 



del santo Natale, ottenne da Dio grazia d'assistere 
in ispirito alla festa che i Frati Minori facevano 
nella Basilica francescana: « dove (sono le parole, 
dello storico) i concerti, che vi si facevano, co- 
minciarono a sonarle nell'orecchio: udiva il giu- 
bilo de' frati salmeggianti, le armonie de' cantori 
e il suono stesso degli organi. » E di quel secolo 
altresì, o del principio del seguente si conserva 
nell'archivio un'innario, dove le sequenze e gli inni 
sono musicati a concerti di più voci. Al 1363 ab- 
biamo il documento seguente : 

«Et post factam rathionem expendit procurator 
die XII decembris frati Fr ime i sellino de sancta 
Col 11 ni ba provinciae Bonouiae magistro organo?- uni 
prò rebus ueeessatiis eniptis ab eo prò organis 
prout ipse assignavit in libro suo. » 

Nella prima metà del cinquecento si rinnova- 
rono per la munificenza del generale Camilli da 
Noè era gli organi d'ambedue le chiese. Quello 
della superiore si conservò fino all'anno 1846, in 
cui gli fu improvvidamente surrogato il nuovo 
organo del Martinelli d' Umbertide. L' altro della 
chiesa inferiore rimpetto alla sacristia, cedette il 
luogo ad un migliore intorno alla metà del 700. Fi- 
nalmente sotto il pontificato del Lambertini fu- 
rono aggiunti alle orchestre del coro i due orga- 
netti di Luigi Galligari di Foligno, che tolti ai di 
nostri negli ultimi ristauri, faranno luogo al bell'or- 
gano del Morettini di Perugia. 

Ma quel che più importa notare, si è la serie 



394 



SECOLO XVIII. 



de' maestri che qui scrissero ed insegnarono : che 
ad essere debitamente illustrati fornirebbero ma- 
teria a un grosso volume. Noi toccheremo so- 
lamente de' principali. 

Nei primi decenni del cinquecento diresse questa 
cappella il maestro Rufino Bartolucci, che fu primo 
a introdurre nella musica sacra i canti ad una e 
i concerti a due e più voci, precorrendo il Pale- 
stina nella riforma, e vantaggiandosene con la 
divinazione della melodia. Dopo lui il P. Costanzo 
Porta cremonese pubblicava antifone e messe 
nel 1566 e nel 1585 in Venezia per Claudio Cor- 
reggiato, dedicandole a Sisto V. Nel 1610 vi 
fioriva il P. Giulio Belli, detto MAESTRO ECCEL- 
LENTISSIMO dal Porta in un codice musicale da 
lui donato alla Basilica. 

Nel 1692 il P. Grandi lasciò in quest'Archivio 
molti insigni autografi : e gli successe il P. Fran- 
cesco Maria Angeli, l'autore del Collis Paradisi. 
Seguì il P. Boemo di Praga, (17 12) da cui fu ini- 
ziato nella scienza musicale il Padovano Antonio 
Tartini : e si successero quindi V uno all' altro 
F. Francesco Maria Benedetti (17 16) F. Domenico 
Antonio Giordani (1722) e Fra Francesco Maria 
Zuccari, che scrisse dal 1728 al 1780: eccellenti 
tutti, ma più eccellente l'ultimo, che per profon- 
dità di contrappunto e per fecondità d'ispirazione 
andava del pari con F. Giuseppe Paolucci, V autore 
dello stupendo Mattutino di S. Francesco ad otto 



CAPITOLO VII. 



395 



voci e con Fra Stanilao Mattei, il maestro del- 
l'immortale Rossini. 

Tre erano per testimonianza del Conti i generi 
di musica nella Basilica francescana : a sole voci, 
coli' accompagnamento dell'organo ed a piena 
orchestra. Il terzo ne fu sbandito con la costitu- 
zione di Benedetto XIV, non permettendosi nelle 
cappelle papali altri stromenti oltre l' organo che 
il violone e il violoncello. Tra i canti a sole voci 
è famoso anche fuori d'Italia quello antichissimo 
e tradizionale detto del Transito, che suol can- 
tarsi nella più parte de' sabbati dopo la compieta. 

Fu al Zuccari dato successore il napoletano 
F. Anton Maria Amone, che godè fama pari a 
quella del contemporaneo Zingarelli. Gli fu sur- 
rogato nel 1842. F. Antonio Musilli, profondo 
armonista, che allo stesso Zingarelli era stato 
discepolo: e a cui nel 1858 successe F.Alessan- 
dro Borroni, allievo del Mercadante e del Rossini, 
il quale ha in questa Basilica recato la musica 
sacra ad una altezza invidiabile alle primarie chiese 
del mondo cattolico. Il serafico Padre lo conservi 
ancora lunghi anni a gloria del suo Ordine e allo 
splendore del divin culto sul suo sepolcro. 



3q6 secolo xv in. 



CAPITOLO Vili. 

Feste in S. Francesco per la beatificazione del 
Venerabile P. Giuseppe da Copertino. 

Appena scritto nel numero de' beati 1* estatico 
da Copertino, i Frati Minori del S. Convento 
l'anno 1753 deliberarono, che in onore di lui fosse- 
dedicata la cappella di S. Niccolò, che si serbas- 
sero al culto pubblico le paramenta sacerdotali, 
che di lui si custodivano nell'oratorio del novi- 
ziato vecchio ; che al Fornioni, che godeva in 
Bologna fama di valente pittore, s'allogasse il 
nuovo quadro da porsi suH' altare della cappella, 
e che il triduo solenne si riunisse con le feste del 
Serafico Patriarca. Più tardi, cioè nel dicembre 
del 1759 fu decretato, che con le limosine del 
Ministro generale Costanzi sè ne rifacesse di pre- 
ziosi marmi V altare, che fu lavorato dagli scultori 
perugini, Francesco Casella e Gaspero Baruganti 
con disegno datone da Giuseppe Ferroni archi- 
tetto romano, e costò scudi 464. I bronzi che 
l'adornavano, lavorati dagli orefici Angelo Ca- 
gliesi e Vincenzo Vincenzi pur di Perugia co- 
starono scudi 112. La festa riuscì magnifica, si 
protrasse per tre dì con messe pontificali ed ora- 
zioni panigiriche e scelte musiche, nò vi manca- 
rono gli apparati dei drappi, dei veli e delle 
trine d' oro a scapito degli antichi affreschi. 



CAPITOLO vnr. 



397 



Cinque anni appresso i medesimi scultori ese- 
guirono per l'aitar maggiore della superior Basi- 
lica ampio e maestoso gradino con pietre buone, 
con isf ondati di pietre orientali, colle cornici indo- 
rate, col ciborio e i dite sportelli di bronzo inorato, 
e i due modiglioni grandi di qua e di la per la 
somma di scudi 380. Nello stesso tempo fu tutto 
rinnovato il pavimento della medesima chiesa su- 
periore, dell' appartamento papale e del salone 
della Biblioteca: come poco innanzi erasi ristau- 
rato coi disegni di Pietro Carattoli architetto e 
pittore perugino il refettorio maggiore, in testa al 
quale fu posta la grandiosa tela ad olio di Fran- 
cesco Solimena, ove è con macchinosa invenzione 
rappresentata la cena degli Apostoli. 

E così nel giugno del 1761 fu riparato l'oratorio 
ove nacque il S. Patriarca, la qual chiesetta mi- 
nacciava rovina. 



CAPITOLO IX. 

Notizie del rimanente secolo decimo ottavo. 

Un breve dì Clemente XIII dato il 19 gen- 
naio 1764 separando il S. Convento dalla provincia 
dell'Umbria, venne a togliere le troppo frequenti 
occasioni di dispute tra la famiglia religiosa che 
custodisce il sepolcro dei Serafico Patriarca e i 



39* 



SECOLO XVIU. 



ministri provinciali, che pretendevano sovr' essa 
esercitare la propria giurisdizione. 

Nel settembre dell'anno 1767, si rinnovarono 
per otto dì feste solennissime in onore del B. Giu- 
seppe da Copertino, scritto finalmente nel cato- 
logo de' santi. 

Nel novembre del 1768 fu abolita come poco 
spediente la spezieria del Convento, la quale fu com- 
perata dai Cairoli d'Assisi a prezzo di scudi 300. 

Nel maggio del 1769 grandi feste e luminarie 
si fecero per l' assunzione del Ganganelli al pon- 
tificato ; e questi poco di poi mandava in dono 
alla Basilica prima un bel calice d'argento, poi 
un altro bellissimo d'oro, offertogli dal re di Sar 
degna pel tributo d'alcuni feudi. 

Nell'agosto del 1771 d'ordine dello stesso papa 
celebravasi un triduo per impetrare un felice parto 
alla real principessa d'Asturias: e il 4 d'ottobre 
vi si cantava il Te Dcum per la nascita del prin- 
cipino d'Asturia dall'Arcivescovo di Teodosia tra 
il giulivo suono delle campane di questa Basilica, 
con replicate scariche de' soldati córsi venuti da 
Perugia col loro capitano. 

L'anno seguente essendosi rotta l'antichissima 
campana de' tempi di frate Elia detta Italiana, fu 
rifusa nel cimeterio da Gio. Battista Donati, pa- 
trizio aquilano. 

In gennaio del 1774 si resero qui a Dio pubbliche 
grazie per la concordia ristabilita tra il romano 
pontefice coi re di Francia, Spagna e Napoli, e 



CAPITOLO IX. 



399 



per la restituzione di Benevento e d'Avignone 
fatta alla sede apostolica. 

Nel settembre del 1775 fu venduto il piccolo 
monastero di S. Angelo di Panzo, dipendente dal 
S. Convento, al seminario serafico, che per tale 
aggiunta fu notabilmente aggrandito. 

Addì 1 maggio 1780 visitarono la Basilica e il 
Convento l'arciduca Ferdinando d'Austria e l' ar- 
ciduchessa Maria Beatrice di Modena, sua consorte, 
accompagnati dal principe Albani e dal marchese 
Cusani: e l'anno seguente furono spesi mille scudi 
in riparare il chiostro grande che da più parti 
minacciava rovina. Pochi dì appresso al P. Zuc- 
cari già pervenuto agli anni 84 e tuttavia maestro 
di cappella fu dai PP. del consiglio dato in aiuto 
fra Clemente Mattei bolognese, allora novizio nel 
S. Convento. 

La processione del S. Velo solita farsi il dì 
dell'Annunziata, fu nel 1783 trasferita la prima 
volta al lunedì di Pasqua, come poi s' è costumato 
di fare insino ad oggi. 

Nell'ottobre del 1785 fu deliberato dal consiglio 
de' Padri, che non si lavorassero più i terreni 
contigui al Convento perchè non ne ricevesse 
danno l' edilìzio; e non molto di poi fu anco vie- 
tato lo sparar mortari dalla torre del campanile. 

Intanto cominciavano i timori e le agitazioni 
delle grandi rivolture di Francia, e il pacifico 
Pio VI vedevasi costretto di prepararsi a difendere 
i suoi stati dalle aggressioni dell' invasore stra- 



SKCOUO XVIII. 



niero. A tal uopo i PP. del S. Convento nel no- 
vembre del 1796 gli offerivano un sussidio di 
cinquecento scudi. Ma i Francesi prevalsero, come 
tutti sanno: e nel marzo del 1798 accadde il primo 
spoglio dei preziosi arredi della nostra sacristia. 
Ecco la memoria che ne troviamo nel libro dei 
consigli. « I Francesi presero civilmente da questo 
Santuario ori, argenti e gioie con minacce se non 
fosse loro palesato qualche oggetto, che da noi 
s'era industriosamente occultato, come erasi fatto 
del calice d'oro e dell'elegante e nobile ostensorio. 
Questi nominatamente vollero e li portarono via 
insieme con altri argenti in numero di trecento. 
Tolsero anche il rinomato topazio, le perle della 
pianeta e i coralli del paramento in terzo, e la 
croce di zaffiri. Questi scassati, parvero falsi: erano 
legati in oro, e li portarono via per profittare al- 
meno di quell' oro. Dal ricevuto, che ne lasciarono, 
non risulta nè il topazio, nè la croce predetta, 
perchè V esecutore Bufort disse che avrebbe ri- 
mandato il topazio, se si fosse trovato falso, come 
egli temeva: ma non essendosi rimandato, è da 
credersi che fosse buono. Il comissario Rotaglia 
volle per sè in dono due pezzi di pittura in ta- 
vola e la croce suddetta. Il ricevuto in francese 
si conserva in questo nostro Archivio.» E da esso 
risulta che gli argenti rubati pesavano 1 144 libre. 
Così spogliata rimaneva a un tratto la Basilica di 
S. Francesco del tesoro, onde in sei secoli l'aveva 
arricchita la pietà del mondo cattolico. 



SECOLO XIX 



l6 



CAPITOLO I. 



La prima soppressione degli Ordini religiosi. 



"Mài 



[UESTO secolo incominciato con augurii 
sinistri, recò avvenimenti tanto infausti, 
che i simili non s'erano veduti altra volta 



nel giro di sei secoli. 

Più volte lo strepito delle armi nemiche aveva 
intronato questi santi e pacifici recessi: ma non 
mai la temerità umana, erasi spinta oltre alle soglie 
del chiostro; e se qualche rara volta era pene- 
trata fin dentro al santuario, se n 1 era poi subito 
ritratta quasi pentendosi e vergognandosi di se 
medesima. Ma questa volta era guerra di stranieri 
congiurati a cancellare ogni reliquia del passato: 
ed è consolante in tanto dolore il vedere la citta- 
dinanza prendere la tutela di ciò che a ragione 
stimavano principalissima loro gloria. Già il dì 
15 giugno 1798 erano stati cacciati d'ordine del 
comandante di Foligno tutti i frati, non natii degli 



4o 4 



SECOLO XIX. 



stati ecclesiastici, e nel febbraio 1799 il S. Con- 
vento avea dovuto pagare per le forniture di vesti 
delle milizie francesi scudi 713 a un mercante di 
pannilani in Foligno e ad un fabbricatore di tele 
in Bevagna. E continuando e incanzandosi le for- 
zate contribuzioni, nell'aprile del 1800 erano co 
stretti i padri per provvedere ai bisogni della povera 
famiglia di contrarre un debito di mille scudi. Vi 
s' aggiungeva la malignità delle stagioni : due volte 
la grandine disertò i colti: e nondimeno in quel- 
l'anno 1801 il consiglio de' padri a maggior gloria 
di Dio e del serafico padre, a edificazione del secolo 
e a decoro del santuario consentiva al P. Amone, 
maestro di cappella di provvedersi per le musiche 
della festa di S. Francesco, di tre organisti, di 
due contrabbassi, di due violoncelli, di cinque 
soprani, di cinque contralti, d' un egual numero 
di tenori e di sei bassi, laddove negli anni ordi- 
nari il numero de' cantori giungeva spesso sino a 
quaranta. 

Nel 1803 partiva dal Sacro Convento, di cui 
era stato custode, f. Nicolò Papini da Siena, che 
durante il suo custodiato erasi messo a ricercare 
il luogo del sepolcro del S. Patriarca: ma sgo- 
mentato dai politici mutamenti da ultimo erasi 
ritratto da quell'impresa: e nel 1806 fatto ministro 
generale, impetrò dal papa a' suoi confratelli d'As- 
sisi la condonazione de' denari, che per sopperire 
ai gravi bisogni del Convento avevano tolti in 
prestanza dalle casse della Biblioteca, della fabbrica 



capitolo r. 



405 



e della sacristia. Così attraverso ad angustie ogni 
dì crescenti, si giunse al maggio del 18 10, in cui 
uscì il decreto, che sopprimeva tutti gli ordini 
regolari, ed incorporava allo Stato i loro beni. 
In tale occasione due de' più ricchi ed autorevoli 
cittadini ricomperarono dal demanio le otto cam- 
pane della Basilica, che altrimenti si sarebbero 
convertite in artiglierie; e pei buoni uffizi di chi 
presedeva ne' magistrati civili, tutti i poderi del 
sacro Convento furono annessi all'Appannaggio, 
destinato da Napoleone alla corona d'Italia. 



CAPITOLO II. 

La ristaurazione della famiglia religiosa 

in S. Francesco, 
e il ritrovamento del suo sacro corpo. 

Volta in basso la fortuna dell' ambiziosissimo 
Corso, addì 24 dicembre 1814 ripresero l'abito 
dell'Ordine i sette sacerdoti e i tre laici ch'erano 
stati lasciati a custodia della Basilica, e ai quali 
non tardarono ad aggiungersene non pochi altri. 
Ma l'abbandono in cui era rimasto il Convento, 
in così breve periodo avea cagionato guasti gra- 
vissimi, ed alle urgenti riparazioni supplì, come 
era solita, la Camera papale. Ma il peggior danno 
fu lo scompiglio amministrativo, perchè da quel 



4of> 



secolo xrx. 



tempo s' abolirono le casse speciali, e le rendite de- 
cimate del patrimonio si versarono in unico erario. 

Nell'agosto dell'anno seguente per l'interven- 
zione del Card. Galeffi si ripristinò ad istanza dei 
frati e di tutta la cittadinanza la processione del 
Perdono; e niente di memorabile seguì fino al 1818, 
in cui sotto il custodiato di F. Bonaventura Zab- 
beroni con licenza del romano pontefice si rico- 
minciarono le ricerche per ritrovare il corpo del 
serafico patriarca. Dopo cinquantadue notti di 
assiduo e faticosissimo lavoro, eseguito da pochi 
artefici, a cui era imposto il più alto segreto, si 
arrivò finalmente a scoprire attraverso una fitta 
e poderosa grata di ferro lo scheletro del santo. 
Fattane poi giuridica ricognizione d' ordine del 
pontefice dai vescovi di Assisi, di Perugia, di 
Spoleto, di Foligno e di Nocera e chiarita da una 
consulta di quattro cardinali e di più prelati ed 
archeologi la medesimezza del venerando corpo, 
se ne bandì la novella, che incontanente corse 
oltre i termini d' Italia. Onde nel giugno del 1819, 
Francesco I d'Austria, per tacere de' minori per- 
sonaggi, recavasi a bella posta in Assisi insieme 
con 1' augusta sua donna a venerarvi quelle ceneri 
e a vedervi i grandi lavori fatti per ritrovarle. 
Nulla diremo delle pompe, delle allegrezze, delle 
processioni solennissime onde festeggiossi il lieto 
avvenimento, che dopo il doloroso periodo dell' oc- 
cupazione straniera parve a tutti augurio di giorni 
men tristi. 



CAPITOLO II. 



CAPITOLO III. 

Costruzione del nuovo sotterraneo. 

A perpetuar la memoria del fausto ritrovamento, 
si concepì subito il pensiero d' edificare un nuovo 
sotterraneo: pensiero che altri giudicherebbe strano, 
dacché nell'antica Basilica tiene luogo di sotter- 
raneo la chiesa inferiore. Ma una vecchia tradi- 
zione, da noi già ricordata, diceva tre essere qui 
le chiese costruite da Lapo e 1' una sovrapposta 
all' altra. Non trovando [ora questo favoleggiato 
ipogeo, vollero farvelo a ogni modo, e lo fecero 
in effetto qual' era da aspettarselo quando nelle 
accademie di quasi tutta Europa l' ignoranza del- 
l' architettura medioevale andava del pari col tra- 
dizional disprezzo in che era avuta. A Giuseppe 
Brizi d'Assisi e a Pasquale Belli, architetto pon- 
tificio, ne chiesero i frati il disegno. Ed ambedue 
gli artisti pagarono il tributo al gusto del loro 
tempo, che non trovava bellezza fuori del classi- 
cismo greco. Fu preferito quello del Belli ; ma la 
gloria dell'ardua esecuzione è del Brizi, che in 
soli sei mesi diè con universal maraviglia l' opera 
compiuta. Questa rapidissima esecuzione fu con- 
sentita dalle larghe offerte che per la nuova 
fabbrica fecero il romano pontefice, assai cardi- 
nali e prelati, la più parte dei principi d' Europa, 
non che moltissimi privati. Nè è da tacere che il 



4 o8 



SECOLO XIX. 



Municipio d'Assisi fece a sue spese tutto l' orna- 
mento che è intorno al sepolcro e il bell'altare 
marmoreo che vi sorge dinanzi. 



CAPITOLO TV. 

Inaugurazione del nuovo sotterraneo, 
e cose memorabili, seguite nel S. Convento 
sino all' ultima soppressione degli O. Religiosi, 

Nell'ottobre del 1824 con più magnifiche feste 
s' inaugurò il novello sotterraneo, dove dopo aver 
recate a processione per la città le sacre ceneri 
del Santo Patriarca, vennero esse ricollocate nel 
luogo primiero ed esposte alla venerazione dei 
fedeli. E questo fu V avvenimento più memorabile 
del presente secolo nella storia della Basilica fran- 
cescana. 

Trascorrendo ora sugli anni, che da quell' epoca 
si volsero fino alla soppressione degli Ordini re- 
ligiosi in Italia, ricorderemo innanzi tutto che 
l'anno 1836 furono rifuse le campane da Pietro 
Baldini canonico di Sassoferrato e che in tale 
occasione furono disfatte anco le due campane 
antichissime, che recavano il nome di frate Elia. 
In quell' anno medesimo furono rilegati quasi tutti 
i volumi e i codici della Biblioteca per cura del 
P. Stefano Damiani bibliotecario, il quale fece a 



CAPITOLO IV. 



sue spese dipingere da Eugenio Romagnoli la 
tela, ov' è figurata l' immacolata Concezione, che 
abbellisce il soffitto della sala maggiore della me- 
desima libreria. 

L'anno 1839 il camerlengato pontificio stipulò 
contratto col milanese Bertini per la riparazione 
delle invetriate dipinte delle due chiese. Furono 
del tutto rinnovate quelle dei finestroni di mezzo 
dell' abside superiore e inferiore, una delle tre che 
sono nella cappella del Battista e gli occhi delle 
due facciate. 

Addì 22 settembre del 1841 il sommo pontefice 
Gregorio XVI visitò la Basilica e dimorò sino al 
giorno seguente nell'appartamento papale: e da 
una loggia aperta in capo alla foresteria sul por- 
tico della piazza inferiore, tutta messa a festa, 
benedisse all' affollata moltitudine. 

L'anno 1847 ^ u dal camerlengato provvisto alla 
ristaurazione degli affreschi d' ambedue le chiese. 
Furono a tale effetto mandati i fratelli Succi, che 
meritamente erano riputati i migliori in quest'arte. 

Addì 7 maggio 1857 pose piede nella Basilica 
papa Pio IX di S. M: pernottò nelle camere pon- 
tificie e la mattina seguente offrì l' incruento sa- 
crifizio all' altare del nuovo sotterraneo, dove poi 
mandò a monumento di sua devozione i bassorilievi 
che ne adornano le pareti, da lui commessi prima 
al Chialli, e morto questo, al Gianfredi, che scolpì 
anco le due grandi statue di Pio VII e di Pio IX, 



skcoi.o xrx. 



collocate nelle nicchie lungo la scala che da 
esso sotterraneo porta al chiostro inferiore di 
Sisto IV. 

Finalmente col decreto del Pepoli R. Commis- 
sario dell'Umbria, emanato addì il decembre 1860, 
con cui si sopprimevano tutte le famiglie mona- 
stiche della provincia, si permise ai frati del 
S. Convento di convivere insieme, usufruttando le 
rendite del loro patrimonio, finché si riducessero 
a tre soli individui. Ciò nondimeno poco di poi 
ne furono espulsi per opera del regio demanio, e 
la Basilica affidata alle cure del Municipio d'Assisi, 
continuò ad essere custodita da otto sacerdoti 
dell' Ordine stesso, ed alla regia Commissione con- 
servatrice de' monumenti ne venne commessa la 
conservazione. In questo periodo di tempo si diè 
mano ad importanti riparazioni, e furono ivi posti 
la prima volta i pali elettrici a guarentire il pre- 
zioso monumento dai fulmini, che più volte l' ave- 
vano danneggiato. 

Dopo il 1870 passata la nostra Basilica sotto 
l' immediata ispezione del Ministero dell' Istru- 
zione pubblica, sì ricominciarono i ristauri degli 
antichi affreschi, e per opera del Cavalcaseli, 
che erasi proposto di ridurre l'edifizio allo stato 
primitivo, si cominciò dallo sbarazzarlo dei quadri 
e dei dossali d'altari dell'epoca barocca; poi esa- 
gerandosi quest'intenzione se ne tolsero gli organi 
e le orchestre : e giunse tant' oltre questa smania 



CAPTOLO IV. 



4 ir 



improvvida, che fu decretata fin la rimozione del 
bellissimo coro della chiesa di sopra. Invano Ce- 
sare Cantù tentò richiamare a miglior consiglio 
chi era a capo della cosa pubblica; invano l'il- 
lustre archeologo C. Gio. Battista Rossi Scotti e 
Mariano Guardabassi e Luigi Carottoli, pittori 
perugini, tentarono scongiurare la sciagurata ri- 
mozione : invano il Cristofani vi si oppose con 
zelo di cittadino. Il coro fu tolto e a renderne 
impossibile la ricollocazione, levato via d'attorno 
alla tomba del santo l' antico serraglio, fu posto 
intorno all' aitar maggiore della Basilica di sopra, 
dove non aveva alcuna ragione di stare. Tanto è 
vero, che dei monumenti artistici, onde è ricca 
ogni terra d'Italia, le più zelanti le più sapienti 
tutrici sono le cittadinanze che li posseggono. 

Finalmente nell'ottobre del 1877 per sentenza 
giuridica pronunziata contro il Demanio furono 
rimessi i PP. Conventuali nel possesso del chio- 
stro e di tutti i diritti, loro conceduti dal de- 
creto Pepoli. Così l'augusto monumento veniva 
novellamente affidato a coloro che pel corso di 
sei secoli n'erano stati solleciti custodi. 

Ma dovrà venir pure un tempo, e forse non è 
lontano, che spentasi la presente famiglia, questa 
Basilica, segno alla venerazione del mondo, ri- 
manga deserta: che queste volte misteriose dì e 
notte echeggianti dei devoti salmeggiari e delle 
solenni melodie della musica sacra, diventino ad 



4 I2 



SECOLO XIX. 



un tratto mute come le funebri cave dei sepolcri: 
e a colui che in tutta la sua vita fè risonare 
all'orecchio dei discordi cittadini la soave parola 
di carità neghi la patria sconoscente, l'omaggio 
d'un saluto profTerto da' suoi figli. Rifugge l'animo 
inorridito al solo pensarvi. Deh provegga Iddio 
a scongiurare dall' Italia la vergogna e il danno 
di così funesto abbandono! 



FINE. 



INDICE 



Epigrafe dedicatoria Pag. 5 

Prefazione » 6 

SECOLO XIII. 

CAP. I. Morte di S. Francesco: prima idea della fon- 
dazione della Basilica » 9 

CAP. II. Papa Gregorio IX canonizza il santo e pone la 

prima pietra della Basilica a onore di lui . . >» 12 

CAP. III. Chi fosse 1' architetto della Basilica e del chio- 
stro di S. Francesco '. >» 14 

CAP. IV. La Basilica di S. Francesco primo esempio 

d' una nuova architettura » 17 

CAP. V. Spartizione della Basilica in chiesa e sotter- 
raneo >» 1 Q 

CAP. VI. Primi privilegi della Basilica: sua magnificenza 

e biasimi che n' ebbe frate Elia » 2 1 



4 i4 



INDICE 



CAP. VII. Capitolo generale tenuto nel nuovo Convento 

d'Assisi Tanno 1230 Pag. 25 

CAP. Vili. Traslazione del corpo di S. Francesco nella 

sua nuova Basilica » 26 

CAP. IX. Papa Gregorio ascolta benignamente gli oratori 

del Comune d'Assisi » 29 

CAP. X. Con quanta cura assicurò Elia il sepolcro di 

S. Francesco » 32 

CAP. XI. Prime prove della rinascente Pittura nella Ba- 
silica di Assisi » 35 

CAP. XII. La più antica effigie del santo nella sua Ba- 
silica . » 39 

CAP. XIII. Frate Elia promuove il compimento della 

Basilica » 42 

CAP. XIV La torre del campanile ''45 

CAP. XV. Madonna Iacopa de' Frangipani sepolta nella 

Basilica di S. Francesco » 48 

CAP. XVI. La Basilica di S. Francesco rispettata dalle 

milizie di Federigo II nell' oppugnazione della città. » 50 

CAP. XVII. Il tesoro della curia romana custodito nella 

Basilica di S. Francesco » 53 

CAP. XVIII. Innocenzo IV consacra la Basilica e il Con- 
vento d' Assisi a 55 

CAP. XIX. Frate Filippo da Campello preposto alla 

fabbrica di questa Basilica 8 57 

CAP. XX. S. Stanislao, vescovo di Cracovia, canonizzato 

da Innocenzo IV nella Basilica francescana . . » .58 

CAP. XXI. Altri privilegi conceduti alla Basilica da In- 
nocenzo IV » 61 

CAP. XXII. Memorie lasciate da S. Bonaventura nella 

nostra Basilica » 62 

CAP. XXIII. Papa Alessandro IV zela i diritti de' frati 



INDICE 



413 



minori d' Assisi. Suoi diplomi che si riferiscono 
alla Basilica Pag 64 

CAP. XXIV. Protesta/ione di due vescovi d' Assisi in 

favore della Basilica » 68* 

CAP. XXV. Privilegi conceduti alla Basilica da papa Cle- 
mente IV : tre bolle del medesimo : una di Gre- 
gorio X : ed altra di Nicolò IV » 70 

CAP. XXVI. Della piazza che è innanzi alla Basilica. » 72 

CAP. XXVII. Giovanni Cimabue in Assisi ...» 74 

CAP. XXVIII. Papa Martino IV elegge la sua sepoltura 

in S. Francesco . . . . , » 81 

CAP. XXIX. Dissidio tra i frati di S. Francesco e il 

Comune d' Assisi a cagione d' uno speciale. . » 82 

CAP. XXX. Bolle di Nicolò IV e di Bonifacio Vili in 

favore della Basilica d' Assisi » 85 



SECOLO XIV. 



CAP. [. I frati e le suore della Penitenza in S. Fran- 
cesco d' Assisi » 9 ( 

CAP. II. Costruzione delle due prime cappelle ai fian- 
chi del sotterraneo , » 93 

CAP. III. Le due cappelle del cardinal Gentile . . » 96 

CAP. IV. Giotto in Assisi " 98 

CAP. V. Le storie di Giotto nella Basilica superiore. » 100 
CAP. VI. Preludio della santità di S. Francesco . » 101 
CAP. VII. S. Francesco dona a un povero il suo man- 
tello » 1 02 

CAP. Vili. La visione del palagio ornato d'armi . » 104 

CAP. IX. S. Francesco in S. Damiano » 105 

CAP. X. S. Francesco rinunzia all'eredità paterna. » ivi 

CAP. XI. Visione di papa Innocenzo » 1 07 



INDICE 



CAP. XII. L' approvazione della regola. . . . Pag. 108 

CAP. XIII. S. Francesco sul carro di fuoco . . . » 109 

CAP. XIV. Visione di frate Leone » no 

CAP. XV. Il santo caccia i demoni dalla città d'Arezzo. » 1 1 1 

CAP. XVI. S. Francesco dinanzi al Soldano d'Egitto. » 112 

CAP. XVII. Il santo in estasi ragiona con Dio . . » 114 

CAP. XVIII. L' istituzione del presepio in Greccio . » 1 1 5 

CAP. XIX. L'assetato » 117 

CAP. XX. La predica agli uccelli » 119 

CAP. XXI. La morte d'un cavaliere di Celano . . » 121 
CAP. XXII. San Francesco predica innanzi a papa 

Onorio : » 122 

CAP. XXIII. Il capitolo de' frati in Arles . . . . » 1 24 

CAP. XIV. Le Stimate » 125 

CAP. XXV. Morte e funerali del Santo . . . . » 126 
CAP. XXVI. Visioni di frate Agostino e di Guido ve- 
scovo » 1 27 

CAP. XXVII. La verità delle Stimate » 128 

CAP. XXVIII. Il pianto delle donne a S. Damiano. » 130 
CAP. XXIX. Un miracolo al sepolcro del santo . . »> 131 
CAP. XXX. Apparizione del santo a Gregorio IX . » 132 
CAP. XXXI. S. Francesco risana un suo devoto mortal- 
mente ferito » 133 

CAP. XXXII. S. Francesco richiama a vita una sua 

devota » ivi 

CAP. XXXIII. Pietro d'Assisi liberato dal carcere. » 134 
CAP. XXXIV. Le pitture di Giotto nel sotterraneo. » .136 
CAP. XXXV. Altre minori opere di Giotto nel sotter- 
raneo 145 

CAP. XXXVI. Affreschi di Taddeo Gaddi nel braccio 

della crociera del sotterraneo » 147 

CAP. XXXVII. Affreschi di Puccio Capanna nel braccio 



ÌNDICE 



•I '7 



sinistro del medesimo sotterraneo .... Pag. 149 
CAP. XXXVIII. Il Calvario di Pietro Cavallini . . » 150 
CAP. XXXIX. Il Ve' » di Maria Vergine donato alla Ba- 
silica di S. Francesco. . . . » 152 

CAP. XI.. I Ghibellini rubano in S. Francesco il tesoro 

della corte papale » 153 

CAP. XLI. La cappella della Maddalena . . : . » 135 
CAP. XLII. Affreschi di Simone Memmi nella cap- 
pella di S. Martino » 157 

CAP. XLIII. Pitture della cappella di S. Niccolò . » 159 
CAP. XLIV. Una visita alla sacrislia della Basilica. » 161 
CAP. XLV. Un pittore francescano e il pulpito della 

chiesa di sopra » 165 

CAP. XLVI. Continua 1' inventario delia saeristia . » 167 
CAI 5 . XLVII. Innalzamento dell'infermeria nuova . » 186 
CAP. XLVIII. Spoglio del più antico libro delle spese 

quotidiane del S. Convento » 180 

CAP. XLIX. Fe limosine e 1' offerte del Comune d'As- 
sisi e dei privati ai frati e alla chiesa di S. Fran- 
cesco : ...» 194 

CAP. F. Fa Biblioteca pubblica del S. Convento . » 199 
CAP. FI. Fa libreria privata del S. Convento . . » 207 
CAP. FU. Fe invetriate dipinte alle finestre delle due 

chiese » 210 

CAP. FUI. Uomini insigni sepolti in questi due primi 

secoli nella Basilica di S. Francesco .... » 234 

SECOLO XV. 

CAP. I. Proemio » 243 

CAP. II. Due novità cagionate in Assisi dai frati Mi- 
nori » 244 

2 7 



418 [NDICE 



GAP. III. S. Bernardino da Siena in Assisi . . Pag. 246 

CAI 3 . IV. Buone provvisioni fatte pel mantenimento 

della fabbrica ...» 248 

CAP. V. La Basilica di S. Francesco è rispettata dai 

Bracceschi nel sacco d'Assisi » 251 

CAP. VI, Assisi corre manifesto pericolo di perdere 

il corpo di S. Francesco « 255 

CAP. VII. Nuova fabbrica dietro il coro del sotterraneo » 256 

CAP. Vili. Bolla di papa Callisto III in favore della 

fabbrica della Basilica di S. Francesco . . . » 237 

CAP. IX. Il pontificato di Sisto IV. Bolle da esso ema- 
nate in favore della Basilica e del Convento di 
S. Francesco: grandi riparazioni da lui fatte fare 
nel medesimo chiostro : un raro privilegio da lui 
concesso alla medesima Basilica » 2Ò0 

CAP. X. Il generalato di frate Franceso Sansone: ri- 
parazione dei tetti e delle invetriate dipinte : nuovo 
antiporto alla Basilica inferiore : rinnovamento del 
cimiterio: idea dell' ingrandimento del S. Convento : 



nuovo coro nella Basilica supcriore . . . . » 270 
CAP. XI. Il reliquiario del camoscio del serafico Pa- 
triarca . ..... . » 279 

CAP. XII. Spigolatura del libro di spese dal i486 al 

H*7 » 2<S2 

CAP. XIII. La Basilica di S. Francesco profanata dai 

Baglioni » 286 

CAP. XIV. Il nuovo oratorio del Terz' Ordine. . » 288 



SECOLO XVI. 



CAP. I. Dissidii tra i frati di S. Francesco e (.pici della 
Porziuncola ...... , .. ... ... . » 293 



ENDICE 



410 



CAP. IL Notizie della prima metà del secolo XVI. Pag. 296 

CAP. III. Le nuove porte all' ingresso del sotterraneo. » 300 

CAP. IV. Fondazione della cappella di S. Elisabetta. » 303 

CAP. V. Le opere del Doni in S. Francesco. . . » 304 

CAP. VI. Salutari effetti della riforma iniziata dal sacro 

concilio tridentino », 315 

CAP. VII. Il nuovo tabernacolo del Sacramento. . » 3 1 9 

CAP. Vili. Oli ultimi anni del secolo XVI ...» 322 



SECOLO XVII. 



CAP. I. Primi rapporti tra la Spagna e il S. Convento. ■> 331 
CAP. II. Il nuovo reliquiario del santo Velo, e 1' al- 
tare delle reliquie "334 

CAP. HI. Tentativi per ritrovare il sepolcro di S. Fran- 
cesco » 3 3 ò 

CAP. IV. Altre notizie del primo decennio . . . » 337 
CAP. V. Altre notizie sino all'anno 1639. ...» 339 
CAP. VI. Conventi e monasteri dipendenti da! S. Con- 
vento » 34S 

CAP. VII. Il santuario di Rivotorto 350 

CAP. N ili. Dimora di S. Giuseppe da Copertino nel 

S. Convento ' 35 1 

CAP. IX. Maria, infanta di Savoia, due volte venuta in 

Assisi e quivi sepolta . "354 

CAP. X. Altre memorie del rimanente secolo XVII. » 357 

SECOLO XVIII. 

CAP. i. 11 P. Giuseppe Antonio Marcheselli e il nuovo 

monastero delle terziarie del Giglio .... » 309 
CAP. II. Munificenza del granduca Cosimo III . . » 37^ 



4'20 INDICE 



CAP. III. Decreto d' una speciale congregazione intorno 

alla processione della Porziuncola » 375 

CAP. IV. Ottimo ordinamento della famiglia religiosa 

e dell'amministrazione del S. Convento. . . . 379 

CAP. V. Cose memorabili seguite dal 1747 al 1754. » 380 

CAP. VI. La celebre costituzione di Benedetto XIV, 
con cui S. Francesco si dichiara Basilica Patriar- 
cale, e Cappella Papale » 390 

CAP. VII. Il culto della musica in S. Francesco d' As- 
sist » 392 

CAP. Vili. Feste in S. Francesco per la beatificazione 

del venerabile P. Giuseppe da Copertino . . » 396 

CAP. IX. Notizie del rimanente secolo XVIII . . » 397 



SECOLO XIX. 



CAP. I. La prima soppressione degli Ordini religiosi. » 403 
CAP. II. La restaurazione della famiglia religiosa in 

S. Francesco e il ritrovamento del suo sacro corpo. » 405 
CAP. III. Costruzione del nuovo sotterraneo. . . . 407 
CAP. IV. Inaugurazione del nuovo sotterraneo, e cose 
memorabili seguite nel S. Convento sino all' ul- 
tima soppressione degli Ordini Religiosi. . . » 408 



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con 


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IMPRIMATUR 

. B. Mazzoni V. 
Prati, clic 2 Sept. 1882 



Trovasi vendibile: 



Nel Sacro Convento in Assisi, presso il P. Michele 
Ciufanelli. 

fjn Perugia, presso la redazione del Giornale // Paese. 

Prezzo per l.'Jùljj^^Lire 4. 
» per 1' est?fev* > 5. 



UNIVERSITY OF ILLINOIS-URBANA 



3 0112 083797669